Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 27/4/2007, 27 aprile 2007
Quel gigante di Giancarlo Galan dice che si è stufato di fare il nano. E visto che a Roma non lo ascoltano, ha minacciato di assumere le sembianze di Franz Josef Strauss, il leggendario capo della Csu bavarese
Quel gigante di Giancarlo Galan dice che si è stufato di fare il nano. E visto che a Roma non lo ascoltano, ha minacciato di assumere le sembianze di Franz Josef Strauss, il leggendario capo della Csu bavarese. Anche a costo di dare un dispiacere al suo partito e a Berlusconi, che prima lo assunse come venditore a Publitalia e poi gli affidò il Veneto. Giuseppe Chiaravalloti, già presidente forzista della Calabria, ci riderebbe su. Il voluminoso governatore serenissimo, secondo lui, è solo un «simpaticissimo e valente pescatore d’altura che talora si dedica con pari successo alla politica» e «rappresenta la parte goliardica delle posizioni oltranziste». Gli stessi avversari politici però, sia a sinistra e sia a destra (ne ha, ne ha...) devono ammettere che questa volta il «Galan Grande» ha dalla sua delle buone ragioni. Basta leggere quanto ha detto al Gazzettino Niccolò Ghedini. E cioè che «tutti i partiti del centrodestra hanno voluto andare a trattare direttamente a Roma e Forza Italia ha dovuto adeguarsi a questa metodica» basata sulla logica «questa città è mia, quella è tua». Risultato: nonostante Bondi e Cicchitto abbiano «fatto miracoli, poveracci», la scelta del candidato polarolo a Verona era finita sul casiniano Alfredo Meocci, la cui nomina a direttore generale della Rai nonostante una incompatibilità aveva già creato al Cda destrorso un mucchio di guai. «Con lui perdiamo», aveva detto subito la Lega, candidando in alternativa (con l’appoggio di An) Flavio Tosi, l’assessore alla sanità popolarissimo nella destra più destra per battaglie come quella contro la richiesta delle donne islamiche di essere assistite nel parto solo da personale femminile. E visto che non c’è due senza tre, all’ambo di aspiranti sindaci della Cdl se n’era aggiunto un terzo, il presidente della Fiera Luigi Castelletti. Ma come, è saltato su Galan, «siamo dei coglioni?» Verona, per le destre venete, non è una città qualsiasi. Cinque anni fa, dodici mesi dopo il trionfo berlusconiano alle politiche, la clamorosa conquista della città scaligera da parte del sorridente Paolo Zanotto fu un trauma in qualche modo simile alla perdita di Bologna da parte delle sinistre. La sua riconquista avrebbe il sapore della rivincita. Una nuova sconfitta sarebbe una catastrofe. La sfuriata galaniana un risultato l’ha ottenuto: un vertice con Berlusconi, Bossi, Calderoli, Tremonti (più al telefono Fini e Cesa) nella villa sul Garda di Aldo Brancher. Vertice finito così: Tosi candidato sindaco, Meocci vice. Quanto bastava perché Galan gonfiasse il petto: «Sono molto soddisfatto. Adesso possiamo vincere». Liquidare la sua intemerata contro i vertici del partito come uno sfogo destinato a evaporare all’istante, però, sarebbe un errore. Dietro la minaccia di fondare un «partito veneto» che somigli alla Csu bavarese c’è infatti una insofferenza dalle radici profonde. Non solo dentro Forza Italia, che già aveva patito, con motivazioni simili, la scissione del gruppo neo-dc di Giorgio Carollo. Ma anche nella Lega e perfino nel centrosinistra. Sono decenni, a mano a mano che si lasciavano alle spalle i secoli di emigrazione e miseria, che i veneti vogliono pesare di più a Roma. Per un paradosso storico cos’è successo? Che gli anni buoni, in cui al governo c’erano il vicentino Mariano Rumor e il padovano Luigi Gui e il trevisano Bruno Visentini e altri ancora, furono quelli in cui metà delle case venete era ancora senza acqua corrente e Treviso era 56˚in Italia per reddito pro capite. Quelli via via più cattivi, i recenti. Col Veneto e il Nordest additati, a torto o a ragione, come «la locomotiva d’Italia». Basti citare gli esecutivi di questo scorcio di secolo. Il Nordest ha avuto un ministro su 27 (Willer Bordon, romanizzato da anni) nel governo Amato, neppure uno su 26 nel «secondo Berlusconi», neppure uno su 25 nel «terzo Berlusconi», neppure uno su 26 (a meno che non si consideri veneto Tommaso Padoa Schioppa, nato casualmente a Belluno e cresciuto pochi anni a Trieste) nel «secondo Prodi». Somma: con un nono della popolazione, un ottavo delle imprese di capitale, un settimo della ricchezza prodotta, un sesto delle industrie manifatturiere, un quinto dell’ export, il Triveneto ha avuto negli ultimi anni due ministeri (si fa per dire) su 104. Va da sé che appena le cose cominciarono a prendere questa piega, già visibile oltre venti anni fa, ci fu chi lanciò l’idea di un partito veneto. Il primo, in un’intervista al giovane Ilvo Diamanti nel 1982, fu Toni Bisaglia: «Il Veneto sarebbe pronto a partecipare a uno stato "federale". Ma l’Italia no, non sarebbe pronta. L’ostacolo principale è nello squilibrio eccessivo tra la coesione culturale del Veneto e quella generale». Il secondo fu il potentissimo Carlo Bernini, che per fare il ministro a Roma lasciò la presidenza della Regione. E da allora l’idea si è immersa ed è riemersa come un fiume carsico. Tema: come sopportare lo squilibrio tra il «gigantismo» economico e il «nanismo» politico? Perfino i «lighisti» hanno cominciato a chiedersi: possibile che un partito nato nel Veneto sia in mano totalmente a bergamaschi e varesini? Ed è lì che si è infilato Galan: in quel malessere comune acuito in questi ultimi mesi dalla voglia di tanti comuni veneti di traslocare in altre regioni. Dura, per uno come il governatore veneto, accettare una situazione così. Ma come, lui che si vanta gagliardo d’avere «stravinto tre elezioni regionali di fila» e di aver fatto del Veneto la «prima regione d’Italia per il centrodestra» e di essere andato «molto meglio di Formigoni» e di aver «riempito la sinistra di botte»? Non bastasse, del colosso ha anche la statura fisica, l’appetito e la cotica. E l’ambizione, dicono. Sempre crescente. Per arrivare dove? Si vedrà. Questa mano, però, l’ha vinta lui.