Paolo Baroni, La Stampa 27/4/2007, 27 aprile 2007
Nel palazzo della Pisana i mono-gruppi spuntano come funghi. Con la nascita di quello dell’Italia di mezzo, il movimento guidato a livello nazionale da Marco Follini, siamo arrivati a quota 8
Nel palazzo della Pisana i mono-gruppi spuntano come funghi. Con la nascita di quello dell’Italia di mezzo, il movimento guidato a livello nazionale da Marco Follini, siamo arrivati a quota 8. Moltiplicando così spese, rimborsi e privilegi e confermando la Regione Lazio in cima a questa speciale classifica della Sprecopoli nazionale. Oltre alla Lista Storace ed ai Comunisti Italiani, nel Consiglio regionale fino alla scorsa settimana c’erano infatti la Democrazia cristiana per le autonomie ed il gruppo Italiani nel mondo, il Movimento per l´autonomia-Mpa ed il Partito socialista-Nuovo Psi. Poi il consigliere Simone Gargano ha deciso di lasciare il gruppo dell’Italia dei Valori dove sedeva assieme a Giovanni Colagrossi e da sei mono-gruppi si è passati a otto. Otto su un totale di venti. Anche lo Statuto regionale del Lazio, come altri, prevede un numero minino di due consiglieri, ma basta fare riferimento ad una formazione presente in Parlamento e si elude la norma. E così ogni singolo consigliere può diventare capogruppo di se stesso. Ottenendo nuovi poteri (nelle commissioni e in consiglio) e molti privilegi: 800 euro di indennità aggiuntiva (che si sommano ai 16 mila euro lordi di stipendio mensile), uno staff riservato (che può arrivare anche a 7 persone), uffici attrezzati con telefoni e pc, un’auto a disposizione e un budget annuale di 70 mila euro per spese varie che porta il costo totale del mini-gruppo a 600 mila euro l’anno. Enzo Foschi dei Ds l’ha definita «una truffa democratica, un privilegio trasformato in diritto da norme sbagliate. Cambiare queste regole - spiega - per la Regione è un dovere morale. Un consigliere singolo, infatti, rappresenta solamente se stesso ed è un vero e proprio ricatto all’istituzione». Nella maggioranza due assessori di Rifondazione hanno chiesto di modificare subito il regolamento consiliare, trovando il consenso sia del presidente della giunta Piero Marrazzo, sia di Ds e Margherita. I piccoli, ovviamente, si ribellano e gridano al complotto. Parlano di «attentato alla democrazia» e sostengono che «non si possono cambiare le regole a partita già iniziata». Il più combattivo è Fabio Desideri, capogruppo della Democrazia cristiana per le autonomie, secondo il quale «in Italia i gruppi singoli sono presenti in ben 13 Regioni su 20 e sono il 26,7% del totale». E dunque nel Lazio non ci sarebbe alcuna anomalia. «Abbattere i costi della politica? Solo demagogia: l’esecutivo ha messo da parte un gruzzolo di 15 milioni di euro per promuovere la sua immagine» denuncia il consigliere Dc. Si va dalle spese di rappresentanza del presidente alle borse di studio, dalle sponsorizzazioni ai progetti di promozione. E poi, come se non bastasse, il consigliere Dc ha anche tirato fuori i conti della missione in Cina dello scorso settembre presentando una interrogazione di fuoco dopo aver scoperto che «al contribuente il viaggio è costato 1 milione, 12 mila 289 euro e 60 centesimi» e che «un quarto circa di questa cifra è stato speso per la delegazione guidata dal governatore: aereo, albergo e spostamenti per 30 persone per un totale di 210.269,6 euro». Accusa che però la giunta respinge: già nei mesi passati lo staff di Marrazzo aveva chiarito di aver speso in tutto «appena» 450 mila euro: 250 mila per l’allestimento dello stand («affidato su gara Ice alla società che offriva le migliori condizioni») e 200 mila per viaggio e alberghi. «Per 18 persone e non di più», perché tutti gli altri «che magari si erano appoggiati logisticamente alla Regione hanno pagato di tasca loro». E poi maliziosamente qualcuno ricorda come la gestione precedente, quella di Francesco Storace, abbia lasciato in eredità al centrosinistra la bellezza di 800 dirigenti, in pratica uno ogni 6 dipendenti, retribuiti con stipendi che andavano dai 3500 ai 9000 euro netti al mese, 480 dei quali promossi in blocco senza avere i titoli necessari. Una botta da 13 milioni di euro l’anno in più di costo del lavoro che ancora oggi pesa nonostante le molte uscite. Nonostante gli sforzi del centrosinistra, la lotta agli sprechi in Regione è affare complesso. Il buco più grande, quello della Sanità (quasi 10 miliardi di euro di rosso) è stato tappato con una manovra lacrime e sangue, che ha consentito di evitare una bancarotta altrimenti scontata. Sono stati tagliati oltre 3.600 posti letto, alzate al limite massimo tutte le addizionali, fatte economie in ogni settore e per i prossimi 30 anni la Regione si è impegnata a rimborsare al Tesoro 310 milioni euro l’anno. Inoltre le indennità dei consiglieri regionali (e dei vertici di tutte le società, gli enti e le agenzie regionali) sono state ridotte del 10%, le spese degli assessorati (comprese auto e staff per la comunicazione) del 25%, del 50% quelle per comitati ed osservatori vari. Mentre le missioni estere sono state di fatto cancellate: nel 2007 solo viaggi istituzionali legati nell’ambito dell’Unione europea e stop ai rimborsi a piè di lista come avveniva sino all’anno passato. Questo però non significa che tutto sia a posto, anzi. Colpa della continua fibrillazione politica e dei maneggi dei partiti, che dopo aver accettato qualche sacrificio, ora fanno muro sul taglio da 18 a 12 del numero delle commissioni permanenti e da 6 a una di quelle speciali. Altra misura prevista dall’ultima finanziaria e rimasta lettera morta. In questi giorni fa discutere il ricorso al Tar del deputato Pdci Luigi Cancrini che, contestando il divieto di cumulo delle indennità, rivendica il pagamento del vitalizio da ex consigliere regionale. «Ho versato i contributi per 15 anni, quella cifra mi spetta» sostiene. Se il tribunale amministrativo gli dovesse dar ragione, intascherebbe un assegno da 5900 euro al mese, mentre la Regione potrebbe essere costretta sborsare 5 milioni di euro. Perché nelle stesse condizioni di Cancrini ci sono almeno una ventina di parlamentari. Tra loro, anche l’ex presidente della Regione Francesco Storace, che ora veste i panni del moralista e bacchetta l’avversario politico: «Per rispetto ai contribuenti Cancrini farebbe bene a ritirare il ricorso: la retribuzione che percepiamo è già abbastanza alta per reclamare ulteriori prebende». paolo.baroni@lastampa.it *** ROMA La holding-Lazio? Tra enti, aziende, agenzie e organismi vari si contano la bellezza di 75 strutture. Poi c’è il sistema che gravita attorno a Sviluppo Lazio, società presieduta dal potente Giancarlo Elia Valori, che conta una quarantina tra imprese controllate e collegate, ed un drappello di altre aziende che vanno dal Cotral (trasporto) a Laziomatica (che dopo lo scandalo intercettazioni ha cambiato il nome in «Lait»), dalla Fiera di Roma ad Alta Roma, Sanim (immobili) e Astral (strade). Da soli, i 75 enti costano tra 1,6 e 2 miliardi di euro all’anno. E spesso, come conferma un’indagine svolta da Roberto Alagna della Lista Marrazzo, che presiede la Commissione affari istituzionali della Regione, svolgono più o meno le stesse mansioni degli assessorati. In pratica sono inutili. In compenso, però, foraggiano 45 presidenti, 167 consiglieri, 39 direttori generali, 189 revisori dei conti e 88 membri di comitati scientifici. Tutti di diretta emanazione politica. Insomma, lottizzati. Obiettivi di risparmio Scorrendo a campione una trentina di bilanci si scopre che metà delle spese, una cifra che oscilla tra 760 e 900 milioni di euro, se ne vanno in costi di gestione. Mentre gli organi statutari (presidente, consiglio, direttore generale e revisori) costano tra i 16 ed i 19 milioni di euro: in media 210 mila euro l’anno, con un picco di 1,2 milioni per l’Arpa ed un minimo di 39 mila euro per l’Apt di Rieti. Alagna ora ne vuole tagliare subito 37, passando da 75 a 38: per i settori dell’edilizia pubblica, del turismo, dei parchi, dei consorzi di bonifica e dei consorzi industriali verrà creato un solo ente regionale che accorperà tutti gli altri. L’obiettivo è quello di «risparmiare, dal giorno dopo, almeno 100 milioni di euro», e nominare alla guida degli enti sopravvissuti dei semplici dirigenti della Regione, per ridurre ancor di più le spese e soprattutto per frenare la spartizione politica. Che nella Regione Lazio, ormai da anni, ha prodotto dei veri disastri. Il caso «Lazio service» Il caso più eclatante è quello di «Lazio service». Una società, nata nel 2001 con la giunta Badaloni (centrosinistra) per occupare 40 lavoratori socialmente utili, e che al culmine della propria attività, all’epoca della giunta Storace (centrodestra), è arrivata a sfondare quota 1200. In gran parte parenti di dipendenti della Regione e amici degli amici, assunti in maniera discrezionale, con contratti precari e senza alcun tipo di concorso da un cda infarcito di fedelissimi di An. Doveva occuparsi dei servizi di manutenzione, di portineria, posta e call center e invece è finita per fare intermediazione di lavoro, assumendo anche lavoratori interinali con contratto metalmeccanico che poi venivano girati alla Regione come normali impiegati. E in alcuni casi anche come agronomi. Oggi «Lazio service» è guidata da un amministratore delegato in quota Ds (Tonino D’Annibale), e da un presidente designato dall’Italia dei valori (Sergio Scicchitano) e continua imperterrita la sua attività succhiando ben 65 milioni di euro dal bilancio regionale. Progetto di riordino Con la giunta Marrazzo (centrosinistra) il «baraccone» è rimasto infatti in piedi ed anzi sono state fatte altre assunzioni, essenzialmente per ragioni di consenso. Dopo infinite proteste, la giunta a fine 2006 ha proposto ai 900 precari in organico l’assunzione a tempo indeterminato. Ma la Corte dei conti si è messa di traverso chiedendo quali attività la Regione intesse esternalizzare per giustificare questo organico-monstre e di fatto l’operazione si è bloccata. Chi intende andare avanti, invece, è Alagna che conta di portare presto in Consiglio il suo progetto di riordino degli enti visto che l’analoga norma inserita nell’ultima finanziaria è rimasta sino ad ora lettera morta. «Sarà una sfida assolutamente in salita - spiega - perché il sistema dei partiti ha grandi difficoltà ad intervenire su questo terreno. Entro il 7 maggio scadono i termini per gli emendamenti e vedremo cosa accadrà. Se il mia proposta dovesse venire stravolta sono intenzionato a portarla in aula come testo di minoranza. Non mi importa di creare un problema, ma questo scempio deve finire». E soprattutto chi si oppone al disboscamento deve dirlo pubblicamente, sempre che ne trovi il coraggio. / Stampa Articolo