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 2007  aprile 27 Venerdì calendario

VARI ARTICOLI SU TONY BLAIR


Timothy Garton Ash, la Repubblica 27/4/2007
Tony Blair irrompe nel giardino del numero 10 di Downing Street, con l´aria di chi è pronto a restare altri dieci anni. Dice che si sta godendo le ultime settimane in carica e che è «attivo più che mai». Il primo ministro uscente appare pieno di vigore, di energia mentale e di quel desiderio quasi compulsivo di convincere che condivide con Nicolas Sarkozy. All´approssimarsi del decimo anniversario del suo trasferimento a Downing Street, mercoledì prossimo, e dell´annuncio del calendario per il suo ritiro, parla del decennio in cui ha improntato la politica estera britannica con una disinvoltura e una franchezza mai manifestate in precedenza nel suo mandato, almeno non nei discorsi ufficiali.
Gli chiedo di elencare i suoi tre maggiori successi e i tre peggiori insuccessi in politica estera. Non ci sta. «No, questa cosa dei successi e degli insuccessi la lascio a voi», intendendo presumibilmente storici e giornalisti. Dirà però di che cosa va fiero: di aver sviluppato un approccio strategico alla politica estera britannica basato su un insieme di hard e soft power, e su forti alleanze sia con l´Europa che con gli Stati Uniti. Durante il suo governo la Gran Bretagna ha avuto parte significativa in azioni di hard power, fosse destituire i Taliban, o rimuovere Saddam, in Kosovo piuttosto che in Sierra Leone. Lo stesso ha fatto in ambiti di soft power, come l´Africa e il cambiamento climatico, e resta protagonista sulla maggior parte dei grandi temi, siano essi il Sudan, i negoziati sul commercio mondiale o l´Iran. La Gran Bretagna è un Paese di soli 60 milioni di abitanti in uno «spazio geografico relativamente ristretto», quindi «deve far valere il proprio peso e la propria influenza per il tramite delle sue alleanze ». E´ un concetto espresso con brio ma non certo originale. Avrebbe trovato concordi gran parte dei premier degli ultimi quarant´anni. Qual è quindi la caratteristica peculiare dell´approccio di Blair? Qual è l´essenza del blairismo? La sua risposta non potrebbe essere più chiara: «E´ l´interventismo liberale». Il blairismo, aggiunge, concerne una visione progressista del mondo, che parte dalla realtà di interdipendenza in un´era di globalizzazione e agisce in accordo a determinati valori. «Sono un´interventista e ne vado fiero». Non sconfesserebbe il suo discorso di Chicago del 1999, la tesi liberale e interventista della "dottrina della comunità internazionale". Anche se è vero, come io sostengo, che l´amministrazione Bush sta prendendo le distanze dalla difesa della democratizzazione come caposaldo della propria politica estera, Blair non si adegua. «Io in ogni caso non lo faccio».
L´Iraq non fa eccezione. La stragrande maggioranza degli iracheni comuni vuole la pace e la democrazia, ma sono oggetto di sabotaggi per mano di "agenti esterni" (cita l´Iran e Al Qaeda) oltre che di «una minoranza di estremisti interni». Non ha l´incubo di passare il resto della sua vita a rispondere a domande sull´Iraq? No, lo considera perfettamente logico, ma «a chi dice "l´Iraq deciderà tutto"... rispondo: dipende da come andranno le cose». E´ sbagliato dunque sostenere che l´Iraq determinerà il giudizio sulla sua politica estera? No, indubbiamente ne è stato «un´importante dimensione» ma è troppo presto per dire che esito darà. Sarà la storia a dirlo.
Passo alle due alleanze. L´unico caposaldo di politica estera nel programma elettorale del Labour del 1997 era «dare alla Gran Bretagna la leadership in Europa di cui la Gran Bretagna e l´Europa hanno bisogno». Lo ha fatto? Beh, «La Gran Bretagna è stata leader in Europa», dice un po´ sulla difensiva, benché «in superficie l´approccio britannico rimanga ostinatamente euroscettico». Ciò è dovuto in larga parte ai media euroscettici. L´Europa, è il luogo in cui, più che altrove «i media, persino quelli di buon senso, mi esortano a far cose che so completamente stupide e che chiunque nel mio ruolo considererebbe completamente stupide».
Ma «ho una teoria a proposito». Cioè che «i britannici hanno abbastanza buon senso da capire che, anche se nutrono dei pregiudizi nei confronti dell´Europa, non possono pretendere che il loro governo necessariamente li condivida o agisca su quella base». Così, ad esempio, in occasione del Consiglio Europeo del 21/22 giugno (al quale è chiaro che ha in mente di partecipare ancora in veste di premier) spera di concordare con gli altri leader europei i termini per negoziare un trattato che codifichi le modifiche istituzionali necessarie a garantire il funzionamento di una Ue allargata. Non più una costituzione, solo un semplice emendamento ai trattati esistenti. La stampa euroscettica strepiterà, ma questa sarà comunque «la decisione giusta nel reale interesse britannico».
Poi con un nuovo presidente francese, un cancelliere tedesco amico e un presidente della Commissione Europea disponibile, la Gran Bretagna potrà procedere assieme ai suoi partner ad affrontare questioni più importanti per il futuro dell´Europa. Non prova, gli chiedo, una fitta al cuore dato che il gruppo di leader europei sognato da Downing Street emerge a quanto sembra proprio nel momento in cui lui si prepara ad uscire di scena? Inizia a ridere ancor prima che io abbia finito la domanda, poi dice con un sorriso ironico: «c´est la vie». Lo prendo come un sì.
Quanto all´altra cruciale alleanza, che cosa ha in realtà ottenuto la Gran Bretagna, gli chiedo, dal suo "rapporto speciale" con Washington negli ultimi dieci anni? In che cosa è consistito il vantaggio per noi? Nel rapporto in sé, è la sua risposta, e nell´influenza che esso ci consente di esercitare in altri ambiti, come i negoziati sul commercio mondiale e il processo di pace in Medio Oriente. Dire "E´ ora di una politica estera indipendente" è il modo più facile di strappare l´applauso, ma basta iniziare a prendere distanze dagli Stati Uniti per veder diminuire la propria influenza.
Pur affermando che i rapporti della Gran Bretagna sia con l´Europa che con gli Stati Uniti sono più solidi rispetto a dieci anni fa, ammette che i britannici sono ancora lontani dal suo ideale obiettivo di sentirsi «a proprio agio» nell´ambito di questo doppio rapporto. La destra britannica non è più soddisfatta dei legami con l´Europa di quanto lo fosse nel 1997 e la sinistra lo è ancora di meno rispetto ad allora quanto ai rapporti della Gran Bretagna con gli USA. Alcune componenti dei media, aggiunge, sono oggi sia euroscettiche che anti-americane: «valli a capire...».
Forse il maggior mutamento intervenuto nell´arco dei suoi dieci anni a Downing Street consiste nel sorpasso del globale sul locale. «La politica estera non è più politica estera». Il dilemma di un leader nazionale è che «il tuo paese vuole che tu ti concentri su temi interni, ma la verità è che le sfide che affronti sono spesso globali». Ad esempio è importante intraprendere azioni interne sul cambiamento climatico, ma in realtà, «lo scopo è di esercitare una forza trainante sulla leadership internazionale». Serve quindi un governo più globale: bisogna procedere sia alla riforma dell´Onu che a stringere alleanze per l´azione. La comunità di democrazie è una buona idea, ma in termini politici pratici «si costruisce partendo dall´alleanza europea-americana». Nel cinguettio di uccelli attorno allo stupendo glicine del giardino di Downing Street, sento l´eco di molte future conferenze da anziano statista.
Molti nel mondo, e non solo negli Stati Uniti, apprezzano le parole di Blair e molto del suo operato. Altri, in particolare nella sinistra britannica, li detestano. Ma l´unica critica insostenibile, almeno riguardo alla politica estera, è che il blairismo sia privo di contenuti. In politica estera Tony Blair ha sostenuto un´idea, che può piacere o meno, e sa dire esattamente quale.
www. timothygartonash. com

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Antony Giddens, la Repubblica 27/4/2007
Per giudicare realisticamente Tony Blair, nel momento in cui sta per dimettersi, conviene mettere i suoi dieci anni di governo a confronto con quello che hanno ottenuto altri leader politici suoi contemporanei: con i risultati conseguiti da Schroeder in Germania, Clinton negli Stati Uniti, Prodi nel suo primo mandato in Italia, Jospin in Francia, per limitarci a capi di stato o di governo appartenenti alle forze progressiste. Ebbene, da questo confronto Blair esce indubbiamente bene. La Gran Bretagna che il leader del Labour lascia in eredità al suo successore è oggi in condizioni decisamente migliori rispetto al 1997, quando Blair entrò a Downing street. L´economia è in crescita da un decennio e continua a espandersi. L´occupazione è ai livelli più alti d´Europa. Inflazione e altri indicatori economici sono sotto controllo o positivi. Milioni di persone sono uscite dal livello di povertà. Il governo Blair ha inoltre compiuto grossi investimenti nel settore pubblico: il servizio sanitario nazionale è significativamente progredito, i finanziamenti per l´istruzione statale sono stati utili, le infrastrutture pubbliche nel complesso hanno ricevuto la più sostanziosa iniezione di fondi dall´epoca vittoriana.
Un altro aspetto del lascito di Blair è l´attenzione che egli ha riservato a due problemi importanti come la criminalità, o in senso più ampio l´ordine pubblico, e l´immigrazione. I partiti di centro-sinistra andati al potere in altri paesi europei hanno incontrato serie difficoltà, quando non sono stati capaci di affrontare questi due problemi, che preoccupano giustamente una vasta parte dell´opinione pubblica e dell´elettorato. Blair li ha affrontati senza mezzi termini, battendosi per combattere i comportamenti anti-sociali, ovvero la delinquenza di strada, e per regolare l´immigrazione senza chiudere la porta agli immigrati dei nuovi paesi dell´Europa orientale entrati nella Ue.
Un terzo elemento positivo della sua eredità sono i cambiamenti costituzionali. Blair aveva promesso di cambiare il Regno Unito e lo ha fatto. La "devolution" in Galles, in Scozia, a dispetto della spinta al secessionismo che ha provocato tra i nazionalisti scozzesi, e soprattutto in Irlanda del nord, è stata una riforma importante. Il raggiungimento della pace e apparentemente di un governo congiunto tra protestanti e cattolici in Nord Irlanda resterà anzi come uno dei successi individuali di maggior peso dell´era Blair. Il quale ha portato a compimento anche altre riforme: l´elezione diretta dei sindaci nelle città, che in particolare a Londra fa oggi la differenza col passato; la fine dei seggi ereditari alla camera dei Lord; la legge sulla "partnership civile" per gli omosessuali; l´indipendenza della Corte Suprema. Una serie di riforme che hanno trasformato la società britannica.
Rimane la politica estera. In questo ambito, occorre ricordare che l´impegno di Blair a usare sia la diplomazia che la forza militare, quando necessario, per risolvere le grandi crisi internazionali, ha dato buoni risultati in Bosnia, Kosovo, Sierra Leone, Afghanistan. L´intervento in Iraq, tuttavia, si è rivelato una scommessa rischiosa: una decisione che, col senno di poi, non ha avuto l´effetto desiderato. Sia perché in Iraq non c´erano armi di distruzione di massa, ragione offerta dal governo Blair per entrare in guerra; sia per l´andamento di un conflitto gravido di incertezze.
Personalmente, penso che dieci anni al potere siano abbastanza, e che Blair si sarebbe dimesso comunque, arrivato più o meno a metà del suo terzo mandato. L´eccesso di propaganda mediatica, la tendenza a presentare il Labour come un prodotto commerciale, perlomeno nei primi anni del suo governo, a un certo punto si è rivoltato contro di lui, incidendo sull´entusiasmo iniziale nei suoi confronti. E la familiarità con un leader che resta a lungo al potere crea inevitabilmente disillusione: la gente finisce per concentrarsi non sui risultati ottenuti, che vengono dati per scontati, ma sugli obiettivi non ancora raggiunti o sugli occasionali errori di percorso che accompagnano qualsiasi governo di lungo corso. Ciononostante, è innegabile che le polemiche sull´Iraq abbiano prodotto un´ombra sui suoi ultimi anni a Downing street.
Ci sono altri due retaggi del blairismo di cui prendere nota. L´europeismo dichiarato di Blair non ha condotto Londra nell´euro-zona né diminuito l´euro-scetticismo predominante in questo paese: il primo ministro ha ottenuto qualcosa, aumentando l´integrazione militare della Ue e operando per un´azione più coordinata in altri campi, ma non è riuscito a fare di più. A suo merito, viceversa, vanno sottolineate le riforme che hanno permesso al New Labour, a un partito laburista profondamente rinnovato, di vincere tre elezioni consecutive. Il rinnovamento dei partiti progressisti è un movimento non solo britannico, bensì mondiale: ma l´impresa conseguita da Blair, tre successi elettorali consecutivi, è senza eguali in Gran Bretagna e in tutta Europa, con l´eccezione dei paesi scandinavi, dunque rappresenta anche per altri paesi una conferma della validità di questa scelta e un incitamento a proseguire su questa strada. Non solo: le vittorie consecutive possono diventare quattro. Come sostengo nel mio ultimo libro Over to you, Mr. Brown (Tocca a lei, Mr. Brown, ndr.), l´attuale ministro delle Finanze Gordon Brown, che entro breve sostituirà Blair come premier, ha almeno un 50 per cento di possibilità di essere rieletto quando fra due anni e mezzo si andrà alle urne. Anche la quarta vittoria farebbe parte dell´eredità politica di Blair.
In conclusione, nei suoi anni la Gran Bretagna è diventata, a dispetto di qualche problema, la società multi-etnica meglio integrata d´Europa: una nazione cosmopolita, arricchita dalla diversità culturale, vibrante, piena di energia. Il merito ovviamente non è solo del primo ministro, ma Blair ha ben rappresentato questa prodigiosa evoluzione: ne incarna il volto e il simbolo. Il Tony Blair che ora lascia il potere è, anche per questo, una figura globale: cosa che, dalla seconda guerra mondiale in poi, era riuscita soltanto alla Thatcher fra i leader britannici.
(Testo raccolto
da Enrico Franceschini)

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Edmondo Berselli, la Repubblica 27/4/2007
Un´incertezza profonda segna l´atteggiamento della sinistra italiana verso Tony Blair. Da un lato fu subito visibile la soddisfazione per la riscossa contro i conservatori inglesi, dopo la lunga egemonia thatcheriana e i suoi strascichi. Dall´altro c´era la percezione di un´alterità, ossia di una tradizione laburista del tutto diversa rispetto ai socialismi continentali.
Anche se il Labour era una formazione politica ad amplissimo spettro che comprendeva moderati ed estremisti, con una componente trotzkista che in certi momenti acquistò un peso fortissimo nel partito, è fuor di dubbio che la cultura e la filosofia del Pci, e anche di gran parte della sinistra non comunista, erano in antitesi con il riformismo laburista.
Due culture, due ispirazioni: oggi suscita ammirazione rileggere i documenti del Labour subito dopo la seconda guerra mondiale, quando sullo sfondo di un paese martoriato i dirigenti inglesi sostenevano che il problema «non è equidistribuire la povertà, ma amministrare quote crescenti di ricchezza». A distanza di mezzo secolo, quando Blair nel 1997 vince le elezioni contro John Major, dopo diciotto anni di egemonia tory, le grandi ombre di Beveridge e di Bevin, i fautori di un benessere basato sul welfare "dalla culla alla tomba", appartengono al Pantheon della civilizzazione laburista, ma intanto il mondo contemporaneo ha già cominciato a sperimentare le fatiche della globalizzazione, dell´esposizione delle imprese nazionali alla concorrenza straniera, della necessità di mettere sotto controllo l´inflazione e i costi dello stato sociale, di promuovere l´occupazione anziché proteggere i disoccupati.
Per l´Italia della seconda metà degli anni Novanta l´esperimento di Blair è insieme affascinante e ambiguo. Suggestivo per i postcomunisti come Massimo D´Alema, che dopo essersi liberato dal fardello dell´ideologia si sente prontissimo a recepire il messaggio del New Labour (tanto è vero che si presenta alla City, e stupisce l´establishment finanziario londinese dicendo che l´Italia realizzerà un´autentica "rivoluzione liberale"). Ma per le altre forze politiche della sinistra post-Ottantanove, compreso ovviamente l´Ulivo, la "Terza via" blairiana, scolpita sulle colonne concettuali di Anthony Giddens, appare spesso come una fumosità impenetrabile.
La Terza via parlava del "realismo utopico", si autocollocava in un "centro radicale" che era una specie di sezione aurea segnata all´intersezione della vecchia socialdemocrazia con il pensiero unico neoliberista. Vedi caso, quel luogo imprendibile della politica, la "neue Mitte", dove intendeva collocarsi anche il nuovo socialdemocratico Gerhard Schröder. Non restava granché per il solidarismo cattolico, e neanche per lo stato sociale all´italiana, quella struttura "particolaristico-clientelare" secondo la scienza politica più avanzata, mediata integralmente da partiti e sindacati. Blair segnalava un orizzonte in cui le categorie tradizionali della politica italiana di sinistra venivano tutte scavalcate. Al posto del proletariato industriale si profilava la massa dei ceti medi; anziché la disuguaglianza il New Labour indicava come bersaglio la povertà (e a seguire lo squilibrio di potere e la discriminazione di genere).
Ci voleva poco quindi per classificare Blair come un astuto manipolatore di concetti sradicati dalla storia della sinistra. Il vessillifero di un thatcherismo senza Thatcher, capace di sostituire alla durezza ideologica della Lady di Ferro il proprio pragmatismo, senza principi che non fossero quelli attinenti alle necessità imposte dalla "modernizzazione". Va detto che sul versante italiano ha giocato contro Blair anche una certa corrività vacanziera con Silvio Berlusconi: un rapporto su cui si staglia la passeggiata a Porto Rotondo dell´agosto 2004, con le foto del premier italiano nel "bandana look" di quella strana estate e dei due Blair un po´ troppo divertiti da quello strappo all´ufficialità.
Folclore. Ma si sa che le sintonie politiche dipendono anche dalle simpatie. E la familiarità fra Berlusconi e Blair si è aggiunta come uno sfregio, per la sinistra, all´universo simbolico e programmatico del New Labour. Perché Blair ha continuato a sostenere che la modernizzazione laburista si fonda sui «nostri valori di fondo, la giustizia sociale, la solidarietà, la ricerca di maggiori opportunità e maggiore prosperità per tutti». Ma per la sinistra tradizionale si trattava di chiacchiere senza costrutto: una patina di belle parole per giustificare una politica economica dalla evidente impostazione monetarista e neoliberista.
Il distacco è diventato abissale nel momento in cui Blair si è schierato al fianco di George W. Bush nella campagna di preparazione dell´intervento americano contro Saddam Hussein e successivamente nell´invasione irachena, ossia quando gli interessi geopolitica britannici hanno seguito un´orbita lontanissima da quella continentale.
Ma adesso che è stato varato il partito democratico, e che si vedono effettivamente nel panorama politico italiano "due sinistre", una tendenzialmente moderata e l´altra più incline al radicalismo, è probabile che la sintesi blairiana, una modernizzazione fatta di liberalizzazioni e di incentivo keynesiano al migliore funzionamento dei mercati, torni a essere un riferimento obbligato.
E non soltanto perché c´è effettivamente un flusso di comunicazione anche generazionale con personalità di cultura non socialista come Francesco Rutelli, o perché la compassionevole visione sociale di Walter Veltroni non è dissimile da quella blairiana («Magari soltanto perché abbiamo frequentato gli stessi libri», come disse dieci anni fa il sindaco di Roma). Piuttosto, per la ragione che una sinistra "moderna" deve fare i conti con il merito come criterio e strumento per garantire un´uguaglianza effettiva, con l´istruzione e la conoscenza come fattori di crescita economica e di promozione sociale, con la competizione interna per essere in grado di affrontare la concorrenza esterna. Insomma, anche il partito democratico che verrà, per non essere il "compromesso storico bonsai", dovrà fare i conti con il decennio di Tony Blair.