Sergio Romano, Corriere della Sera 27/4/2007, 27 aprile 2007
L’articolo di Piero Ostellino («Il caso Jaruzelski-Polonia, la nuova inquisizione») ha risvegliato in me la curiosità sull’uomo che tanta parte ha avuto nelle vicende del suo Paese
L’articolo di Piero Ostellino («Il caso Jaruzelski-Polonia, la nuova inquisizione») ha risvegliato in me la curiosità sull’uomo che tanta parte ha avuto nelle vicende del suo Paese. Ho letto che la sua era una famiglia di quella szlachta polacca tanto nobile e fiera, quanto povera e drammaticamente legata al nazionalismo antirusso. Ricordo che era originario dei territori orientali oggetto dell’accordo Molotov-Ribbentrop; in gioventù aveva militato in movimenti di estrema destra e fu deportato dai sovietici con i suoi familiari. Mi piacerebbe saperne qualcosa di più. Raffaello Campani brunicampani@tiscali.it Caro Campani, nel 1992, dopo la fine della sua carriera politica e militare, il generale Wojciech Jaruzelski pubblicò un libro di memorie che apparve in italiano presso Rizzoli sotto il titolo «Un così lungo cammino». Se lei riuscirà a trovarlo in qualche libreria di seconda mano, scoprirà che i primi capitoli sono molto interessanti. Raccontano la storia di un ragazzo che aveva 16 anni allo scoppio della seconda guerra mondiale ed era cresciuto nel piccolo feudo appartenente a una vecchia famiglia di quella aristocrazia rurale (la Szlachta) che aveva avuto un ruolo importante, anche se non sempre positivo, nella storia della nazione polacca. Il nonno aveva partecipato ai movimenti anti-russi della seconda metà dell’Ottocento, il padre aveva combattuto contro i bolscevichi nell’esercito della nuova Polonia durante la guerra del 1920-21, la madre era una donna piccola, intelligente e amorevole che appare nell’album di famiglia con grandi occhi scuri, lineamenti armoniosi e un lungo collo coperto da un nastro di velluto. Costretta alla fuga dalla travolgente avanzata delle colonne motorizzate tedesche, la famiglia si era rifugiata nei territori occupati dall’Armata rossa in Bielorussia e in Lituania. Vi rimase sino a quando alcuni poliziotti dell’Nkgb, nel 1941, bussarono alla porta della casa dove avevano trovato accoglienza, con un mandato d’arresto per il padre e un ordine di trasferimento per l’intera famiglia. Non avevano altra colpa fuorché quella di essere «borghesi», ma ebbero la fortuna, a differenza degli ufficiali uccisi a Katyn, di salvare la vita. Il padre uscì di prigione dopo qualche mese e ritrovò la famiglia in Siberia, ma morì poco dopo dei mali contratti in prigionia. Come altri giovani polacchi, il figlio Wojciech fu arruolato nelle formazioni dell’esercito polacco che si stavano costituendo in territorio sovietico. Avrebbe potuto appartenere alla divisione del generale Anders, attraversare il Medio Oriente, approdare in Italia e risalire la penisola fino a Montecassino, dove i polacchi combatterono una delle loro più eroiche battaglie. Ma il caso volle che le truppe di Anders, quando Wojciech raggiunse la zona di reclutamento, si fossero già trasferite in Iran e che il giovane venisse assegnato ad altre formazioni, destinate a combattere sul fronte occidentale, in Polonia e in Germania. Come scrisse un giorno Albert Speer, basta lo scatto d’uno scambio perché il treno della vita cominci a correre in un’altra direzione. Se Jaruzelski avesse combattuto al seguito di Anders e non fosse caduto di fronte alla grande abbazia, sarebbe rimasto in Europa occidentale, sarebbe divenuto italiano o inglese, avrebbe forse appartenuto ai nuclei dell’opposizione democratica che si organizzarono contro il regime sovietico della loro patria. Ma il caso volle che arrivasse in Polonia come liberatore e che, sedotto dalla vita militare e dagli ideali socialisti, decidesse due anni dopo di iscriversi al partito comunista. Fu veramente comunista? Alla fine delle sue memorie vi è il testo del lungo dialogo che egli ebbe, dopo il crollo del regime, con Adam Michnik, esponente di Solidarnosc e fondatore del quotidiano Gazeta Wyborcza. I due avevano appartenuto a campi opposti e l’intellettuale non poteva dimenticare che il generale aveva sottoposto il Paese, nel 1981, al duro regime della legge marziale. Jaruzelski si difese, come in altre occasioni, sostenendo che quella decisione risparmiò alla Polonia l’intervento militare sovietico. un dialogo aspro, fatto di accuse reciproche. Ma è la conversazione di due polacchi, uniti dall’amore per il loro Paese e che hanno gli occhi rivolti al futuro della nazione. A giudicare dalle dichiarazioni vendicative del premier Jaroslaw Kaczynski (Jaruzelski «ha le mani grondanti di sangue») un dialogo del genere sarebbe alquanto difficile nella Polonia dei gemelli.