Vari, 27 aprile 2007
DIARIO POLITICO
Augusto Minzolini, La Stampa giovedì 26 aprile 2007
Più passano le settimane e più il referendum elettorale diventa lo sbocco più probabile. I piccoli partiti stanno ponendo problemi insuperabili nelle trattative sulla nuova legge elettorale. E, comunque, non vedo una grande voglia di metterci mano anche da parte dei grandi: nelle relazioni congressuali né Fassino, né Rutelli hanno affrontato l’argomento e questo mi fa supporre che non temano lo sbocco referendario. Una prospettiva che, lo ripeto, almeno a noi offre molte opportunità e non presenta nessuna controindicazione». Martedì 24 aprile seduto su una delle eleganti sedie del cortile di Montecitorio che nell’era Casini è stato trasformato in una nuova piazza del Popolo con tanto di ombrelloni, Gianfranco Fini, in un colloquio informale, disserta sulla politica dopo aver posto la sua firma, di buon mattino, sotto il quesito del referendum elettorale.
Inutile dire che nel panorama politico il presidente di An è forse il più convinto dei referendari. In un certo senso anche più del ministro della Difesa, Arturo Parisi, che in un modo o nell’altro deve rendere conto a Romano Prodi delle sue azioni. Fini, invece, no. Va avanti infischiandosene dei ricatti della Lega, dell’opposizione dell’Udc e dei ripensamenti (frequenti) di Silvio Berlusconi. «A noi - spiega - appoggiare il referendum conviene in ogni caso. Se si arriva al voto, infatti, ci sarà un nuovo impulso alla stabilizzazione del bipolarismo in Italia. Nel contempo - elemento non trascurabile - Prodi dovrà vedersela con i vari Mastella che minacciano la crisi di governo. Anche se io non credo che questi arriveranno a rompere perché una crisi di governo non interromperebbe automaticamente la strada verso il referendum. Potrebbe infatti nascere un nuovo governo, con una maggioranza diversa, proprio per garantirne lo svolgimento».
Tra le tante suggestioni che può partorire la politica italiana in futuro c’è anche quella del governo referendario. Ma si tratta, appunto, solo di una congettura «implicita», una delle tante variabili del grande scontro sulla legge elettorale. Eppoi Fini è convinto che il gioco dei piccoli partiti della maggioranza è un altro. «Mastella - osserva il presidente di An - userà la minaccia della crisi per spingere Prodi e la maggioranza di governo a boicottare il voto referendario. Se si raccolgono le firme e il referendum viene ammesso (tutte cose che a me appaiono scontate), i «proporzionalisti» punteranno al non raggiungimento del quorum. E’ l’unica strategia che possono adottare. Ma per valutare se è una strategia insidiosa o destinata al fallimento dovremo attendere la vigilia del voto. Tra un anno. Solo a quel punto si capirà se il referendum ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica oppure no. Se alla vigilia gli interessati saranno solo il 20-25% allora sarà difficile risalire la china. Ma sono problemi che riguardano il domani...».
Il futuro è pieno di incognite. Ogni giorno nascono questioni e ne scompaiono altre. «Io mi sono fatto un’idea - confida Fini - di quello che succederà. Ma la politica non è una scienza esatta, è piena di imprevisti. Noi, comunque, andremo avanti verso la federazione del centro-destra. Ci potranno essere dei rallentamenti come pure delle accelerazioni. Molto dipenderà dal tipo di legge elettorale che verrà adottata. Non penso, però, che alla fine questo cammino possa essere messo in discussione».
Il presidente di An non crede molto ai ripensamenti del Cavaliere, né che il suo «buonismo» sia propedeutico ad una nuova «politica», magari non più marcatamente «bipolare». Del resto questi anni sono costellati di avventure finite male. Ad esempio, la «prospettiva» centrista perseguita da Pierferdinando Casini sembra segnare il passo. Prima era difficile. Ora appare impossibile. Sempreché - ma Fini lo esclude a priori - la politica dell’ex-presidente della Camera non sia adottata da Berlusconi che ha ben altri numeri.
Fini, però, rispetta le scelte del leader dell’Udc. «Casini sapeva che la sua strategia era impervia. Noto che dopo i congressi di Ds e Margherita non ha più preso la parola. Forse è in corso una riflessione. Non credo, comunque, che aderirà alla ”federazione” del centro-destra perchè il suo ”no” è stato troppo netto. Come potrebbe tornare indietro?».
Il «recupero» di Casini è uno dei problemi più spinosi per il centro-destra. Tutti desiderano riaverlo in casa ma nessuno sa come. «Forse Pierferdinando - ipotizza il Presidente di An parlando della strana parabola del leader Udc - aveva avuto degli affidamenti da parte di alcuni interlocutori che poi si sono tirati indietro. Lui ha impostato la sua politica puntando sul fatto che nella Margherita qualcuno non avrebbe aderito al partito Democratico. Ma alla fine è restato fuori solo Gerardo Bianco. Che è sicuramente un galantuomo ma è solo. Il problema di Casini è che molte delle sue scommesse non si sono verificate prima fra tutte il risultato delle politiche: immaginava una forte flessione per Berlusconi ma Forza Italia ha mantenuto i suoi voti e l’Udc non è cresciuta di molto. A quel punto era difficile per lui continuare su quella linea. Ci ha provato... ora vedremo cosa succederà».
Già, in politica si può solo immaginare il futuro, ma poi decide l’imponderabile. «Ad esempio - si chiede Fini calandosi nei panni del ”politologo” -, quanto durerà Prodi? Il suo governo era più garantito dallo scenario politico precedente. La nascita del Pd ha cambiato il quadro. Lo ha reso più insidioso. Da una parte c’è una sinistra massimalista che, galvanizzata da nuovi arrivi (Mussi), vuole contare di più. Dall’altra c’è il Pd che deve dimostrare di essere un partito moderato. Ecco perché malgrado il fattore ”C”, non credo che Prodi arriverà fino alla fine della legislatura. Se ci riuscisse dovrebbe gridare al miracolo».
Inoltre il presidente di An sa benissimo quanto sia pericolosa la corsa alla leadership. «Prodi - ragiona Fini - si è tirato fuori per mettere il governo al riparo da possibili ritorsioni. Ha proposto agli altri candidati un ”patto”: voi mi fate arrivare alla fine della legislatura e io non gareggio. Ma non basterà. Anche perchè questo governo è diventato un peso per tutti. Basta guardare i sondaggi sui leader del centro-sinistra. Resiste Veltroni perché è fuori dal governo. Anzi, a lui può anche far piacere questa situazione perché un domani potrebbe presentarsi nel ruolo del grande salvatore. Va bene Bertinotti perché è aiutato dal ruolo istituzionale che nella scorsa legislatura ha fatto la fortuna di Casini nei sondaggi. Ma gli altri, quelli che sono al governo, da Rutelli a D’Alema vanno giù. Appunto, D’Alema che fine farà di questo passo?».«Il governo ha deciso di far entrare non come clandestini tutti coloro che vogliono entrare e questo comporterà mille problemi»: Gianfranco Fini, leader di An, critica il disegno di legge Amato-Ferrero sull’immigrazione varato martedì dal consiglio dei ministri. «Mi sembra - spiega Fini - che il governo giochi un po’ con le parole partendo dal presupposto che in Italia ci sono tanti clandestini, cosa vera ma non certo per il fallimento della nostra legge, ma perché in molti casi la magistratura non dà corso alle espulsioni». Secondo il leader di An ora «ci saranno tanti clandestini che verranno in Italia, o con lo sponsor, o dichiarando di essere in grado di sostenersi economicamente, cercheranno lavoro e non lo troveranno e saranno così costretti a vivere di stenti, o a delinquere. Quello che trovo ridicolo è la reintroduzione della figura dello sponsor, che è prevista nella Turco-Napolitano e che si rivelò un fallimento». «Fini agita la demagogia dopo aver prodotto il disastro» replica il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, che spiega. «La Bossi-Fini ha obbligato alla clandestinità centinaia di migliaia di immigrati».
Marco Galluzzo, Corriere della Sera venerdì 27 aprile 2007
ROMA – B: «Ho una voglia matta di mandare tutti a quel paese. A nessuno frega qualcosa dell’unità della coalizione. Tutti chiedono, minacciano, vogliono. Mi sono rotto e lo dirò a tutti». R: «E magari io sono il primo?». B: «Bravo, hai capito perfettamente, tu sei il primo».
Il colloquio lo racconta R, ovvero Gianfranco Rotondi, leader della Nuova Dc e fedelissimo alleato di B, ovvero Silvio Berlusconi. Divertito, perché la conversazione aveva tratti amichevoli, ma anche un tantino preoccupato: «Se veramente decidesse per le larghe intese spero che salvi almeno noi...».
Due giorni fa il Cavaliere ha avuto un’altra chiacchierata illuminante, non con Rotondi, sul proprio pensiero: «D’Alema tiene in piedi Fassino, le banche tengono in piedi Prodi. Bisogna vedere quanto dura...». Nello scenario cui allude l’ex premier si colloca l’ultima tentazione: larghe intese con un partito democratico che si immagina molto dalemiano e poco veltroniano, ovviamente dopo una crisi di governo. Che l’ex premier ritiene possibile entro l’anno, con il nodo Tav come detonatore alle incertezze della maggioranza.
Su eventuali conversazioni con Gianfranco Fini invece non c’è nulla da scrivere, perché non ci sono state. I due non si parlano da più di venti giorni. Dal vertice di Arcore per la precisione, in cui si decise una linea, sulla legge elettorale, che nel frattempo è evaporata: An e Lega continuano a lavorare su un testo da presentare alle Camere; l’ex premier invece non impegna più di tanto Forza Italia e nel frattempo prende in esame il sistema tedesco, caro a Casini ma non agli altri.
Cosa frulli esattamente nella testa di Berlusconi non lo sa nessuno. Il partito unico del centrodestra un giorno è «un sogno» lontano, un altro è a portata di mano. Di certo da alcune settimane gioca a fare il buono. Visita con soddisfazione i congressi degli avversari. Non spara sul governo. Riceve i banchieri dell’operazione Telecom a Macherio. Non esclude le larghe intese. Fa pace persino con Biagi. Si appresta a una legittimazione, per via finanziaria, che finora gli è sempre stata negata, almeno da un certo establishment del Paese.
Qualcuno grida all’inciucio, soprattutto i piccoli della maggioranza. Altri, come Fini, ritengono che la libertà di movimento sia diventata eccessiva. Soprattutto se quello che vagheggia Berlusconi, un’autonomia di Forza Italia anche dagli alleati storici, che schiuda scenari di alleanze inedite, ha fondamenta di verità.
Per il momento bastano alcune incomprensioni a raggelare i rapporti. E non solo sulle larghe intese. Del possibile ingresso di Mediaset in Telecom il leader di An non sapeva nulla. E non l’ha presa bene, anche perché «l’ingresso in Telecom ha implicazioni politiche». Sul rapimento di Mastrogiacomo le strategie sono state antitetiche: il Cavaliere che chiede il silenzio istituzionale mentre Fini attacca duramente il governo (presunto atto di insubordinazione ancora non perdonato).
In questo gioco di incomprensioni c’è anche un’inversione di ruoli. Se Berlusconi, con Gianni Letta sempre più al fianco, gioca a fare il buono, a Fini, per scelta o per occupare uno spazio, tocca sempre più «fare il cattivo». successo con la vicenda del rapimento di Mastrogiacomo, è successo con l’immigrazione, giorni fa sulla droga. Fini attacca il governo, Berlusconi sta zitto, al massimo critica.
Spiega il momento ancora Rotondi: «Per anni Berlusconi ha fatto i miracoli per tenere unita la Cdl. Ora si è stancato. Se lo attende una nuova traversata nel deserto può decidere di farla da solo, la tentazione c’è...». Ma dall’altra parte c’è anche chi individua solo velleità: «Berlusconi scambia il bon ton con le strategie politiche», ha confidato Walter Veltroni ad un esponente di An. Insomma l’accoglienza ai congressi Ds e Margherita è una cosa, l’ipotesi di larghe intese un’altra. Chiosa l’esponente di An: «Lo prendono in giro e lui non lo sa».
Il tempo di ricucire, come altre volte, verrà certamente; del resto ieri Fini si schermiva così: «Io non è che aspetto qualcuno con la spada: i delfini sono simpatici in mare, non in politica. E nel caso di una Federazione del centrodestra è chiaro che il leader è chi ha più voti, quindi Berlusconi».