Giovanni Bianconi, Corriere della Sera 29/4/2007, 29 aprile 2007
ROMA – La «criminalità cinese» d’importazione, giunta in Italia come in molti altri Paesi europei, non è solo la mafia
ROMA – La «criminalità cinese» d’importazione, giunta in Italia come in molti altri Paesi europei, non è solo la mafia. Non ci si ferma alle tradizionali «triadi», organizzate secondo regole vecchie di qualche secolo e immerse in traffici d’ogni genere che attraversano i continenti. All’interno di una comunità che ovviamente non è di per sé criminale ma nella quale si annida (come può accadere ovunque) anche la delinquenza organizzata, stanno crescendo forme di banditismo diverse da quelle più conosciute: «Dalle bande giovanili formate da cinesi della cosiddetta terza generazione, spesso emarginati e ribelli, che vanno a incrementare l’area della criminalità diffusa, alle consorterie delinquenziali aventi spesso le caratteristiche tipiche dell’associazione mafiosa». Così scrivono, dando conto delle realtà svelate dalle ultime inchieste, due investigatori di esperienza e di eccezione come il vicecapo vicario della polizia Antonio Manganelli e il direttore del Sisde Franco Gabrielli nel loro libro Investigare, da poco pubblicato dall’editore Cedam. Un «manuale pratico delle tecniche d’indagine» che spiega l’approccio del poliziotto di fronte al delitto, analizza i comportamenti, individua pregi e difetti degli strumenti a disposizione di chi deve scoprire i responsabili di un crimine. E siccome le indagini non sono tutte uguali ma devono adeguarsi al mondo in cui vanno a incidere, ecco che quasi un centinaio delle oltre 600 pagine del libro è dedicato alle «mafie straniere», per individuarne caratteristiche e peculiarità che possano tornare utili all’investigatore chiamato a fronteggiarle. In questo capitolo la criminalità organizzata cinese occupa un posto importante. Anche per via delle propaggini che ha generato tra ragazzi poco più che adolescenti, a volte nati in Italia, che senza entrare in diretto contatto con le «triadi» hanno però mutuato metodi e atteggiamenti tipici della «mafia gialla». Applicando in piccolo regole e atteggiamenti di quel tipo di organizzazione per realizzare traffici limitati e forme di micro-criminalità che però possono sfociare in gravi delitti. Tra le caratteristiche tipiche di questo genere di associazioni mafiose il libro di Manganelli e Gabrielli ne individua alcune che si ripropongono con maggiore continuità. A cominciare dal «forte controllo socio-economico all’interno della comunità di connazionali (esercitato avvalendosi anche dell’intimidazione) da cui derivano compattezza, impermeabilità e un contestuale senso di omertà». E ancora: «L’uso costante della violenza anche nella commissione di reati non "di sangue" quali rapine e sequestri di persona a scopo di estorsione». Quest’ultima particolarità, cioè «l’uso della violenza estrema (sino all’omicidio), non costituisce un problema per i criminali cinesi, essendo i loro connazionali, specie se clandestini, consapevoli di essere tutti "Wu Min", ossia ufficialmente inesistenti e dei quali, pertanto, nessuno reclamerebbe la sparizione o invocherebbe giustizia». L’autoisolamento della comunità e le difficoltà di comprensione della lingua rendono le indagini all’interno di un simile ambiente molto più complicate del normale. In pochissime operazioni è spuntato qualche «pentito», ma in generale la «diffusa omertà», dovuta anche alla soggezione di chi ritiene legittimo «lo stato di obbedienza al capo del gruppo», provoca una gestione degli eventi e delle controversie «rigorosamente all’interno delle comunità, evitando allarme sociale e conseguenti controlli da parte delle istituzioni». Il potere della mafia gialla, secondo le inchieste degli ultimi tempi, comincia dalla «consumazione di reati "tipici" della società cinese (gioco d’azzardo e usura) e progressiva acquisizione del controllo di ampi settori della contraffazione», per allargarsi allo «sfruttamento della mano d’opera clandestina attraverso la sistematica organizzazione della tratta dei connazionali ridotti in schiavitù». Il tutto gestito anche a distanza dalle «triadi» che attraverso le «associazioni satellite» si assicurano «il controllo socio-economico delle comunità di immigrati cinesi di riferimento».