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 2007  aprile 29 Domenica calendario

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

TORINO – Una biologa, una commercialista, un pensionato, un dipendente di una ditta di pubblicità e due insegnanti. Anche i giudici popolari del processo di Cogne hanno finalmente visto la fine di un dibattimento lungo un anno e mezzo. Due di loro si sono portati dietro i dubbi per molte udienze: si è discusso a lungo sulla seminfermità dell’imputata. Ma solo uno dei giurati venerdì in camera di consiglio, fino all’ultimo, ha espresso le sue perplessità. Alla fine la sentenza è stata univoca e tutti sono stati d’accordo nel concedere le attenuanti generiche. «Però è stata dura, siamo tutti molto stanchi» racconta una delle persone sorteggiate per comporre la giuria, Leonardo Melillo, 54 anni, dipendente di una ditta pubblicitaria. Che avverte: «Non chiedetemi nulla sulla camera di consiglio. Non posso rivelare niente».
Com’è andata quando è stato chiamato per andare in Corte d’assise?
«Mi è arrivata questa lettera dal tribunale. Soltanto dopo ho scoperto che avrei dovuto seguire anche Cogne. Sapevo che sarebbe stato un lavoro impegnativo, ma non credevo di andare così per le lunghe».
Come è riuscito a conciliare le udienze con il lavoro?
«In un anno e mezzo ho collezionato 44 assenze. Nel mio ufficio sono stati comprensivi, ma accidenti, si rischia di perdere il posto. Però sono stato chiamato dallo Stato, non potevo sottrarmi».
Come valuta questa sua esperienza? Non capita tutti i giorni di far parte della giuria di un processo come quello di Cogne.
« stato senza dubbio pesante ed è qualcosa che lascia il segno, che ti porti dentro per sempre. Abbiamo fatto un lavoro delicato perché soggetto a critiche, comunque fosse finita. E poi anche economicamente non è stato uno scherzo. Ci hanno dato un modulo da compilare, ma finora non ci hanno rimborsato neppure il parcheggio. Ma se devo dare un giudizio meglio non avere esperienze di questo tipo. Certe cose è preferibile seguirle sui giornali o guardarle in tv piuttosto che starci in mezzo e dover giudicare».
Avete mai avuto dubbi?
«Abbiamo avuto dubbi e certezze. Ma ci siamo confrontati e abbiamo discusso molto per chiarirci le idee. Ci siamo visti ben venti volte durante questo anno e mezzo. Poi nell’ultima settimana prima della sentenza abbiamo fatto quattro pre-camere di consiglio. Tutti noi giurati popolari abbiamo chiesto molte informazioni ai togati per comprendere gli aspetti tecnici».
Che cosa è servito di più per capire?
«Ci è stato molto utile andare sul luogo del delitto e vedere la casa. Ci siamo chiariti le idee».
Qual è stata la domanda più ricorrente tra voi giudici popolari?
«Gli aspetti tecnici. Abbiamo discusso molto del problema della casacca, sul polso insanguinato in cui è rimasto l’ossicino.
 stato difficile perché non siamo esperti. Ci siamo basati su quello che abbiamo visto e mettendo insieme tutte quelle caselle siamo arrivati a questa conclusione. Mi auguro di aver fatto la scelta migliore».
Lei è soddisfatto del lavoro svolto?
«La nostra idea è che sia un verdetto giusto. E penso che anche la signora Franzoni non debba essere scontenta. Posso assicurare che non eravamo prevenuti, non avevamo scritto alcuna sentenza come qualcuno ha insinuato. Fino all’ultima ora abbiamo discusso».
Ha letto il libro di Annamaria Franzoni?
«No e neppure l’arringa che ha pubblicato Taormina. Ne avevo già così tanta di roba da leggere...».
 diventato amico degli altri giurati?
«Beh, abbiamo condiviso un’esperienza forte. Credo che andremo a mangiarci una pizza».