La Repubblica 10 Anni 1980, Natalia Aspesi, 26 aprile 2007
Come aveva capito che suo figlio aveva ricominciato a bucarsi? "Era tornato da un concerto rock a Pavia in uno stato demenziale, aggressivo, intrattabile
Come aveva capito che suo figlio aveva ricominciato a bucarsi? "Era tornato da un concerto rock a Pavia in uno stato demenziale, aggressivo, intrattabile. Portava con sé una nuova ragazzina, di ottima famiglia, molto graziosa, una a cui mi affezionai, a cui avevo raccontato la mia sofferenza. Vivevano nel solito sporco disordine e lei, bella come un idolino indiano, non si vergognava di nulla, le andava bene che pulissi io il loro letto, perché io mi vergognavo della cameriera. Poi un giorno trovo una ricetta falsa, era di un medico che sapevo morto da anni. Li ho affrontati, ho affrontato mio figlio, che dapprima ha urlato, inveito, poi si è come malinconicamente acquietato. Ho notato sempre che quando arrivava al limite, e io intervenivo con violenza e l’avevo vinta, lui crollava; e dopo provava quasi una specie di sollievo, forse perché poteva finirla con la mascherata. Suo figlio allora scelse la disintossicazione? "Non credo che avesse intenzione di smettere davvero. Solamente, se non faceva quello che volevamo noi, si sarebbe trovato con le spalle al muro. E qui ritorna la mia angoscia per tutto quello che lo Stato non fa. Non si può nascondere la verità: il nostro strumento di forza, la nostra possibilità di coazione, ci veniva dalla classe sociale. Accettare la clinica, per mio figlio voleva dire non perdere tutto. Ma bisogna avere qualcosa da perdere: una casa, la sicurezza di un lavoro, un buon futuro, del denaro, una laurea. E quei genitori che possono offrire solo amore? E quando non riescono più neppure ad amare? I tossicomani vanno curati anche contro la loro volontà, e solo la legge può garantire loro l’assistenza". Per la prima disintossicazione vi siete rivolti a una struttura pubblica? "Quale? Eravamo agli inizi del ’73 e non ci è neppure venuto in mente. D’altra parte il consiglio degli amici, tutti psichiatri democratici, fu: clinica svizzera. Scegliemmo la migliore e partimmo noi due; lui era affettuoso, contento, fu un bel viaggio, mi raccontò tutto, anche l’esperienza con Lsd. La clinica era bella, dentro un bel parco, con tanta gente tranquilla e ben vestita che passeggiava nei viali, medici molto gentili ed efficienti. Mi sembrava di essere nel salone delle feste del Titanic. Però da qui ci portano in un padiglione che ha l’aria invece della pensioncina svizzera, è la comunità dove ospitano i tossicomani, e subito mi sento gelare: le finestre non hanno maniglie, tutte le porte sono chiuse a chiave, per mio figlio c’è una stanzetta a due letti, senza bagno. Dico al medico: scusi, mio figlio non potrebbe stare nella parte più bella, sa, lui non è abituato a dormire con un estraneo. La risposta è fredda: «non mi sembra che essere stato allevato così gli abbia fatto molto bene. Del resto i drogati devono stare nel reparto chiuso, si adatterà, anche se adesso strepita: se vuole essere curato dovrà stare qui fino a quando noi lo riterremo opportuno, se no se lo riporti via!". Mio figlio non voleva restare, era spaventatissimo, "riportami a casa, me ne andrò per conto mio, guarda che scapperò, preferisco finire in prigione che restare qui». Non so come, ebbi la forza di prendere un taxi per Zurigo e di lasciarlo: in uno stato di orrore più che di dolore. Io abbandonavo mio figlio in manicomio, come altre madri che fino ad allora avevo compatito e talvolta giudicato. E non dovevo cercarlo per almeno due settimane, perché lui mi avrebbe piegato, convinto a portarlo via. Passai quella notte al telefono a parlare con i grandi psichiatri miei amici; gridavo che quella disperazione io non la potevo reggere da sola, che se sbagliavo mi sarei uccisa, che la responsabilità dovevano prendersela anche loro. Erano quelli che aprivano i manicomi, eppure mi dissero: "Non c’è che questa soluzione, rinchiuderlo». Questa è la verità, ma nessuno la vuol dire, nessuno osa dirla». Allora una clinica così costava un milione al mese, andava bene per tossicomani con la famiglia ricca. Per i genitori disperati che vendevano tutto, per le madri che dopo l’ufficio andavano a lavare le scale, per i padri che cercavano lavoro anche notturno, per aiutare i figli non c’era niente. In quella clinica fu poi il ragazzo a voler restare quindici mesi: era in analisi, leggeva Gombrowicz, Borges e Gadda, faceva atelier di pittura, lavorava nei reparti come volontario, si era innamorato di una giovane signora nevrotica, studiava, veniva in Italia a dare gli esami, scriveva racconti. Si era ripreso, si trovava al sicuro, non gli veniva chiesto di confrontarsi con niente. Quindici mesi senza bucare, sono un bello spazio di tempo. Quando decide di uscire, suo padre non vuole che torni a Torino: lo manda in un’altra città, dove la famiglia lo sistema in un residence e gli trova un lavoro. "Credo che abbia ricominciato nell’inverno del 1975, dopo più di un anno dal suo ritorno. E perché? Perché veniva spesso a Torino e Torino ormai per lui era droga. Intanto era arrivata l’eroina, quanta se ne voleva. lo alla droga non volevo più pensare, ma lo vedevo di nuovo egoista, duro, distaccato, con una vita intellettuale così povera, con poco interesse per quello che succedeva attorno a lui, passava i fine settimana nella casa di collina di suo padre, che era ormai molto ammalato, ma lui, che pure lo amava tanto, non sembrava accorgersene. A Torino aveva un suo appartamento accanto al mio, così potevo tenerlo d’occhio. Stava con un giro di amici, ragazze e ragazzi, della borghesia torinese: certo il gruppo più schifoso con cui potesse mettersi, giovani ricchi, senza idee, che non facevano niente se non organizzare feste e girare come pazzi e frequentarsi tra idioti. Dove sono finiti? Alcuni hanno smesso: erano quelli che "sapevano amministrarsi". In quell’ambiente ce ne sono. Altri sono stati mandati all’estero, dalle famiglie: un paio completamente suonati, qualcuno si è rimesso in sesto ma resta lontano, in Costarica, in Nigeria, in Venezuela". I compagni di un tempo erano ragazzi più o meno politicizzati, spesso di famiglia proletaria, questi erano fannulloni di famiglia ricca. Quali, in casi così diversi, le colpe della famiglia o della società? "C’è una parola che vorrei vedere usata con un po’ di intelligenza, ed è «emarginazione». Certo, un ragazzo con molte povertà - di testa, di famiglia, di carattere, di denaro - se diventa tossicomane subisce delle conseguenze indubbiamente molto più pesanti. Ma del resto i poveri hanno sempre una vita più pesante, conseguenze più pesanti. Per esempio, si è mai visto un ricco ammalarsi di silicosi? Certamente sopravvivono alla droga più figli di ricchi che di poveri, perché i ricchi hanno i mezzi per tentare di curarli, mentre i poveri hanno a che fare con uno Stato incapace, che ripete, dopo anni, gli errori che altri paesi hanno già corretto. Però la scelta della droga non nasce dall’emarginazione: ho incontrato drogati disoccupati e con un ottimo lavoro, con la quinta elementare e due lauree, figli di separati e di genitori molto uniti, figli unici e altri con un buon numero di fratelli, con madri apprensive e madri equilibrate, con padri autoritari e padri dolcissimi. Molti ragazzi partono emarginati: ma ne ho visti cominciare che avevano denaro, protezione, futuro, tutte le possibilità. Quindi può anche darsi che l’emarginazione sia talora causa o piuttosto occasione per la tossicodipendenza; ma è vero soprattutto il contrario: è la tossicodipendenza che emargina. Quelli che avevano molto, finiscono col perdere tutto. Diventano insostenibili, intimoriscono, sgomentano, suscitano ribrezzo, e quindi vengono respinti. E’ molto facile indignarsi, chiedere che la collettività, le famiglie, si facciano carico: bisognerebbe provarli... ". Intanto, a ventisei anni, il ragazzo, che sta diventando uomo, si laurea: 108, ha discusso la tesi al di sotto delle sue possibilità. Poi da un’agenda che troverà più tardi, sua madre scopre che anche nei giorni precedenti aveva continuato con la droga. Dunque ci si può benissimo bucare e dare esami prendendo anche trenta, ci si può laureare. Però solo con la fatica, la lotta incessante dei genitori che gli stanno addosso, che non gli danno tregua, Ma a lavorare, invece, non si riesce più. Infatti quest’uomo al lavoro ci va più raramente e alla fine, con disperazione di tutti, si licenzia. Muore il padre d’infarto, lui diventa finanziariamente indipendente e va a vivere con una trentenne madre di una bambina di sei anni: la donna non si droga ma assisterà impassibile ai suo precipitare nel parossismo dell’eroina. Mettono su, naturalmente, un negozietto di roba vecchia e al sabato vanno a vendere al Balón". In quegli anni si cominciava a distribuire il metadone; suo figlio lo aveva provato? "Si, e mi pare materia di riflessione per gli esperti. Mio figlio mi dice che va da un medico, a cui se voglio posso telefonare, da cui si fa dare il metadone per bocca a scalare, perché teme di ricascare con l’altra roba e vuole prepararsi bene per andare in vacanza con la sua donna, in un’isola dove sarà al sicuro e dove non può portarsi roba. Al telefono il medico mi tranquillizza, dice che mio figlio è molto a posto, non chiede mai più della dose fissata, una fiala e mezzo al giorno, da prendere per bocca, che ritira una volta la settimana. Molti mesi dopo, ho scoperto l’inganno tremendo, non so quanti medici così ci siano in giro: di fiale gliene dava trenta la settimana ed erano da iniettare. E mio figlio continuava lo stesso con l’eroina. Chissà perché anche adesso c’è questa idea sbagliata che dando il metadone smettano con l’eroina: semplicemente mischiano tutto, oppure danno le fiale di metadone in cambio della dose di eroina e non cambia niente. A meno che ci sia una vera volontà di uscirne, e in questi casi, davvero molto rari, ce la farebbero anche senza metadone. «Nel giugno del ’78, improvvisamente, il ministro Anselmi vieta la distribuzione di metadone: mio figlio mi dice di voler andare in clinica a Torino due o tre giorni per essere proprio a posto prima di partire. lo sono tranquilla, per una volta gli credo; d’altra parte, in Svizzera non aveva avuto crisi di astinenza. «Invece nella seconda notte gli comincia una crisi di una violenza intollerabile, arrivano a fargli anche cinque fiale di valium in vena, lo inzeppano di neurolettici, devono ricorrere alla morfina per calmarlo. Il medico mi dice: guarda che quando ne hanno presa tanta così è ben difficile tirarli fuori, mettici una pietra sopra; tipi come tuo figlio di solito non li curo neppure più. Riusciamo a trattenerlo in clinica perché lo devono operare d’urgenza, è quasi peritonite, e nella nuova debolezza, lui si acquieta. Chissà da quanto tempo aveva dolori, ma l’eroina non te li fa sentire, ti toglie anche questa difesa, di sentire il male». Dopo un mese esce e viene portato immediatamente in Svizzera: questa volta in una clinica ermeticamente chiusa, dove non è permessa nessuna visita, la lotta per convincerlo è così atroce e spietata che la madre è quasi sollevata da questa proibizione. «Tenetevelo e lasciatemi vivere, non ne posso più, non voglio più sentir niente, non me la sento di ricominciare». Invece si ricomincia: quando il figlio esce ha ben pochi soldi, ma gli zii buonissimi, tradizionali eppure comprensivi, gli trovano un lavoro. La madre tenta di seguirlo, lo vede a colazione quasi tutti i giorni nonostante lui viva con la donna di prima, che di fatto, pur non drogandosi, è la sua complice. "Era tornato con l’idea di non farlo più? Può darsi, Ma adesso so con certezza che quello che impedisce di smettere è il ritrovarsi nel proprio ambiente. Adesso so che chi è stato disintossicato, è un "convalescente" che deve ancora essere seguito: la cosa essenziale è che non torni nel maledetto "territorio", forse conquista sociale per tante cose, ma pericolosissimo per chi deve smettere di bucarsi. La scelta di far ritornare un ragazzo nel suo mondo o di tentare di aiutarlo, come si sta facendo adesso col metadone, o con sporadici colloqui con terapeuti più o meno improvvisati, non è solo prova di ignoranza, è ormai una gravissima colpa. Perché chiunque si sia occupato profondamente del problema, senza demagogia, col vero desiderio di aiutare i ragazzi, sa questa semplice verità: devono essere tenuti il più lontano possibile dal loro mondo di prima: amici, gruppo, famiglia, abitudini, quartiere, sì, anche il tanto decantato quartiere. «Devono essere inseriti "obbligatoriamente" in una comunita o comune agricola o altro tipo di struttura, molto lontana, e restarci per molto tempo: un anno se si tratta del primo ricovero, due se è recidivo. Questo sarà il tempo del recupero, dell’amicizia e della dolcezza, dei rapporti affettivi, dell’appoggio psicoterapeutico reso finalmente possibile perché non invalidato da additivi chimici. Lo si può chiedere a qualsiasi psichiatra o psicoanalista di grande nome: non curano più drogati se non sono ricoverati in una struttura chiusa. Allora questo Aniasi, che ha detto di avere studiato il problema in un mese, a quali esperti si è rivolto per mettere su l’inutile, dannosa catena dei centri per la distribuzione del metadone o della morfina? Tutti noi che ci siamo passati, che ci passiamo, conosciamo l’imbecillità di quelli che si definiscono esperti, la pateticità criminale di chi non sa non capisce e parla e agisce per sentito dire; conosciamo la leggerezza e il pressappochismo demagogico di quei gruppi politici che si dicono libertari, che vorrebbero liberalizzare tutto, appunto anche la morte, e hanno già fatto danni irrimediabili". Allora lei approva le comunità coatte svedesi, oppure comunità come quella di San Patrignano, dove si legavano i ragazzi che volevano andarsene. «Io credo che per tentare di salvare il tossicomane non ci sia altra strada che obbligarlo. Dopo una permissività nefasta, proprio la Svezia, dove la libertà dell’individuo è sacra, ha dovuto scegliere questa durissima strada che permette allo Stato di costringere il ricovero per tre anni, in comunità lontanissime da Stoccolma, i giovani anche non minorenni. San Patrignano è stato definito «lager» in totale ignoranza o in malafede. Certo è una comunità dove sono stati commessi degli errori, dove non c’è un controllo ufficiale. Ma i ragazzi ci vanno con le loro gambe, e rappresenta forse in Italia l’unico tentativo di affrontare la tossicodipendenza in modo diverso da quello istituzionalizzato o da quello delle comunità aperte a un via vai di sbrindelIoni e di improvvisatori". Per tutto il ’79 il figlio va tre volte in clinica: adesso si buca anche con la cocaina, una sostanza che, iniettata in vena, porta a delirio persecutorio. C’è una sera bestiale in cui lui scappa con la sua macchina, terrorizzato perché si sente inseguito, tanto che a un certo punto si ferma, pianta l’auto in mezzo alla strada, fugge abbandonando il cappotto anche se nevica, vaga per la città fino all’alba. Ma intanto nella clinica svizzera diventano sempre più villani, dicono che non c’è posto, hanno tanta gente che vuole andarci che possono permettersi di scartare i tipi recidivi, più fastidiosi: sono quasi a livello di quelli che spacciano, che prima sono tutti carini, poi, quando si sono fatti il cliente, fanno i preziosi, tanto sanno che di loro non si può fare a meno. Con quest’uomo ce l’hanno perché si "comporta male", perché riesce a entrare in clinica con la droga, una scorta nel dentifricio, nella lozione dei capelli, nelle stecche di sigarette. «Con il drogato le parole non servono mai, tra te e chi si droga c’è un muro che nessuna parola infrange, è come se uno potesse guarire il cancro con le parole. Quando gli parli, qualsiasi cosa tu dica è inutile: inutile fare appello ai sentimenti, agli affetti, piangere, gridare, maledirlo, rinfacciargli la malattia del padre, dirgli che si vorrebbe vederlo morto. Lui sta li quieto, con quella dolcezza che hanno tutti i drogati, e che è data solo dagli additivi di cui sono pieni, perché se no sanno essere belve, e tu capisci che lui sta pensando, appena questa rompiballe smette vado a drogarmi. Quello che ti uccide è non solo vedere tuo figlio distruggersi fisicamente, ma anche vedere che muore intellettualmente, spiritualmente, che per lui non esiste più qualcosa che, non si deve fare", che non ha più nessuna moralità. Anche l’amore i drogati non sanno cos’è: c’è tutta la menzogna del gruppo e dello stare insieme: ma la droga e una esperienza solo individuale, solitaria, gli altri con cui stanno, anche la loro donna, sono solo dei complici, da abbandonare se non servono più. Un drogato non ha un vero rapporto con nessuno. «Ogni giorno si legge che ne è morto uno, fulminato da roba cattiva, e allora è certo un povero, perché a chi ha i soldi gli danno solo roba buonissima; oppure per overdose, e allora semplicemente è uno che era andato a disintossicarsi, appena uscito, ha fatto la dose forte di prima, ed essendo pulito non l’ha retta. Le famose statistiche non tengono conto di quelli che si schiantano con la macchina o la moto, di quelli pestati perché non pagano, di quelli ammazzati perché hanno fatto una soffiata, di quelli andati sotto una macchina mentre scappavano dai loro terrori, di quelli che si spengono per denutrizione, deperimento organico, fegato in pezzi, epatite virale, di qualunque altra malattia, per esempio la peritonite, perché la droga toglie la percezione di qualunque dolore, elimina la spia che avverte che qualcosa si è inceppato nel corpo, di quelli che non resistono più alla loro degradazione e non hanno più speranza di uscirne e si suicidano». La commissione Sanità della Camera sta discutendo la riforma della legge 685 sugli stupefacenti. Come persona che ha lottato nove anni contro la droga e che ha partecipato a tutte le battaglie contro la violenza manicomiale, ha qualcosa da dire? «lo credo a una legge che sancisca il dovere, piu che il diritto, dello Stato di curare il drogato anche contro la sua volontà, che gli imponga il ricovero, cura e soggiorno in comunità terapeutiche. Il tossicomane è un potenziale suicida e non mi risulta che venga considerato un oppressore colui che si getta in acqua per salvare uno che sta annegando, e tanto meno un medico che presta soccorso a chi si è avvelenato. Lo Stato è sempre stato un nemico del tossicodipendente: era un nemico prima, quando lo buttava in galera per una sigaretta d’erba, e non erano certo i figli dei ricchi ad andarci. Nei primi anni, mi ricordo c’erano genitori, non ricchi, che in buona fede, disperati, denunciavano i figli sperando che in galera li avrebbero curati, aiutati. Ormai hanno imparato la lezione "adesso sanno che in prigione non li aiuta nessuno li riempiono di botte, trovano tutta la droga che vogliono pur che si associno alle bande mafiose, si impiccano in crisi di astinenza, vengono uccisi a calci dai secondini o lasciati morire soli come cani. E anche oggi lo Stato è un nemico, perché non esiste nessuna arma legale per aiutare i tossicodipendenti: il ricovero coatto è ormai impossibile, ci vogliono due certificati, uno del medico generico, uno di uno psichiatra e il consenso dell’ufficiale sanitario. Un medico mi ha detto: ammesso che i genitori riescano a ottenere tutto questo, noi li teniamo cinque giorni e poi li sbattiamo fuori e ricominciano da capo; in più vengono qui spesso, anche per quei cinque giorni, con la loro dose, magari nascosta nei bei capelli ricciuti". Per quanto riguarda le condanne, lei è d’accordo sulla non punibilità del tossicodipendente? "Io penso che il consumatore deve essere messo al sicuro dallo spacciatore. Non in carcere quindi, come già, per fortuna, sostiene la legge. Tuttavia, qual è il confine tra consumatore e spacciatore? Ogni consumatore è potenzialmente uno spacciatore. I ragazzi col denaro non devono spacciare per procurarsi la dose, ma siccome ne comprano tanta, fanno proselitismo, spacciano anche loro. I poveri sono costretti ad essere spacciatori, magari di una sola dose per volta. Ma quante di quelle dosi alla volta spacciano in un giorno? Conoscevo un ragazzo, studente di ingegneria, che era, come si dice, piccolo spacciatore: però già che c’era si faceva la moto, si pagava l’università, insomma ci viveva. Certo non era il bieco miliardario, ma chi ci arriva a quelli? Se per il consumatore, che è quasi sempre anche quello che viene definito un piccolo spacciatore, ci fosse l’obbligo del ricovero e dell’allontanamento, non credo che avrebbero il coraggio di sostituirli, gli spacciatori importanti". Adesso suo figlio è in Israele. Come mai? "Dopo l’ultima, disperata disintossicazione in clinica, era chiaro che qui non poteva più restare. Abbiamo pensato ai paesi dove la droga non c’è, paesi in cui, in modo diverso, c’è repressione. Ho guardato dapprima all’Unione Sovietica, ma ho avuto paura di non vederlo più; ho scartato la Cina, anche se è il paese dove in vent’anni hanno eliminato l’oppio, perché troppo lontana; a Cuba, gli stranieri per più di venti giorni non li vogliono. Restava Israele, con i suoi kibbutz: il che va benissimo, perché chi ha smesso di drogarsi ha molto bisogno delle regole di una comunità cui riferirsi. "Mio figlio ha accettato; siamo partiti in aprile ed è stato un momento di grande disperazione. Trascinavo con me un uomo stanco, appannato, senza forza, senza interessi; lui che con me era sempre stato petulante, combattivo, comunque irruento, adesso faceva tutto senza discutere, con una lentezza esasperante, pieno di difficoltà. Era così a terra che gli davo degli antidepressivi, ed io ero così infelice che ho pensato, proprio là, in Israele, dopo nove anni di guerra, di gettare la spugna. Se doveva vivere così era inutile. Avevo lottato per la sua felicità, ma se quella disperazione era il risultato di tutta la mia lotta, allora era meglio non ostacolarlo più, lasciarlo finire come gli piaceva. "Sono partita e lui è rimasto in un kibbutz con regole molto rigide, lavorava in una fabbrichetta dalla mattina alle quattro sino a mezzogiorno, un posto dove se ti trovano con la droga ti mandano via subito, ti rispediscono nel tuo paese, perché lì hanno una forte tensione ideale, hanno bisogno che i loro giovani lavorino, e con la droga sono molto severi, dicono: «la droga è un crimine». «Ha cominciato a scrivermi lettere bellissime; a chiedermi libri, Canetti, Conrad, Joyce, qualche latino: è riuscito ad andare a lavorare in campagna ha girato per il paese, ripreso il gusto dell’amicizia, la curiosità per le persone, i flirt con le ragazze. In settembre sono andata a trovarlo, stava molto meglio, ha detto che vuole restare là, si è trasferito a Gerusalemme. Vive con una ragazza intelligente e bella, studia l’ebraico. Mi ha scritto: "Mi è molto difficile darti un quadro di ciò che penso e sento, tutto pare mosso da lievi ticchettii che spostano il mio pensiero ora al di qua, ora al di là della soglia del selvaggio. Cosa farò? Chi sarò? Mah, devo ancora pensarci e ripensarci. Per ora vivo duramente, ma tutto sommato non malissimo. Quanto ai problemi che mi hanno portato qui, mi sembrano così lontani e così estranei che non potrei parlarne con la competenza di chi li ha vissuti. Rimozione? Rifiuto della realtà? Chissà, tutto mi sembra materia di studio per sociologi e psicoanalisti, non per me, stranito letterato a tempo perso, contadino a tempo pieno». E’ una storia a fieto fine? «Come si fa a dirlo? Eppure io spero. Non deve tornare in Italia per molto, molto tempo. Certo, il nostro «fulgore» se ne è andato, se ne sono andate tutte le mie sicurezze. Lui, dopo questa lunghissima esperienza, è un’altra persona, noi tutti siamo altre persone. Magari migliori, soprattutto lui penso possa diventare un uomo migliore. Certo diverso da quell’adoIescente curioso e felice che si vede in quelle fotografie circondato dai suoi cani: con quello sguardo brillante, come di attesa per la vita bellissima che si aspettava, che tutti noi aspettavamo per lui". Natalia Aspesi