Vari, 27 aprile 2007
SECONDO GIORNO
(continua). PER IL FOGLIO, ANCHE QUI, SOLO IL PEZZO DI BONINI
Flavia Amabile, La Stampa giovedì 26/4/2007
ROMA – Quando dice «sono perplesso», usa quella cautela necessaria ad affrontare un caso dove i protagonisti sono bambini di appena tre o quattro anni. Ma quando comincia ad analizzare gli elementi di accusa, il professor Franco Coppi sembra già pronto a smontarli uno per uno. «Perché è vero che i minori vanno difesi – dice – ma qui ci sono vite adulte distrutte per sempre». Gianfranco Scancarello e la moglie Patrizia Del Meglio sono i suoi clienti. Lui fa lo sceneggiatore, lei è una delle maestre di Rignano Flaminio. Entrambi sono nella cella di un carcere.
Avvocato sta dicendo che è tutta un’invenzione?
«No, ma credo vada presa in attenta considerazione l’ipotesi che si sia creata una psicosi collettiva. I processi servono a verificare anche questo, ma ci si poteva arrivare senza sbattere in galera gli indagati. Anche perché mancano i presupposti».
Le contestazioni del giudice sono gravissime.
«Però risalgono a diversi mesi fa, senza che da allora sia cambiato nulla. I miei clienti sono stati interrogati a febbraio e hanno già risposto a quanto è contenuto nell’ordinanza. Non sono fuggiti, la maestra è sospesa e dunque non poteva ripetere un eventuale reato. Dubito che potesse trovare bambini soli per strada».
E la pericolosità sociale?
«Se esiste perché non sono stati arrestati nel luglio scorso, dopo la denuncia?».
I magistrati hanno avuto bisogno di tempo per gli accertamenti. I bambini avevano lesioni, hanno raccontato gli orrori subiti.
«Evitiamo ogni equivoco, questo voglio dirlo chiaro: i referti medici hanno dato esito negativo, tranne in un caso. Sull’imene di una bambina è stato trovato un "setto" che per ammissione dello stesso medico del Bambin Gesù può essere congenito. Gli altri sono privi di lesioni e se ci soffermiamo su quello che avrebbero subito è francamente incredibile che non avessero alcun segno».
I genitori dicono che li avevano.
«L’accusa sostiene che sono stati picchiati, drogati, ad alcuni sono stati praticati tagli sulle braccia, ad altri punture sul pene. C’è la descrizione di oggetti inseriti nei genitali. Stiamo parlando di bambini di tre anni che dopo sevizie del genere sarebbero tornati a casa con lesioni più che evidenti. Possibile che durante l’anno scolastico non ci sia stata una madre o un padre a notare almeno qualcosa di strano? Come mai tutto questo è venuto fuori soltanto a luglio?».
E le descrizioni delle case fatte dai bambini?
«Sono del tutto discordanti. C’è chi parla di una cucina di legno e chi di una bianca e rossa. Chi ricorda pareti gialle, chi verdi. Non è credibile che un’intera classe o una decina di bambini siano stati portati via dalla scuola senza che nessuno se ne accorgesse. Del resto durante l’interrogatorio la mia cliente ha potuto dimostrare che molti fatti contestati non erano fondati».
Come?
«Alcuni bambini erano in un’altra classe e dunque era impossibile farli uscire. In alcuni giorni nei quali sarebbero stati commessi gli abusi non era neanche in servizio. Ci sono i registri delle presenze, le testimonianze. Rignano è un piccolo paese dove tutti sanno tutto».
Nella sua relazione la psicologa che li ha interrogati parla di «difficoltà di approccio con la realtà». Questo non è sufficiente per dire che hanno subito traumi?
«Appunto, la relazione. Non ci sono colloqui filmati o registrati. Solo conclusioni. Una delle regole basilari in vicende di questo genere è quella di evitare che i genitori pressino i propri figli con le domande. E invece qui non si è fatto altro, per poi andarlo a raccontare ai carabinieri. Non mi sembra un approccio scientifico».
Si parla di bimbi abusati anche per fare foto e filmini. Anche questo è falso?
«Dalla casa dei miei clienti hanno portato via tutto: computer, dischetti, nastri. Non hanno trovato nulla, nemmeno un’immagine. So che tutto può accadere, ma so anche che qui non è accaduto quello che dicono».
***
TERZO GIORNO
Lavinia Di Gianvito, Corriere della Sera, venerdì 27/4/2007
ROMA – Sono 46 i bambini della «Olga Rovere» che avrebbero sofferto di «irritazioni dell’area genitale» nell’anno scolastico 2005-2006. Lo scrive il gip Elvira Tamburelli nell’ordinanza di custodia cautelare, riferendo le testimonianze dei genitori. Il dato, spiegano i carabinieri, è molto superiore alla media nazionale, attestata, per bimbi di tre o quattro anni, attorno al 15 per cento. Le maestre arrestate avevano in tutto 64 alunni: 16 avrebbero subito abusi. Sei casi sono contestati nel provvedimento, per gli altri dieci sono ancora in corso gli accertamenti, ma comunque, per il giudice «la credibilità delle dichiarazioni dei bambini sottoposti a violenze non è dubitabile».
I referti dei medici
I referti medici saranno al centro della battaglia giudiziaria che inizierà oggi, con gli interrogatori a Rebibbia. Per cinque delle sei vittime elencate nell’ordinanza, le visite hanno dato esito negativo. In un caso il pediatra dubita: «Conformazione congenita? Esito cicatriziale?». Ma i carabinieri ricordano che le denunce sono state presentate molto tempo dopo gli abusi, oltre alle ultime dieci (la più recente è di gennaio) su cui sono in corso le indagini. A una bimba che fa parte di questa seconda
tranche, scrive il giudice, «è stata diagnosticata l’anite rossa, difficilmente riscontrabile in una bambina così piccola». E, si legge nel provvedimento, gli alunni di Rignano «hanno lamentato nel tempo, e prevalentemente durante l’anno scolastico 2005-2006, infezioni più o meno gravi agli organi genitali».
I racconti dei bambini non sono stati registrati perché, spiega il gip, le vittime «hanno opposto un deciso e netto rifiuto ai tentativi» della consulente della procura di Tivoli, Marcella Battisti Fraschetti. Ma la psicologa «ha escluso ipotesi di mitomania o altro nei genitori, perché i racconti sono incentrati sullo stupore per quanto è avvenuto e sull’incredulità dei fatti. La specialista – prosegue il magistrato – ha escluso anche forme di fantasticherie in riferimento ai minori da cui ha ricevuto direttamente le "confidenze"». Tutti piccoli, secondo la consulente, «presentano una sindrome post-traumatica da abuso e molestia sessuale» e «oggi vivono ancora l’impossibilità di esprimere la sofferenza e lo sbalordimento». Eppure «i riferimenti delle vittime a figure, cose, luoghi, strumenti sono puntuali, precisi e coerenti». Stress, aggressività e depressione sono l’eredità degli abusi subiti. E poi «incubi, enuresi notturna, dolori gastrointestinali». Su una vittima la sofferenza «ha fortemente inciso sulle possibilità di sviluppo». C’è una piccola «che vorrebbe cancellare l’esperienza vissuta». Un compagno di sembra «a serio rischio psichico». «Le conseguenze psicologiche – si sostiene nell’ordinanza – sono grandi e lo saranno per lo stile di vita futuro e per la configurazione dei rapporti interpersonali. Il contesto ha azzerato i loro diritti di bambini».
I bambini, si legge nelle 59 pagine del provvedimento, erano costretti a subire «giochi sessuali tra loro e con i "grandi"»; erano «sottoposti, senza motivo, a percosse sistematiche»; dovevano sopportare «prelievi di sangue o inoculazione di sostanze varie, quali camomilla, narcotici, stupefacenti»; venivano «terrorizzati con l’uso di cappucci, vestiti da diavolo coniglio nero». E gli adulti si mostravano loro «completamente o parzialmente nudi». Il gip riferisce cosa accadeva ai piccoli in una casa (la quarta, ancora da individuare, che si aggiunge alle tre delle maestre) che non appartiene a nessuno degli arrestati: «Li spogliavano completamente e li lasciavano fuori, nudi e al freddo, poi li mettevano dentro secchi dell’immondizia e gli infilavano dei cappucci rossi con le corna; li facevano rientrare e si vestivano di nero e da diavolo. La maestra Patrizia tagliava qualche capello a tutti i bambini, che alcuni adulti li mangiavano; poi li pungevano facendo uscire del sangue che veniva raccolto in un bicchiere rosso. La maestra Patrizia e gli altri adulti iniziavano a tagliarsi. Il sangue veniva raccolto nel bicchiere e bevuto prima dai bambini, poi dai "grandi"». Una volta la Del Meglio «aveva incendiato un crocifisso e detto ai bambini che Gesù è cattivo e il diavolo buono».
Nel provvedimento, oltre ai risultati delle consulenze, ci sono i video registrati in casa e le denunce dei genitori.
Che riferiscono fin nei minimi dettagli i racconti dei piccoli. I «giochi», confida una bimba al papà, «si svolgevano a casa della maestra Patrizia, dove c’era una stanza piena di giocattoli» e «un letto grande, pieno di cuscini e con una coperta rossa». Un leone di pelouche, una piscina gonfiabile con disegni Disney, siringhe, palloni, costumi teatrali da scoiattolo e da lupo, tuniche nere e bianche con cappucci, catene di metallo e cerotti usati per far tacere le piccole vittime: gli alunni di Rignano ricordano a uno a uno gli oggetti usati per terrorizzarli. Patrizia Del Meglio, racconta una bimba, «ha pavimenti rosa e una cucina in legno». Invece dalla «maestra Marisa», Marisa Pucci, c’erano «un tavolo lungo e un letto», mentre la cucina di Silvana Candida Magalotti era «rossa e nera». Ma gli orchi usavano anche un’altra casa, «con i muri alti e molto distante dalla scuola, dove c’erano due cani neri». I particolari sulle abitazioni sono considerati i più importanti dagli inquirenti, per dimostrare la veridicità dei racconti dei bambini.
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Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera 27/4/2007
ROMA – Quando dice «sono perplesso», usa quella cautela necessaria ad affrontare un caso dove i protagonisti sono bambini di appena tre o quattro anni. Ma quando comincia ad analizzare gli elementi di accusa, il professor Franco Coppi sembra già pronto a smontarli uno per uno. «Perché è vero che i minori vanno difesi – dice – ma qui ci sono vite adulte distrutte per sempre». Gianfranco Scancarello e la moglie Patrizia Del Meglio sono i suoi clienti. Lui fa lo sceneggiatore, lei è una delle maestre di Rignano Flaminio. Entrambi sono nella cella di un carcere.
Avvocato sta dicendo che è tutta un’invenzione?
«No, ma credo vada presa in attenta considerazione l’ipotesi che si sia creata una psicosi collettiva. I processi servono a verificare anche questo, ma ci si poteva arrivare senza sbattere in galera gli indagati. Anche perché mancano i presupposti».
Le contestazioni del giudice sono gravissime.
«Però risalgono a diversi mesi fa, senza che da allora sia cambiato nulla. I miei clienti sono stati interrogati a febbraio e hanno già risposto a quanto è contenuto nell’ordinanza. Non sono fuggiti, la maestra è sospesa e dunque non poteva ripetere un eventuale reato. Dubito che potesse trovare bambini soli per strada».
E la pericolosità sociale?
«Se esiste perché non sono stati arrestati nel luglio scorso, dopo la denuncia?».
I magistrati hanno avuto bisogno di tempo per gli accertamenti. I bambini avevano lesioni, hanno raccontato gli orrori subiti.
«Evitiamo ogni equivoco, questo voglio dirlo chiaro: i referti medici hanno dato esito negativo, tranne in un caso. Sull’imene di una bambina è stato trovato un "setto" che per ammissione dello stesso medico del Bambin Gesù può essere congenito. Gli altri sono privi di lesioni e se ci soffermiamo su quello che avrebbero subito è francamente incredibile che non avessero alcun segno».
I genitori dicono che li avevano.
«L’accusa sostiene che sono stati picchiati, drogati, ad alcuni sono stati praticati tagli sulle braccia, ad altri punture sul pene. C’è la descrizione di oggetti inseriti nei genitali. Stiamo parlando di bambini di tre anni che dopo sevizie del genere sarebbero tornati a casa con lesioni più che evidenti. Possibile che durante l’anno scolastico non ci sia stata una madre o un padre a notare almeno qualcosa di strano? Come mai tutto questo è venuto fuori soltanto a luglio?».
E le descrizioni delle case fatte dai bambini?
«Sono del tutto discordanti. C’è chi parla di una cucina di legno e chi di una bianca e rossa. Chi ricorda pareti gialle, chi verdi. Non è credibile che un’intera classe o una decina di bambini siano stati portati via dalla scuola senza che nessuno se ne accorgesse. Del resto durante l’interrogatorio la mia cliente ha potuto dimostrare che molti fatti contestati non erano fondati».
Come?
«Alcuni bambini erano in un’altra classe e dunque era impossibile farli uscire. In alcuni giorni nei quali sarebbero stati commessi gli abusi non era neanche in servizio. Ci sono i registri delle presenze, le testimonianze. Rignano è un piccolo paese dove tutti sanno tutto».
Nella sua relazione la psicologa che li ha interrogati parla di «difficoltà di approccio con la realtà». Questo non è sufficiente per dire che hanno subito traumi?
«Appunto, la relazione. Non ci sono colloqui filmati o registrati. Solo conclusioni. Una delle regole basilari in vicende di questo genere è quella di evitare che i genitori pressino i propri figli con le domande. E invece qui non si è fatto altro, per poi andarlo a raccontare ai carabinieri. Non mi sembra un approccio scientifico».
Si parla di bimbi abusati anche per fare foto e filmini. Anche questo è falso?
«Dalla casa dei miei clienti hanno portato via tutto: computer, dischetti, nastri. Non hanno trovato nulla, nemmeno un’immagine. So che tutto può accadere, ma so anche che qui non è accaduto quello che dicono».
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Paolo Conti, Corriere della Sera venerdì 27/4/2007
RIGNANO FLAMINIO (Roma) – Mezzogiorno di ieri. Le grida si sentono dalla discesa che poi sbocca su piazza Carlo Stefanini, l’unico numero civico è la scuola materna «Olga Rovere». Due donne sui trentacinque anni urlano «vogliamo sapere, vogliamo sapere» sul piazzale interno. La porta d’ingresso è socchiusa, un’insegnante di mezza età la blocca e non le lascia entrare, risponde rigida solo «non possiamo dire niente». Le due donne alzano ancora la voce: «Avevamo le nostre figlie qui, fino a un anno fa. Abbiamo il diritto...». Niente da fare. Se ne vanno («no, niente nomi») e salgono su un’auto parcheggiata tra i furgoni delle tv che presidiano lo slargo trasformato in mega-set. Un nonno in anticipo sull’ora di uscita (anche lui «niente nomi») ti confida un sospetto che gli toglie il sonno: «Ho paura che la storia si possa allargare. Che venga coinvolta gente da fuori. E che poi esca qualche altro nome di qui. Importante e significativo per tutti noi». Chi? «Basta».
Rignano Flaminio, tre giorni dopo la catastrofe. Deve aver ragione Bruno Romaniello, consigliere comunale di An, guardia giurata, abito gessato: «Siamo tutti allucinati. come svegliarsi una mattina accanto a tua moglie e scoprire che hai sposato un mostro. Non puoi crederci». La faccenda lo riguarda da vicino. Sua figlia, 16 anni, quando ne aveva 4 aveva Silvana Magalotti come maestra: «Lei dice "papà, dev’essere un abbaglio". Io so solo che se si scoprirà che è tutto vero dovremo essere durissimi». Anche se si tratterà di persone care da sempre. A venti metri dal municipio, in corso Umberto, è regolarmente aperto il centrale Bar Sport del marito e dei figli di Silvana: entrarci da cronisti significa essere cacciati.
In municipio (assai insolita maggioranza Forza Italia-An-Udc con «inserimento» dei Comunisti italiani) c’è riunione plenaria dei gruppi per individuare una linea comune: a porte letteralmente chiuse, con tanto di chiave girata dal messo comunale per tener fuori le telecamere. Quasi uno stato d’assedio. Poi il sindaco Ottavio Coletta, An, apre lo studio e si sfoga pensando alla sua Rignano, lievitata in cinque anni da 5.800 a 8.200 abitanti per la trasmigrazione dei ceti medi da Roma all’hinterland: «Lo confermo, ci costituiremo parte civile. Ma ora ci vuole coesione. L’immagine della città è distrutta. E oggi l’immagine è sostanza... E se tutto questo non fosse vero, noi che facciamo?». Paura dell’effetto Cogne, sindaco? «Paura che Rignano subisca una fama che non le corrisponde. Se non l’avessi sarei un incosciente ».
E qualcuno sussurra, lì a un metro dal sindaco, che da tre giorni si vedono troppi nuovi cartelli «vendesi» in una città in piena espansione urbanistica per non sospettare i sintomi della psicosi. Intanto lo studio ospita già un embrione di talk-show con la vigilessa Elisabetta Palamides che spiega alle telecamere che lei non ha mai dichiarato «di aver visto pochi alunni per le strade con le maestre incriminate in ore di scuola» ma solo «di aver incontrato una volta due classi in gita scolastica con due maestre ma non di quelle sospettate».
Riecco il piazzale della scuola all’uscita delle 16, il tempo pieno. L’assessore ai servizi sociali Franco Costa, Forza Italia, ha la voce incrinata: «E dire che abbiamo speso 400 milioni per ristrutturare quell’edificio. Le scuole sono il nostro fiore all’occhiello, offriamo dall’asilo nido agli istituti tecnici, vengono da fuori». Una nonna (seta blu a pallini bianchi) si confida con i carabinieri di guardia: «E se quella roba è finita su Internet?». Massimo («niente cognome, sono un militare») aspetta la sua bambina: «Se tutto fosse confermato, mi auguro solo che nessun buonista demagogo venga a suggerirci in futuro un perdono perché magari questa gente è malata. Certi traumi restano per la vita, e quei bambini rischiano di diventare a loro volta pedofili». Una giovane mamma piange: «Mi ritrovo in quest’inferno con una preside che non ci riceve, non ci parla, si comporta in modo ignobile con noi genitori. Lo scriva: ignobile. Certi bambini si aggrappavano alle gambe dei genitori per non entrare. Ora capisco perché». Un dubbio: e se il tunnel descritto dai bambini fosse l’uscita (in parte sotterranea) che dal retro della scuola porta a un piazzaletto lontano nemmeno cento metri dalla villetta di Gianfranco Scancarello? Lì, tra le tv, il sindaco parla ancora con qualche giornalista: «E se poi tutto questo non fosse vero?».
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Flavio Haver, Corriere della Sera 27/4/2007
ROMA – I magistrati non credono che possa rivelarsi un accertamento decisivo. Ma se arrivassero novità importanti, potrebbe essere la svolta definitiva dell’inchiesta: hanno già chiesto alle banche di comunicare tutti i movimenti sui conti correnti dei sei arrestati per le presunte violenze sui bambini della materna di Rignano Flaminio e dei loro familiari più stretti. I tabulati sono attesi da un giorno all’altro e se spuntassero strani passaggi di denaro la posizione degli indagati peggiorerebbe sensibilmente. Perché una delle ipotesi su cui stanno lavorando i carabinieri è che gli abusi e i giochi perversi a cui sarebbero stati costretti a sottostare i piccoli servissero per realizzare filmati pedopornografici da immettere poi nel mercato. Immagini che vengono vendute a prezzi altissimi per finire poi, spesso, sui siti in cui navigano i pedofili.
Per il resto le indagini sono praticamente ferme. O meglio, procedono con lentezza. I militari dell’Arma sono ancora alla ricerca del terzo appartamento dove alcuni bimbi hanno detto di essere stati portati. Le due abitazioni, la villa con piscina di Silvana Magalotti e l’appartamento a poche centinaia di metri dalla scuola dell’autore televisivo Gianfranco Scancarello e della moglie Patrizia Del Meglio, sono stati passati al setaccio più volte e nell’ordinanza del gip sono molti i passaggi in cui vengono citate.
Mancano, invece, elementi certi per individuare l’altra. Nella quale, a sentire i piccoli, c’erano sempre almeno quattro-cinque persone diverse da quelle rinchiuse a Rebibbia (di cui almeno un giovane): dagli accertamenti fin qui condotti dai carabinieri è emerso che non sarebbero comunque residenti a Rignano Flaminio.
Nessuna novità, invece, dai computer.
Sia quelli sequestrati a ottobre, sia gli ultimi, portati via il giorno degli arresti: i difensori avevano chiesto ai magistrati di eseguire le verifiche attraverso il cosiddetto «incidente probatorio» e questo, di fatto, ha bloccato ogni possibilità di verificare se le memorie contenessero foto o filmati compromettenti.
Oggi sono in programma gli interrogatori di garanzia davanti al gip Elvira Tamburelli e al pm Marco Mansi.
Nel frattempo, il difensore della Magalotti, Bruno Naso, e gli avvocati della Del Meglio e di Scancarello, Franco Coppi e Roberto Borgogno, hanno depositato il ricorso al Tribunale del riesame per chiedere la revoca delle ordinanze di custodia. Istanze di scarcerazione potrebbero essere presentate invece oggi al gip dai difensori degli altri arrestati: la maestra Marisa Pucci, la bidella Cristina Lunerdi e il benzinaio cingalese Kelun Da Silva.
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Carlo Bonini, la Repubblica 27/4/2007
CARLO BONINI
ROMA - Le voci dei bambini - sedici - e i loro disegni. Il loro quadro psichiatrico. Cento pupazzi chiusi in sacchi di plastica, ammucchiati nel ripostiglio di un terrazzo. Una piscinetta abbandonata in un giardino. Molecole di farmaci «neurologico-sedativi» («clonazepam» e «diazepam») nei capelli di due bimbe. I referti medici dell´ospedale Bambino Gesù. «Formazioni pilifere e tracce di altre sostanze organiche» nella Fiat 500 rossa di una delle maestre (Marisa Pucci) e dvd, e cd, e cassette Vhs, e hard disk di computer fissi e portatili della cui natura dirà un futuro incidente probatorio. Le testimonianze di due agenti della polizia municipale e di una colf.
Nel perimetro giudiziario che, al momento, definisce e attribuisce le responsabilità per gli orrori della "Olga Rovere", il gip Elvira Tamburelli e il pm Marco Mansi declinano il quadro indiziario con la certezza dell´indicativo. La pietra angolare dell´istruttoria - documentano nell´ordinanza di custodia cautelare - è in ciò che i bambini riferiscono prima «ai loro genitori» e quindi nell´ «esame scientifico» («test di Roscharch, disegno della figura umana di K. Machover, questionario Ceipa, test dell´albero di K. Koch; disegno della famiglia reale di M. Porot») condotto dalla dottoressa Marcella Battisti Fraschetti, consulente psichiatra del pm. E´ nei «riscontri obiettivi» che questi racconti hanno trovato con «i luoghi dell´abuso», con «l´identificazione dei responsabili». E´ in un argomento logico-deduttivo. Quel che i bambini e i loro genitori hanno detto «non può essere frutto di mitomania e fantasticheria», perché «l´abuso è fenomeno denunciato in modo analogo da nuclei familiari completamente diversi, socialmente e culturalmente». «Perché i bambini, vista la loro piccolissima età, non hanno la malizia per organizzare una versione comune».
I bambini, dunque.
Per come è ricostruita, la violenza ha uno schema fisso. Durante l´orario scolastico, i bambini vengono fatti uscire in piccoli gruppi dal retro della "Olga Rovere". Invitati a percorrere a piedi un breve tratto di sterrata e quindi caricati su «un´auto rossa». Accompagnati nelle case di una delle maestre (con maggiore frequenza in quella di Patrizia Del Meglio) e quindi abusati da chi li attende. Quando questo non è possibile, le violenze si consumano all´interno della scuola. Nei bagni, nel cortile, in uno sgabuzzino che si apre in fondo ad uno dei corridoi su cui affacciano le aule. Gli abusi vengono descritti con precisione. Ciascuno ha un nome. «Il gioco della patatina»; «del dito a punta»; «della penna azzurra»; «del tavolo»; «dello scatolone»; «della mamma e dei figli»; «del dottore»; «del lupo e dello scoiattolo». Scrive il gip: «Le vittime erano costrette a pratiche sessuali spesso cruente, valendosi anche di iniezioni o inoculazione di narcotici e sostanze varie (...) Le vittime venivano riprese e fotografate». I loro carnefici «effettuavano riti di sangue e violenza con chiari richiami a pericolosi rituali di sette sataniche: maschere, vestizioni da diavoli o conigli neri, cerchi di fuoco, croci, cappucci».
Né il gip, né il pubblico ministero, né i carabinieri della compagnia di Bracciano hanno mai incontrato i bambini di Rignano. Del loro esame da parte della consulente del pubblico ministero non esiste registrazione. Il loro racconto - nei casi in cui ne è conservata traccia - è documentato dagli appunti presi dai loro genitori. In tre casi, da videoregistrazioni domestiche. Il gip avverte la difficoltà del passaggio. Scrive: «Della credibilità e affidabilità dei racconti dei genitori non è motivo dubitare. E´ anzi apprezzabile il loro sforzo di rispettare il più possibile le modalità logiche ed espressive dei bambini. Né inficia in alcun modo l´affidabilità delle loro denunce la circostanza che i genitori si siano ad un certo punto confrontati su quanto andava emergendo». Certo, resta il problema del metodo di lavoro della dottoressa Marcella Battisti Fraschetti. Ma la spiegazione che la consulente del pm fornisce è ad avviso del gip sufficiente per mettere in un canto ogni dubbio: «I bambini sono ancora nella fase acuta della disorganizzazione del pensiero e questo non ha reso possibile di poter procedere a forme di registrazione, ai cui tentativi i minori hanno opposto un deciso e netto rifiuto».
I referti obiettivi di cui conta l´istruttoria sono quelli medico-pediatrici. Uno soltanto - redatto al Bambino Gesù - documenta cicatrici nella carne («la presenza di "setto" dell´imene» in una delle bambine), pur senza trarne conclusioni univoche («conformazione congenita? esito cicatriziale?»). Gli altri, accertano un´infezione genitale rara («anite rossa») o ferite profonde della psiche. «Reazione di ansia, con irrigidimento del corpo, al momento della visita ai genitali, con immediata erezione»; «balbuzie emozionale»; «aggressività inesplosa»; «ipercinetismo».
Nell´argomentare del gip, la sproporzione tra la descrizione delle violenze e l´assenza di significative cicatrici fisiche è argomento aggirabile con l´incertezza sui tempi in cui gli abusi si sarebbero consumati. Verosimilmente tra il 2005 e l´autunno dello scorso anno. E, nell´ordinanza, l´argomento viene puntellato con l´esame tossicologico sui capelli di due bambine. Gli investigatori scelgono quelle che li hanno più lunghi, «tali da consentire una loro analisi retroattiva al 2005-2006». In quelle ciocche, i laboratori fissano tracce di «benzodiazepine». I sedativi dei racconti dell´orrore - chiosa l´accusa - I sedativi che una delle arrestate, Patrizia Del Meglio «ha negato di aver mai assunto durante il suo interrogatorio con il pm», ma che, «al contrario, dopo un ricovero per crisi depressive, acquistava in una farmacia diversa da quella di Rignano, assumeva con prescrizione medica e nascondeva in casa».
I racconti dei bambini e il loro esame medico-psichiatrico fermano il tempo dell´inchiesta al giorno in cui è cominciata - luglio 2006 - e al successivo autunno del «blitz», quando si è arricchita di nuove denunce. Dunque, cosa è accaduto in questi nove mesi in cui gli indagati sono rimasti in quotidiano contatto con le loro presunte vittime? E perché arrestarli soltanto martedì? Il gip dà atto che non molto è accaduto. Che, allo stato, non sono state trovate né foto né video degli orrori. Scrive: «I servizi di osservazione degli indagati non consentivano un´efficace controllo per la carenza di personale dell´Arma, né risultati utili sono venuti dall´attività di intercettazione telefonica».
Quel che dunque salta fuori è questo.
In un ripostiglio della casa di Patrizia Del Meglio, erano stipati in sacchi di plastica «maschere, vestiti» e 100 pupazzi che i bambini «hanno riconosciuto come quelli utilizzati durante i giochi erotici, riuscendo anche a collocarli nei diversi locali della casa». E dove, «al contrario di quel che l´indagata afferma», «i bambini venivano portati». Simona Baldoni, colf della Del Meglio dal 1999 al 2001, ricorda due singoli episodi. Aver «sorpreso» la signora, «in una occasione», rientrare da scuola con alcuni dei suoi piccoli alunni. Aver osservato sullo schermo del pc del marito, Gianfranco Scancarello, «foto di maschietti e femminucce con grembiulini rosa o celesti, che mi venne detto fossero per lo Zecchino d´oro».
Parlano anche altre due donne: Elisabetta Palamides e Nadia Di Luca, agenti della municipale di Rignano. Nel maggio-giugno 2006 sorprendono «un gruppetto di bambini della "Rovere" fuori dalla scuola». Chiedono dove se ne stiano andando da soli. Gli viene risposto: "In gita alla fattoria. Aspettiamo il pulman". «Quel giorno - scrive il gip - è stato accertato che non c´era alcuna gita alla fattoria». Parlano infine, «confermando i racconti dei bambini», i colori. Meglio, un colore: il rosso. «Rossa era l´auto Suzuki che aveva la Del meglio nel 2001». «Rossa è la Fiat 500 della maestra Marisa Pucci». «Rossa è la vasca chicco a forma di conchiglia» trovata nel suo giardino di casa.
Per il gip ce ne è abbastanza per aprire le porte di un carcere. Anche a distanza di nove mesi dall´accertamento dei fatti. Le motivazioni non prendono più di una cartella e mezzo. Indubbiamente - scrive - «non si ravvisa un pericolo di fuga», ma «i reati commessi sono gravissimi. Esiste un concreto pericolo di inquinamento delle prove, a cominciare dai bambini, facilmente condizionabili e noti agli indagati. Il presidente dell´Associazione genitori di Rignano Flaminio, Arianna Di Biagio, e la segretaria, Antonella Paparelli, hanno subito minacce da ignoti».
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QUARTO GIORNO 28/4/2007
MARINO BISSO
ANNA MARIA LIGUORI
la Repubblica
ROMA - Negano tutto gli arrestati, respingono l´accusa di essere gli orchi dell´asilo nido "Olga Rovere" di Rignano Flaminio. Ma nel giorno degli interrogatori di garanzia si allunga la lista delle piccole vittime di presunti abusi sessuali e di torbidi giochi pedopornografici. Cinque famiglie di ex alunni della Olga Rovere, ora alle elementari, hanno deciso di sporgere denuncia. E la lista degli accusati potrebbe ancora allargarsi con l´iscrizione di nuove persone nel registro degli indagati. Ma gli investigatori dell´ Arma sono anche alla ricerca di un´altra casa descritta dai bimbi nei loro disegni ora agli atti dell´inchiesta.
Ieri intanto nel carcere di Rebibbia si sono svolti i primi interrogatori di garanzia. Davanti al pm Marco Mansi e al gip Elvira Tamburelli sono state ascoltate le maestre Silvana Magalotti, Marisa Pucci, Patrizia Del Meglio e di suo marito, l´autore televisivo Gianfranco Scancarello. Da ieri non sono più in isolamento e il giudice delle indagini preliminari si è riservata sulla decisione di revoca delle ordinanze di custodia cautelare.
I primi a rispondere alle domande dei magistrati sono stati i coniugi Scancarello. «Hanno reagito e ribadito entrambi che schifezze come quelle loro contestate non le hanno mai fatte - spiega Franco Coppi, che con la figlia Francesca e Roberto Borgogno, difende la maestra d´asilo Patrizia Del Meglio e suo marito Gianfranco Scancarello. I magistrati hanno chiesto spiegazioni anche sui peluche e i travestimenti trovati a casa della donna. «Non esiste alcun travestimento o cappuccio da satanista. Ma solo un vestitino da fata, degli abiti e maschere da carnevale che appartenevano ai miei quattro figli - ha risposto Patrizia Del Meglio - I peluche? Mia figlia, che ora ha 11 anni, ne è sempre stata appassionata. Così mio marito al ritorno da ogni viaggio di lavoro gliene portava uno. Ne abbiamo talmente tanti che siamo stati costretti a metterli in un grosso sacco in soffitta. Non erano nascosti, erano solo d´impiccio in casa». Il gip ha chiesto anche spiegazioni sui tranquillanti che sarebbero stati prescritti alla maestra dal suo medico e che, secondo l´accusa sarebbero serviti a drogare i bambini prima delle violenze. «Quelle medicine sedanti, come ho già detto nel mio precedente interrogatorio, li assumevo anni fa quando sono stata operata alla tiroide. Ma non ho mai drogato nessuno tanto meno dei bambini... «.
Anche Silvana Magalotti, difesa dall´avvocato Giosuè Bruno Naso, si è battuta con grinta per ribadire la sua innocenza. «Se avessi realmente commesso quei fatti qualcuno se ne sarebbe accorto - ha spiegato la maestra - Non era assolutamente e fisicamente possibile portare fuori dalla scuola i bambini, nell´orario prestabilito, senza che altre insegnanti e personale se ne accorgessero. E poi anche la mia cucina, dove sarebbero avvenuti i presunti abusi, non corrisponde affatto a quanto raccontato dai bimbi». E l´avvocato Naso aggiunge: «Non esiste alcun riscontro alle terribili accuse asserite dai bambini. Anche le intercettazioni e anche le riprese video effettuate di nascosto dai carabinieri nell´asilo per mesi non hanno dimostrato nulla». E per l´avvocato Emilio Sallustri, legale dell´altra maestra interrogata, c´è il rischio che i bambini e i loro genitori siano in realtà «vittime di una psicosi collettiva».
CARLO BONINI
la Repubblica
CARLO BONINI
ROMA - Il lavoro della pubblica accusa si specchia nel racconto di quattro donne (le maestre Patrizia Del Meglio, Silvana Magalotti e Marisa Pucci, la bidella Cristina Lunerti) e un uomo (Gianfranco Scancarello) che è convinta essere mostri. E non si riconosce. Il canovaccio nero della materna "Olga Rovere" - di cui si è letto nell´ordinanza di custodia cautelare - ne esce deformato, a tratti stravolto. Il pubblico ministero, Marco Mansi, fa ammenda per aver qualificato nel suo capo di imputazione gli indagati, incensurati, come «delinquenti abituali» (il codice lo permette solo per i recidivi). Ma per il resto - riferiscono Emilio Salustri e Giosuè Naso, due degli avvocati difensori - quel che ascolta, lo sollecita, con il gip Elvira Tamburelli, a una sola domanda rivolta agli arrestati, che suona come una inversione dell´onere della prova: «E allora, se, come dite, i bambini non dicono la verità, perché lo fanno?».
A questa domanda, per quel che riferiscono ancora i loro avvocati, Patrizia Del Meglio, Silvana Magalotti, Marisa Pucci, Cristina Lunerti e Gianfranco Scancarello non hanno una risposta da offrire. Se non un´altra domanda: «Perché siamo qui?». E, con lei, una storia che aggredisce gli stessi nodi del sospetto proposti dall´accusa: le voci dei bambini; i cento pelouche finiti nel ripostiglio di una terrazza; una piscinetta a forma di conchiglia abbandonata nel giardino di una casa; le tracce di psicofarmaci nei capelli di due bimbe; la testimonianza di due agenti della polizia municipale di Rignano.
I bambini, dunque. Meglio, i sei bambini della denuncia del luglio 2006, quella da cui questa storia è cominciata.
Patrizia Del Meglio dice di non averli mai avuti nelle sue classi. Di non aver mai avuto modo di familiarizzare con i loro genitori. Silvana Magalotti (che della materna è coordinatrice) sa chi sono, ma, come la sua collega, non ne era la maestra. I bimbi erano con la Marisa Pucci. E la Marisa Pucci mostra il suo orario scolastico: tutti i giorni dalle 9 alle 12.45. Un tempo troppo breve - osserva - per uscite e reingressi clandestini dalla "Olga Rovere". Allontanarsi senza essere visti da una scuola che, architettonicamente, è costruita come un parallelepipedo trasparente (le classi hanno pareti di vetro) «è semplicemente impossibile», dice. A meno (come osserva anche la Magalotti) di non contare sulla complicità delle altre maestre (le 16 di ruolo e le 4 di sostegno) cui, necessariamente, i bambini non scelti per le «gite dell´orrore» avrebbero dovuto essere affidati. Allontanarsi poi per portarli in una casa con «la piscina a forma di conchiglia», ancora meno. «Per il semplice motivo - aggiunge - che la casa in cui è stata ritrovata la piscinetta (nella frazione di Morolo ndr.) non è casa mia, né l´ho mai frequentata».
Bene. E come spiegare, allora, i ricordi di Elisabetta Palamides e Nadia Di Luca, le agenti della polizia municipale che, nel maggio-giugno 2006, sorprendono in piena mattina un gruppo di bambini della «classe della Magalotti» fuori dalla scuola, in attesa di un pullman che li porti ad «una gita che non c´è»? La risposta - contesta la Magalotti - è in una omonimia e in un errore, che vengono documentati. «Alla "Olga Rovere" esistono due maestre Magalotti. La sottoscritta e Carla. I bambini osservati dalle due vigilesse erano nella classe di Carla Magalotti. E, nel maggio-giugno 2006, Carla Magalotti ha portato la sua classe a due gite organizzate alla fattoria di Ponzano. Gite in un pullman troppo grande per caricare i bambini all´ingresso principale della materna e dunque obbligato a raccoglierli sul ciglio della strada, in coincidenza con uno degli ingressi posteriori».
Marisa Pucci ha qualcos´altro da aggiungere. Sembra consapevole di non potersi sottrarre a una domanda importante. Che non necessariamente interpella circostanze di dettaglio, indizi utili a determinare l´esito di un´istruttoria, ma il suo mestiere di maestra. Se, come dice, è innocente, come ha potuto sottovalutare o ignorare i sintomi di forte disagio psicologico che quei bambini, i «suoi» bambini, manifestavano? Racconta dunque di averlo percepito, il disagio. In almeno due dei sei bimbi che per primi si dicono abusati. Di averne parlato con i genitori. «Una bimba - ricorda - soffriva di allergie alimentari e, nel 2006, fu assente per molti mesi. Quando rientrò era visibilmente ipercinetica. Un bimbo viveva il conflitto della separazione dei suoi genitori e manifestava rabbia e aggressività verso la madre».
Prima che alla scuola, la Pucci invita dunque a guardare all´altro terminale dell´affettività di ogni minore: il suo nucleo familiare. E lo stesso fa la Magalotti, con un dettaglio che incrocia significativamente il ritrovamento di tracce di farmaci tranquillanti nelle ciocche dei capelli di una delle due bimbe risultata positiva alle "benzodiazepine". «Ebbi modo di parlare con la mamma di una delle due bimbe - racconta - perché la famiglia aveva vissuto un lutto terribile: la perdita di un figlio. Si confidò con me, dicendomi di essere in analisi, di non riuscire a venirne fuori. Mi disse che assumeva tranquillanti». «E´ vero. E´ una circostanza che conosciamo anche noi - dice l´avvocato Franco Coppi - e non so se ne fossero al corrente il pm o il gip. So invece che erano al corrente che la mia assistita, Patrizia Del Meglio, assumeva psicofarmaci senza nasconderlo a nessuno. Al punto da averne spiegato anche i motivi al pm durante il suo interrogatorio di febbraio. Era stata operata per dei noduli alla tiroide e quei farmaci le erano stati regolarmente prescritti per sostenerla nel faticoso decorso post-operatorio. Perché il gip ha scritto che la Del Meglio ha negato? Forse per le stesse ragioni per cui si ostina a chiamare "Giovanni" il marito della Del Meglio, Gianfranco Scancarello».
"Giovanni"? «Si - prosegue Coppi - i bambini, nei loro racconti, non parlano mai di "Gianfranco". Dicono che ai giochi partecipava un tale "Giovanni". Il gip sostiene che uno dei minori ha riconosciuto Scancarello in questo "Giovanni". E non mi chieda come, perché è una spiegazione che non ci è stata data». Scancarello, del resto, oltre a ripetere di chiamarsi "Gianfranco", ha una sola cosa da dire, una sola circostanza di fatto su cui interloquire. «I pelouche sono i regali che, nel tempo, ho fatto ai miei tre figli. In particolare, alla mia bambina più piccola, che oggi ha 11 anni. Per questo sono finiti nei sacconi sul terrazzo».
LA STAMPA 28/4/2007
FRANCESCO GRIGNETTI
FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA
Muro contro muro, gli interrogatori dei presunti pedofili di Rignano Flaminio - le tre maestre, la bidella, il benzinaio e l’autore televisivo - segnano una situazione di stallo. Da una parte c’è il gip Elena Tamburelli che interroga utilizzando passi della sua ordinanza. E c’è il pm Marco Mansi che incalza. Dall’altra ci sono gli indagati - eccetto il cingalese: per lui l’interrogatorio slitta perché manca l’interprete - che negano disperatamente. «Mai fatte certe schifezze», ha detto Gianfranco Scancarello, l’autore tv dello Zecchino d’Oro. Alla fine per tutti e sei decade l’obbligo di isolamento in cella e per tre il giudice si riserva di decidere la scarcerazione. Ma il caso è ai primi passi e le difese si preparano a una lunga battaglia giudiziaria.
L’accusa è nota: episodi di violenza sessuale, forse conditi di risvolti satanici. Di giorno. Durante le ore scolastiche. «Al di là della soglia di credibilità», commenta Franco Coppi che difende la maestra Patrizia Del Meglio e il marito Gianfranco Scancarello. Sono tra i principali accusati. A casa loro, nel giardino, sarebbero accadute cose pazzesche. Questo hanno raccontato molti bambini ai genitori che poi hanno presentato la denuncia alla magistratura.
La cucina
C’era un riscontro, a giudizio del giudice Tamburelli: una casetta in plastica, di quelle Chicco, col tetto rosso e le pareti bianche, nel giardino degli Scancarello. Ne parlano i bambini. Ora non c’è più perché è stata gettata. Ma ai carabinieri ne aveva parlato un vicino di casa, Lucio De Nicola, che l’aveva notata nella primavera 2006 e l’aveva anche riconosciuta in un secchio dell’immondizia. «Curiosa l’attenzione di questo vicino - dice tagliente il difensore - ma mi meraviglio che abbia notato un’innocua casetta di plastica e non abbia sentito nulla di tali sevizie svoltesi in orari scolastici, o di musiche alzate al massimo volume per coprire le urla».
Accuse pesanti anche per la maestra Silvana Magalotti. sua la cucina «rossa e nera» dove si svolgeva il gioco del tavolo. Peccato, insorge il difensore Giosué Naso, che «la cucina sia grigia e il pavimento nero. Bastava andare a controllare. E non c’è neppure il tavolo».
L’avvocato Naso è molto arrabbiato. «Nessuno ha detto che per 40 giorni, dal 2 settembre al 12 ottobre 2006, la scuola materna è stata controllata dai carabinieri con intercettazioni ambientali e microtelecamere. Risultati? Nessuno. Non c’è una sola intercettazione che possa segnare un elemento a carico degli indagati. La vita nella scuola si è svolta regolarmente».
Al quarto giorno dello scandalo, mentre Rignano è sempre più spaccata tra innocentisti e colpevolisti e il Comune ha deciso di presentarsi come parte civile, alcuni capisaldi dell’inchiesta tengono, altri traballano. Vero che i racconti dei bambini sono concordanti, e spaventosi. Tanto che l’avvocato Naso accenna alla possibilità che un pedofilo a Rignano ci sia: «Ma qualunque ipotesi alternativa non è stata approfondita».
Il certificato
Non esiste un certificato medico che dimostri le accuse di violenza carnale. Ci sono state l’anno scorso molte segnalazioni ai pediatri di arrossamenti nella parte genitale, ben poco valutate. C’è l’errore della psicologa Marcella Battisti Fraschetti, consulente dell’accusa, che non ha videoregistrato i racconti dei bimbi e quindi non ci sarà alcuna voce da risentire in tribunale. Ci sono valanghe di intercettazioni inutili. Ci sono infine i peluche sequestrati a casa Scancarello. Una prova, per il gip. «Ma sfido a non trovarne in una casa dove sono stati cresciuti quattro figli e due nipoti», dice Coppi. Resta l’appello di una madre, Roberta Lerici: «Non vogliamo processi sommari ma non si dimentichi che questa storia coinvolge bambini di 4 anni che stanno male».
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LA STAMPA 28/4/2007
FRA.GRI.
Molta documentazione sta arrivando spontaneamente al mio studio. sorprendente quante analogie ci siano con alcuni casi di falsi abusi che ci sono stati a Brescia, Torino, Gorizia e Como». Il professor Franco Coppi è uomo che sa moderare le parole. Difende due dei presunti pedofili di Rignano, i coniugi Scancarello, e non è un avvocato che entri in forte contrasto con la pubblica accusa. Ma dal processo Andreotti in poi Coppi è diventato celebre per la cura meticolosa con cui studia le carte e sa far saltare fuori le contraddizioni di un castello accusatorio. Anche quello apparentemente più saldo.
Gli alleati
Nel caso di Rignano Coppi ha trovato una schiera di alleati. Sono altri legali, e periti, e cittadini che hanno subito l’onta di un’accusa terribile salvo poi essere scagionati con tante scuse. Hanno dato vita a un’associazione e a un sito Internet (www.falsiabusi.it) per documentare la sequela di errori giudiziari. L’associazione è di stampo cattolico, si può dire che sia nata sull’onda del caso di don Giorgio Govoni «uomo buono e integerrimo, prete amato e apprezzato. Morto nel 2000 di crepacuore a causa di accuse ingiuste e infamanti, dalle quali venne completamente scagionato, purtroppo, solo dopo la morte». Dice Coppi: «A differenza di quanto si creda, e anche di quanto riportato nell’ordinanza che ha condotto in carcere le maestre di Rignano, è vero che spesso i minori inventano. A volte i bambini indulgono al morboso. Sono noti, poi, episodi di psicosi collettiva».
Ecco, proprio su racconti di bambini che andavano vagliati con maggiore accuratezza scientifica e investigativa si basa la documentazione che l’associazione Falsi Abusi ha inviato allo studio Coppi. Ci sono i casi di Brescia (2001) quando 4 scuole elementari furono travolte da uno scandalo di presunte molestie sessuali: si scoprì che alla base delle accuse c’erano sempre le stesse famiglie. Oppure Bari (2005) dove una maestra fu arrestata e l’anno dopo il pm chiese l’archiviazione.
E ancora, l’episodio di Mombercelli, provincia di Asti, nel 2006: due maestre della materna assolte dall’accusa di abusi perché il fatto non sussisteva. O Verona (2007): tre insegnanti di scuola materna assolti dall’accusa di abusi. E infine Reggio Emilia (2007): il pm chiede scusa in aula all’imputato.
La documentazione giuridica, grazie al sito di Falsi Abusi, è disponibile su internet. Anche a Rignano l’hanno consultata negli ultimi mesi, da una parte e dell’altra. Hanno parlato del sito le maestre arrestate, con la deputata Paola Balducci (Verdi) che le ha visitate in carcere. Dice Marisa Pucci all’onorevole: «Non si devono fare gli stessi errori di Brescia dove sono stati tutti assolti! Comunque onorevole, vada a guardare questo sito, lì troverà la risposta ai dubbi, lì c’è tutto sui falsi abusi nelle scuole».
All’opposto, ha ammesso di essersi documentata sul medesimo sito Roberta Lerici, una delle mamme di Rignano. S’è attaccata a internet dopo un colloquio con la preside della scuola di Rignano che le aveva citato il caso bresciano, come sinonimo di scandali finiti in bolle di sapone. «Ho studiato i processi di Brescia - ha raccontato - per i fatti degli asili Abba e Serelli. Ho capito quali errori non dovevamo ripetere. Ho scoperto che cos’è l’abuso rituale e il ruolo delle donne». Utilizzando le stesse armi dell’avversario.
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QUINTO GIORNO
Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera 29/4/2007
ROMA – corsa veloce, nell’estate del 2006 a Rignano Flaminio, la voce che alcuni bambini della scuola materna potessero essere stati molestati e picchiati. Così, dopo le denunce dei primi genitori, altre coppie hanno cercato di rintracciare nei comportamenti dei propri figli, nei gesti e nelle parole, la prova che qualcosa di grave era accaduto. Li hanno osservati, interrogati. E in alcuni casi hanno utilizzato addirittura delle «comparse» quando giravano i filmini per ricostruire le scene che emergevano dai racconti degli altri bimbi. Il quadro delineato dai verbali dell’inchiesta è quello di una ricerca, a volte quasi ossessiva, di conferme a quei particolari agghiaccianti emersi quando la «Olga Rovere» era ormai chiusa per le ferie estive. Come in un gioco di specchi rimanda immagini che l’accusa legge in un modo e la difesa nel suo esatto contrario.
Il
Il 9 luglio, quando arrivano nella caserma dei carabinieri, il padre e la madre di una bimba di tre anni dicono di aver «notato sin dal dicembre scorso che si spoglia completamente e si tocca nelle parti intime». E ammettono di aver compiuto la loro indagine personale. «Entrambi – scrive il giudice nell’ordinanza di custodia cautelare contro le maestre e i loro presunti complici – avendo appreso dei racconti dei compagni di scuola, cercavano di approfondire con lei ricorrendo al gioco e alla complicità che la bambina aveva con un nipote adolescente». «l’estraneo» che deve sollecitare il ricordo. Ed è proprio questa una delle contestazioni principali della difesa che denuncia come i piccoli siano stati «suggestionati, indotti a ripetere cose dette da altri».
Una tesi negata dalla dottoressa Marcella Battisti Fraschetti, la psicologa nominata dal pubblico ministero che il 6 marzo scorso è stata interrogata proprio su questo punto. «Dopo averli sentiti e osservati – ha affermato – posso escludere ipotesi di mitomania o altro nei genitori. I loro racconti sono incentrati sullo stupore per quanto avvenuto e sull’incredulità dei fatti. I bambini hanno paura nel riferirli e i genitori non hanno alcun gusto nel farlo. Escludo pure forme di fantasticheria in riferimento ai minori, anche perché non è il fenomeno di un nucleo familiare, bensì uno stesso fenomeno di nuclei familiari completamente diversi socialmente e culturalmente e con componenti analoghe in tutti i bambini che non possono, per la piccolissima età, avere strategie unitarie».
Il ruolo della dottoressa è e sarà uno dei punti più controversi dell’indagine. Perché, denuncia la difesa, «nonostante regole e norme chiare, nessun colloquio con le presunte vittime è stato videoregistrato e dunque non è possibile accertare le modalità di approccio, le risposte fornite, le reazioni». Il giudice spiega questa «mancanza» con il rifiuto degli stessi bambini. «Strano – sottolineano i legali – visto che invece non hanno avuto remore a mostrarsi di fronte alla videocamere dei loro genitori che poi hanno consegnato i Dvd ai carabinieri». Sono ancora numerosi i particolari da accertare, anche per quanto riguarda gli indagati. Nella sua richiesta di arresto il pubblico ministero rivela che nel 2005 la maestra Patrizia Del Meglio «fu ricoverata presso l’ospedale psichiatrico San Raffaele di Milano e si è in attesa della trasmissione delle cartelle cliniche» per accertare che tipo di disturbi avesse. Durante l’interrogatorio avvenuto agli inizi di febbraio la donna ha negato di assumere psicofarmaci, ma – scrive il pubblico ministero nel provvedimento con cui sollecita la sua cattura – «nelle telefonate intercettate con il marito Gianfranco Scancarello e con la figlia, la donna viene più volte invitata a prendere "i farmaci di cui hai bisogno" e il suo medico curante ha ammesso di averglielo prescritto». Si tratta proprio di quel medicinale che, dice l’accusa, è stato iniettato ai bambini «per calmarli».
I legali degli arrestati battono sul tasto dei «riscontri inesistenti». E per smontare la tesi che i giochi organizzati dalle maestre servissero anche a girare filmini destinati al mercato della pedofilia affermano che «nessuna fotografia o video utile è stato sequestrato durante le perquisizioni e l’attività di intercettazione dei telefoni e dei computer, disposta subito dopo la presentazione delle denunce, non ha evidenziato alcun contatto anomalo». Il materiale informatico sarà esaminato nel corso dell’incidente probatorio, ma l’accusa ha già evidenziato la testimonianza di una signora che ha lavorato presso la famiglia Scancarello dal 1999 al 2001. «Una volta – è scritto nel suo verbale – mentre pulivo lo schermo del pc, notai che c’erano numerose fotografie di bambini. Non dissi nulla, ma poco dopo furono loro a spiegarmi che quelle immagini erano legate al lavoro in tv, dissero che servivano per lo "Zecchino d’oro"».
«gioco».
MOLTI GIORNI DOPO
Paolo Brogi, Corriere della Sera 3/5/2007 - RIGNANO FLAMINIO (Roma) – Restano in carcere i sei accusati degli abusi sui piccoli alunni della materna «Olga Rovere» di Rignano Flaminio. La decisione del Gip di Tivoli, Elvira Tamburelli, è piombata come un macigno ieri mattina sul paesino mentre erano in corso i preparativi per la fiaccolata che questa sera porterà a Roma, nei pressi del carcere di Rebibbia, la protesta di chi non crede nella clamorosa inchiesta e parla di montatura, psicosi collettiva, caccia alle streghe, complotto. «Ormai devono tener duro, ma questa è una storia che non sta proprio in piedi», ha protestato il marito della maestra Silvana Magalotti, Alfredo, reduce da un incontro in carcere con la moglie. «Magari andassero a vedere in qualche famiglia...». Il gip ha ritenuto che la situazione processuale degli indagati non sia mutata neanche dopo gli interrogatori di garanzia delle tre maestre Silvana Magalotti, Patrizia Del Meglio, Marisa Pucci, della bidella Cristina Lunerti, dell’autore televisivo Gianfranco Scancarello e del benzinaio cingalese Kelum Weramuni De Silva. Le richieste dei difensori sono state respinte perché «sussistono le esigenze cautelari». Gli atti dell’inchiesta passano ora al Tribunale del riesame che il 9 maggio dovrà decidere sulle istanze di revoca dei provvedimenti di custodia cautelare. Intanto ieri mattina i parenti hanno fatto visita ai loro congiunti arrestati. «Ribadiscono la loro completa estraneità», riferiscono i mariti delle maestre Magalotti e Ricci. Ma quest’ultimo, Luciano Giugni, ha aggiunto anche una nuova preoccupazione: «Detenute di un’altra sezione sono andate sotto la finestra della cella di mia moglie Marisa e hanno gridato a più riprese insulti... Il più leggero era "infami". C’è di che essere sempre più preoccupati».
E così hanno promosso una fiaccolata. Per stasera hanno affittato quattro pullman con cui raggiungere Roma e si sono dati appuntamento alle 18 nella stradina in salita che fronteggia il plesso scolastico delle elementari e medie. La «materna degli orrori» è un po’ più in basso, «internata» come dicono in paese. Da lì nel primo pomeriggio escono le colleghe delle arrestate, come Luciana e Gianna, per dire che «sì... ci saremo anche noi». Ma la posizione delle insegnanti è già sufficientemente nota, ufficializzata nelle bacheche del paesino con un manifesto che dandosi un certo tono titola: «Parlano le maestre». Il testo, varato prima degli arresti, è come se fosse stato scritto ora. In neretto evidenzia la frase chiave: «I fatti di cui si parla sono assurdi e si esclude assolutamente che possano essere mai avvenuti». Firmato: tutte le maestre. E così, sull’onda di questa assurdità da denunciare, sono quasi 600 le firme di solidarietà che sono state raccolte, una petizione in difesa delle indagate già avviata prima degli arresti e che ora serve da trampolino alla mobilitazione.
Ieri Rignano appariva un paese molto incerto sul suo futuro, con i genitori dell’Agerif, l’associazione che ha promosso le denunce, che si sono presentati a riprendersi i figli a scuola, decisamente a muso duro, sbirciati con evidente astio da altri che invece giurano sull’innocenza degli arrestati. In mezzo il sindaco Ottavio Coletta, in partenza per una riunione alla Regione dove elaborare una strategia di uscita da quest’impasse, desideroso insieme a giunta e consiglieri di mostrarsi «neutrale». Quartier generale delle fiaccole, il Bar dello Sport, dove i familiari della maestra Silvana Magalotti continuano a servire caffè agli amici compaesani. Gente come Angelo Centola, una figlioletta di cinque anni nella classe della maestra, pronto a dichiararsi «orgoglioso della Silvana». O come Renzo Ciarletti, consorte della maestra Emanuela Scatolini, che aggiunge: «Ma quella è una scuola con le pareti di vetro. Come fa ad essere successo lì tutto questo patatrac?». Oggi questa Rignano cercherà di avvicinarsi quanto più possibile alle mura di Rebibbia con le fiaccole in mano.