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 2007  aprile 26 Giovedì calendario

Il pittore e l’imbianchino si riconobbero dalle mani, entrambe grosse, callose, use ad impugnare la vita

Il pittore e l’imbianchino si riconobbero dalle mani, entrambe grosse, callose, use ad impugnare la vita. Il primo era già famoso nel mondo e osteggiato in patria. Il secondo, in fuga dalla dittatura, il mondo voleva semplicemente conoscerlo. Entrambi abituati ad usare i pennelli per vivere, si ritrovarono a colorare la loro esistenza con la cromatica densità dell’amicizia. Sciolti nei solventi della nostalgia che traccia con segni indelebili le genti dell’Est, capirono che le inarrivabili differenze tra le tele e i muri si potevano annullare nella reciproca umanità, in grandi discorsi, in piccoli gesti di affetto. Dalla magnifica solitudine di un attico con ampia vista sui tetti di Milano, il pittore vedeva il profilo azzurro delle montagne lombarde e forse - nella sua testa - anche altre lontananze: l’Adriatico che bagna l’Albania, le asperità di una terra antica, la figura di una madre scomparsa quando aveva soltanto tre anni. Dalla tranquillità di un piccolo giardino all’ombra di un’antica pieve inglobata nel traffico cittadino, l’umile imbianchino e la sua famiglia, senz’altri orizzonti se non quello del minuscolo paradiso ricevuto in comodato dalla parrocchia locale, gli regalavano talvolta il calore degli affetti semplici, un buon pasto, del vino forte. Quando il pittore l’anno scorso morì solo e senza alcun erede, decise che a eseguire le sue volontà sarebbe stato l’imbianchino. E gli lasciò per questo la casa, il patrimonio, dei terreni, il potere di firma per l’autentica dei suoi quadri e il compito di costituire una fondazione a lui intitolata in Albania. Compito che adesso l’imbianchino, continuando a dipingere muri nelle case dei milanesi e studiando alla sera sui libri d’arte, sta tentando di realizzare con non poche difficoltà, impegnandosi con i figli nell’apertura di un museo (inaugurato l’altro ieri in piazzale Lagosta) e senza toccare, se non per le esigenze della Fondazione, il patrimonio ricevuto, stimato in circa tre milioni di euro. Le loro esistenze si erano incrociate nei primi anni ”90. Il pittore, Ibrahim Kodra, nella sua casa in piazzale Lagosta stava immaginandosi il proprio destino quando una mattina di primavera l’imbianchino, Fathos Faslliu, appena sbarcato a Milano, suonò alla sua porta per guardare negli occhi un mito. Temeva di dover omaggiare una statua, si trovò di fronte una persona dolce e disponibile. Parlarono il dialetto delle coste di Durazzo e delle alture di Tirana, si commossero ricordando il lontano paese delle Aquile e ripercorrendone le più recenti traversìe. Presero così a frequentarsi e si scambiarono lentamente i ruoli. «La sua famiglia» Il pittore, già anziano e piuttosto malandato, decise che l’imbianchino, più giovane e ancora pieno di energie e speranze, sarebbe stato come un «padre» e quella famiglia «la sua» famiglia. L’imbianchino prese a chiamarlo, un po’ ridendo, un po’ imbarazzato, «il mio bambino grande». Kodra, con affetto, cercava «il mio papà». E andarono avanti così. In quegli anni Ibrahim Kodra era ancora considerato una leggenda vivente, «l’ultimo post-cubista nel mondo», uno dei più grandi artisti del ”900. Picasso lo presentava come «Mon ami, peintre albanais, Kodra», il poeta Paul Eluard lo definiva «il primitivo di una nuova civiltà». Montale gli fece anche illustrare un suo libro, Quasimodo lo considerava come un fratello. L’arrivo a Brera Kodra era nato a Ishmi, un piccolo villaggio albanese, nel 1918. Figlio di un capitano della Marina militare che vedeva raramente, educato alla corte di re Zogu, terminati gli studi superiori, Kodra frequentò una scuola d’arte. Nel 1938, a vent’anni, grazie a una borsa di studio, arrivò a Milano, s’iscrisse all’accademia di Brera e non si mosse mai più da qui. L’imbianchino Fathos Faslliu, figlio di un avvocato di Durazzo ucciso dalla dittatura, aveva invece preso al volo l’occasione di una timida apertura del regime comunista di Enver Hoxha nel 1990, e si era allontanato dall’Albania proprio quell’anno. Riuscì a farsi raggiungere dalla moglie. Poi una notte tornò al paese per strappare suo figlio Sadri, che allora aveva appena tre anni, dalle grinfie del Regime che lo teneva in ostaggio dai nonni. Lo avvolse nel suo cappotto e lo gettò oltre la rete di confine, riuscendo a farlo atterrare esattamente sulla grossa valigia che aveva buttato poco prima. «Da giovane giocavo a basket», raccontò più tardi. Arrivarono alla stazione di Gorizia e, di qui, nuovamente a Milano. La moglie Julieta era già incinta di Raissa e partorì al loro arrivo. Fu in quei giorni che Fathos, chiedendo a dei tassisti in Stazione Centrale, scoprì dove abitava il pittore più famoso dell’Albania e lo andò a trovare. Iniziò così il lungo scambio di sensibilità. Difficile convivenza All’età di 88 anni, il 7 aprile dell’anno scorso, il pittore morì e l’imbianchino ormai cinquantenne scoprì dunque di essere diventato il suo esecutore testamentario. Potenzialmente, un milionario. Nei fatti, un uomo con un motivo in più nella vita: quello di onorare al meglio l’amico scomparso. Ma nella storia c’è anche una postilla. Nel testamento infatti, Kodra nominò come plenipotenziario anche un altro figlioccio, questa volta miliardario, già a capo di una fondazione in Svizzera. «Vogliatevi bene come fratelli», scrisse. Ma la fratellanza si sa, è un bene difficile da gestire, soprattutto se uno dei due fratelli ha un nome ingombrante come quello di Behxhet Pacolli, ex marito di Anna Oxa e potentissimo uomo d’affari albanese. Per lui la vita ha l’odore dei soldi. Per Fathos quello delle vernici. Pacolli vorrebbe iniziare a vendere. Fathos, vorrebbe conservare. Kodra da lassù probabilmente li osserva divertendosi a squadrare le nuvole fino a renderle indecifrabili e astratte come i suoi dipinti. Mescolare queste due essenze, non sarà per niente facile. Stampa Articolo