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 2007  aprile 27 Venerdì calendario

LA SECONDA SENTENZA DI COGNE


ALBERTO GAINO, La Stampa 27/4/2007
TORINO
Ci siamo. L’udienza numero 24 è l’ultima di un estenuante rito abbreviato, diventato pubblico per scelta di Annamaria Franzoni e che tale sarà anche nell’atto finale: la lettura della sentenza, attesa da metà pomeriggio di oggi in poi. Salvo imprevisti o colpi di scena che in questo processo hanno ravvivato il clima da suspense: benzina super per una storia che potrebbe essere molto povera in sé, ma che ha simbolicamente calamitato l’attenzione di tanti per il proprio inconscio dopo essersi specchiati nella famiglia perfetta e nel sospetto angosciante che in un tale contesto possa essere «esploso» il cervello di un bimbo di tre anni. Per mano della sua mamma.
C’è davvero molto della tragedia greca in questa storia (con la modernità di un coro mediatico spesso frenetico). All’ultima udienza l’ha evocata Paola Savio, avvocato dell’imputata, per cacciare dentro il processo il Complesso di Medea. Voleva evidenziare che le madri, se e quando uccidono le proprie creature, non lo fanno mai per punirle. Semmai per punire un padre e marito. Incompatibile con il quadro della famiglia perfetta.
Il raptus
All’accusa non è rimasto che un raptus nelle mani per afferrare il bandolo di un movente che non emerge. Al raptus si è appesa anche la difesa per dare un senso all’estraneo che entra in casa Lorenzi di soppiatto e uccide, e a quel modo. Perché mai? Il gelo che comunica questa storia è tutto in questi dubbi. Che allontanano. Anche se molti vorrebbero trovarsi al posto dei sei giudici popolari (4 donne e 2 uomini) che entrano oggi in camera di consiglio con il presidente Romano Pettenati e l’altro «togato», Luisella Gallino. Solo che in quella stanza d’aspetto monacale non ci può essere spazio per le ciance e le suggestioni. Contano gli indizi: per trovarli o scartarli si deve seguire la «pista del sangue».
Ai cacciatori che ne hanno cercato le tracce il collaudato luminol non è bastato. I carabinieri del Ris di Parma in questa impresa hanno dovuto calare il metodo matematico della Blood pattern analysis. La sua applicazione alla scena del delitto di Cogne li ha indotti alla conclusione che l’assassino di Samuele indossasse il pigiama (a rovescio) e gli zoccoli di Annamaria Franzoni. Ergo, non può che essere stata lei ad uccidere.
Lo sa bene Savio che sulla «pista del sangue» si gioca la partita della vita per Annamaria imputata e madre. Il colonnello Luciano Garofano e il medico legale Roberto Testi, consulenti del procuratore generale Vittorio Corsi, hanno prodotto una lettera del padre della Bpa, Herbert Leon MacDonell, «direttore del laboratorio indipendente per l’analisi e la valutazione delle prove», Corning, New York. Sono tre pagine fitte dei suoi successi professionali e del metodo. Gli sono state richieste per spazzare via ogni dubbio e MacDonell ha risposto sciorinando certezze: «La dimensione della goccia, la sua posizione e tipologia (sangue proiettato o trasferito per contatto) forniscono informazioni significative e rientrano tra gli argomenti scientifici di un esperto in dibattimento».
Le perizie
Ieri, Savio si è rintanata a Medicina legale con il professor Carlo Torre, per la full immersion finale anche sulla Bpa e il suo mentore americano. Stamane ha la sua ultima ora di replica da spendere, su questo e altri temi. Ieri, anche i giudici si sono riuniti, per la quarta volta in queste settimane (pre-camere di consiglio). Hanno esaminato perizie e consulenze psichiatriche. Sarà un caso o una traccia?

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Pierangelo Sapegno, La Stampa 27/4/2007

Ripoli (Bologna) - La cosa che colpisce è che lei dice che è «serena». Sta chiusa in casa, gioca con i bimbi. Don Marco ha appena detto Messa. C’erano le vecchie del paese a pregare. Anche Annamaria ha fatto una preghiera. Lei non è solo una imputata che sta aspettando la Corte e i giudici, il silenzio e l’angoscia che li precede, e poi la voce del Presidente che comincia a leggere quelle parole, «in nome del Popolo italiano». Oggi è il giorno più importante della sua vita, bianco o nero, o su o giù, il giorno della sentenza, del non ritorno, e forse anche quello della separazione dalla sua famiglia, degli arresti.
Verità giudiziaria

Oggi è il giorno della verità giudiziaria. Annamaria Franzoni è la madre che aspetta: saranno gli altri a dirle se lei ha ucciso o no suo figlio. Ma, in fondo, è stato così anche fino adesso. Oggi finiranno i processi, quello che conta, di quest’aula con gli scranni pieni come le panche del pubblico, e quelli delle televisioni, i processi di tutti coloro che non hanno mai saputo niente ma hanno emesso lo stesso le loro sentenze, come se giocassero a monopoli e non con la vita e con la morte, i processi dei mercati e delle strade, i processi di chi ha voltato la schiena e di quelli che sono rimasti. Forse, sarà per questo che Annamaria dice che è serena. Suo suocero, Mario Lorenzi, sta lì come preso da un’ansia e spiega che non sa cosa pensare: «Mi sento come quel giorno di moltissimo tempo fa che venne un carabiniere sotto casa e mi disse: c’è la cartolina, e domani mattina devi partire militare». Era solo la vita che cambiava. Ecco come ci si sente: in un modo o nell’altro oggi cambia, oggi finisce un pezzo di strada.
E forse è per questo che Annamaria si sente serena, perché quel pezzo di strada che lascia alle spalle non è stato così facile, e quei processi non sono stati così belli. Magari, verranno altri giorni. A Ripoli di Santa Cristina è un giorno qualunque. Francesca ha tirato su la saracinesca del bar e Elisabetta ha portato fuori i bambini sulle altalene. Don Marco ha aperto la Chiesa. Non si vedono più i giornalisti che camminano per l’unica via che sale fra le curve e i prati, portandosi dietro telecamere e taccuini. C’è un po’ di vento e un bel sole, e la stessa donna che guarda la strada vuota da un ballatoio coperto. Qualche voce lontana.
Senza aggressività

Il cancello di casa Franzoni è chiuso a chiave. Le finestre sono buie. Che cosa c’è di diverso? Annamaria dice che è serena, «perché è stato fatto tutto quello che poteva essere fatto». Lei l’ha urlato a tutti che è innocente e qualcuno ha cominciato a crederle, lo avverte dai toni, dal clima, da quello che è cambiato attorno. A Paolo Chicco, che è il titolare dello studio del suo avvocato, Gabriella Savio, ha ripetuto quello che aveva detto a tanti in questi giorni, e anche a noi: «Guardi, mai come in questo periodo io mi sono sentita davvero compresa dal mio legale. Forse perché è una donna, forse perché si è trattato di un’intesa profonda, reale. Io le ho trasmesso tutte le mie paure, la voglia di difendermi, le mie disperazioni e le mie frustrazioni, ma anche la grinta che avevo. Lei ha saputo raccoglierla e girarla verso la Corte, ma senza aggressione. Prima mi sfogavo all’esterno, perché sentivo il bisogno di liberarmi. Oggi è come se non ne avessi più bisogno. Mi sento capita e compresa».
Ora, è quasi finita. E’ l’ultima curva, come questa che passa davanti al suo cancello. In questi giorni, i cronisti l’hanno cercato dappertutto, appostati davanti alla casa e poi sotto la villa di papà Franzoni e bussare alla sua porta raccattando un po’ d’insulti e calci in culo (ma non era lui che comprava i giornalisti?) e più su, all’agriturismo di famiglia. Non l’hanno mai incrociata una volta, e allora hanno cominciato a pensare che lei fosse andata via di qui, che fosse andata ad aspettare la sentenza da sua cugina, a Firenze, o a Bologna, da Mario Lorenzi.
L’unica donna che abbiamo visto domenica nel paese vuoto era questa donna appoggiata allo stipite della porta, braccia conserte e caviglie incrociate, come se fosse lì ad aspettare da chissà quanto, come se fosse lì da giorni interi a scrutare i nostri sguardi da un ballatoio coperto. Lei, Annamaria, non l’ha vista nessuno. Invece, forse, era qui. Ma il dubbio a volte è solo una parte di quello che vedi. Chissà se lo sapranno anche oggi, e se lo saprà anche lei, aspettando quelle toghe e quel silenzio. Come diceva una ragazzina in quel road movie di Wim Wenders con Sam Shepard, «Non bussare alla mia porta», alla fine del film: «Ho sempre cercato la verità, ma la verità non s’è mai rivelata. E’ come se fosse rimasta a metà strada».
Diceva così. Non è una gran scoperta. Succede quasi sempre anche nella vita.

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Marco Neirotti, La Stampa 27/4/2007
Adesso - fino a quando non si infiammerà il circo dei commenti nei salotti con telecamera - non sarà più l’Italia della tv a parlare. Oggi parlano cinque donne e tre uomini, due con la toga e sei giurati popolari. Quando l’avvocato Paola Savio avrà finito la replica, gli otto (accompagnati dai supplenti) si chiuderanno in questa stanza, una cella monacale. E’ un sotterraneo spoglio, luce artificiale a parte quadrati di sole filtrati da un alto finestrone stretto e lungo, a sbarre, ai piedi di garage e cortile del Palazzo. Ci sono tavoli sistemati muso a muso, così da formare un grande rettangolo, da giorni ricoperto di fogli, appunti, verbali, fascicoli. Un’altra scrivania, con un computer.
Qui, nel pomeriggio, si deciderà per la seconda volta se la signora Franzoni Annamaria è colpevole o innocente e, se colpevole, quanto abbia inciso su di lei lo stato di salute mentale. Ignote le quattro signore che con la fascia tricolore hanno seguito le udienze, ignoti i due uomini. La giuria popolare è scelta con un sorteggio via computer. Insegnanti o bidelli, professionisti o artigiani, casalinghe o pensionati.
A coordinare i lavori ci saranno il presidente, Romano Pettenati, e il giudice consigliere, Luisella Gallino. E’ entrata in magistratura nel 1969. E’ stata pretore civile e poi penale. Da lì è passata alla Corte d’Appello, ha seguito a Torino uno dei più grandi processi in Italia contro la ”ndrangheta, che si concluse con quattro ergastoli e una cinquantina di condanne per un totale di trecento anni. Era il clan dei Barresi, Belfiore, storia di omicidi, droga, totonero.
Dalla pretura è passato anche il presidente Romano Pettenati, magistrato dal settembre 1963. Aveva 26 anni: pretore a Domodossola, dove interveniva anche su casi di omicidio per conto della Procura di Verbania: interrogatori, sopralluoghi, autopsie. La carriera prosegue a Torino, dov’è giudice istruttore dal 1968 al 1974. Si occupa di infortuni sul lavoro, fallimenti, circonvenzioni di incapaci. Il presidente Carassi gli «rifila» casi delicati. Lui va avanti con diplomazia, buonsenso, pacatezza che si sono viste in questa vicenda. Un giorno andò dal Presidente: «Dammi anche qualcosa di fangoso, che so, prostitute, racket, rapine, omicidi, associazioni per delinquere». E si misurò con il peggio della ”ndrangheta.
Si è mai pentito? «Non penso di dover recriminare su decisioni. Ho sempre riflettuto». E decisioni impegnative le porta anche a casa? «Vicende complesse si portano con sé mentre si guida l’auto o si va a spasso. I cineasti lo chiamerebbero un monologo interiore».
Con questo spirito Pettenati ha guidato il processo Franzoni con Taormina prima e con la Savio poi. Sorriso, pazienza, angoli smussati: «Avvocato, il gesto è stato espressivo», per mettere fine a uno show. «Sto soltanto riflettendo a voce alta, così tutti sanno su che cosa rifletto», risponde a un attacco della difesa. Taormina protesta perché come teste non c’è un ufficiale e lui: «Va bene un appuntato». Diventa duro quando il difensore si lancia troppo contro il Procuratore generale: «Lei è responsabile delle sue affermazioni». Paziente - durante l’interrogatorio perfino delicato - con Annamaria, ma determinato quando lei si rifugia in bagno: «Non può fare quello che vuole».
Ora, con Luisella Gallino, dirigerà l’orchestra costituita da questi due uomini e quattro donne fra 35 e 65 anni. Ne copre l’identità e la professione, anche se riconosce che rispecchiano la società fuori dall’aula. Furono incaricati nell’ottobre 2005 e dovevano scadere in dicembre. Sono ancora qui per proroghe successive. Non seguono altri processi, soltanto questo. Partecipano a riunioni, l’ultima delle quali ieri. Hanno tutti un titolo di studio superiore e sono alla prima esperienza di giuria popolare. Ciascuno esprimerà il suo parere. Se ci si ritrovasse quattro contro quattro, la sentenze che verrebbe fuori sarebbe quella più a favore dell’imputata.
Quanto gioca l’emotività dei singoli su questo passaggio? I giudici popolari non possono esprimersi con i giornalisti. Però sono sereni. All’inizio sono state spiegate loro alcune pieghe di qualsiasi processo. Hanno lunghi confronti con i togati, hanno chiesto in questo iter quasi interminabile di approfondire, capire, ricontrollare. Non avete paura di questa responsabilità, di giudicare e decidere la vita di una donna? «Esiste un dubbio ragionevole, sul quale discutere insieme. Esiste un dubbio soggettivo, il senso, più che paura, di una responsabilità. Servono tutti e due a imparare fin da subito la cautela, il controllo dei dati concreti e delle emozioni». Quelle che resteranno fuori da questo sotterraneo monacale.