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 2007  aprile 27 Venerdì calendario

Ho letto la sua risposta su Mustafa Kemal Atatürk. Sono turco di nascita e non posso che inorgoglirmi per la sua analisi di un grande uomo di Stato

Ho letto la sua risposta su Mustafa Kemal Atatürk. Sono turco di nascita e non posso che inorgoglirmi per la sua analisi di un grande uomo di Stato. Volevo osservare che il codice civile turco è fedele al codice civile svizzero, mentre quello penale al codice italiano «beccariano» (parliamo degli anni ’20-30). In secondo luogo Toynbee, che da novello giornalista nel 1915 collaborò all’estensione del «Blue Book», quando parla di Atatürk, in un libro scritto nel 1926, ne fa, quasi per scusarsi, un grande elogio e afferma che «ha scelto la via difficile proclamando la repubblica. Se si fosse dichiarato sultano, tutto sarebbe stato più facile per lui e per la società». Però oggi, probabilmente, la Turchia sarebbe come l’Iran. E ora vorrei fare una domanda riguardo a una decisione di Atatürk che, secondo me, fu all’epoca utilissima per tagliare i ponti con un impero secolare. Ma oggi, pensando al terrorismo internazionale che trova facile preda tra i mal governati, mi chiedo: se il califfato non fosse stato abolito le cose sarebbero andate diversamente? Una guida spirituale e autorevole avrebbe potuto evitare o circoscrivere certi avvenimenti? erkinbute@yahoo.com Caro Bute, la sua lettera mi permette di tornare sull’argomento e di rispondere a quanti mi hanno scritto, negli scorsi giorni, per chiedermi se il giudizio positivo su Atatürk non debba essere rivisto alla luce delle responsabilità dei Giovani Turchi nei massacri armeni del 1915. Lo farò spiegando ai lettori che cosa sia il Blue Book, di cui lei parla nella sua lettera, e perché il giudizio di Arnold Toynbee sul fondatore della Repubblica turca sia così importante. Nel 1916 il governo britannico decise di promuovere una ricerca sui massacri armeni dell’anno precedente e ne affidò l’incarico a una delle più eminenti personalità liberali del mondo accademico e politico: il visconte James Bryce, giurista, insegnante di diritto civile a Oxford, autore di opere memorabili sul «Commonwealth americano», sul Sacro Romano Impero, sulle moderne democrazie, ma anche ambasciatore a Washington e più volte ministro. Bryce associò al suo lavoro Arnold Toynbee, un giovane storico (era nato nel 1889) che avrebbe cominciato a pubblicare, poco meno di vent’anni dopo, il suo monumentale «Uno Studio della Storia» in 12 volumi. Il lavoro sul Blue Book fu in gran parte suo. Fu lui che consultò le fonti, interpellò i consoli e le missioni straniere operanti allora in Turchia, raccolse le dichiarazioni di numerosi testimoni tedeschi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi, greci, curdi e americani. Presentato al Parlamento britannico, il rapporto Bryce-Toynbee venne pubblicato sotto il titolo «Il trattamento degli armeni nell’Impero Ottomano 1915-1916» e divenne da allora il testo di riferimento per tutti gli studiosi di quella vicenda. Ma il lavoro sui massacri non impedì a Toynbee di essere negli anni seguenti uno dei maggiori estimatori di Atatürk e lo studioso che dette una interpretazione molto originale dell’importanza della sua impresa. In una serie di conferenze radiofoniche pronunciate nel 1952 su «Il mondo e l’Occidente», Toynbee spiegò la ragione per cui i riformatori, negli ultimi decenni dell’Impero Ottomano, erano stati soprattutto militari. Avevano visitato i Paesi europei, avevano constatato di persona la potenza dei loro eserciti e delle loro flotte, la ricchezza dei loro arsenali, l’intelligenza degli stati maggiori, l’addestramento delle truppe. E molti di essi si erano convinti che l’imitazione dell’Occidente in questo campo sarebbe bastata a impedire la scomparsa di un Impero malato. Dietro questo atteggiamento si nascondeva un errore di giudizio. Era assurdo pensare che l’ascesa dell’Europa nel mondo dipendesse semplicemente dalla sua forza militare. Le armi, e la tecnologia che le aveva rese possibili, erano soltanto la punta dell’iceberg. Dietro di esse vi erano le grandi rivoluzioni politiche, scientifiche, economiche e culturali che avevano progressivamente trasformato le istituzioni e le società dell’Europa. Atatürk lo capì e decise che la salvezza del suo Paese, dopo la sconfitta, sarebbe stata possibile soltanto se la Turchia, con un prodigioso sforzo di volontà, avesse interamente trasformato se stessa. Realizzò questa impresa tra il 1922 e il 1928, ricorda Toynbee, con l’emancipazione femminile, l’introduzione dell’alfabeto latino e la creazione di uno Stato laico. Ecco perché Atatürk può essere considerato un grande europeo. Lei vorrebbe sapere, caro Bute, se la conservazione del Califfato (l’istituzione politico- religiosa che aveva caratterizzato la umma islamica sin dalle origini) non avrebbe frenato e controllato i movimenti dell’islamismo radicale che ricorrono oggi all’arma del terrorismo. Comprendo le ragioni del suo dubbio. Se a Istanbul, oggi, il capo dello Stato turco fosse al tempo stesso califfo, Osama Bin Laden non potrebbe aspirare alla carica. Ma l’autorità morale e spirituale del Sultano nel mondo musulmano era legata alla vastità dell’Impero, padrone di terre che si affacciavano su quattro mari: il Mediterraneo, il Mar Nero, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Oggi la situazione è completamente diversa. Aggiunga a questo che la vera originalità della Turchia d’oggi è quella di essere, nonostante la presenza di un partito islamico al governo e i suoi gruppuscoli fanatici, il più laico degli Stati musulmani.