Alfio Caruso, La Stampa 26/4/2007, 26 aprile 2007
Fra il 13 e il 14 settembre 1943 i militari della Acqui di stanza nei tanti presidi di Cefalonia vennero convocati dai loro comandanti per decidere sull’ordine del giorno appena diramato dal quartier generale della divisione
Fra il 13 e il 14 settembre 1943 i militari della Acqui di stanza nei tanti presidi di Cefalonia vennero convocati dai loro comandanti per decidere sull’ordine del giorno appena diramato dal quartier generale della divisione. Si votava per avanzata di passo. Il primo punto affermava: chi vuole combattere assieme ai tedeschi, faccia un passo avanti e nessuno lo fece. Il secondo punto affermava: chi vuol cedere le armi faccia un passo avanti e circa millecinquecento lo fecero. Di conseguenza fu stabilito che era inutile esprimersi sul terzo punto (chi vuol tener le armi?): la stragrande maggioranza di soldati, graduati e ufficiali non voleva saperne di cedere all’aut aut diramato da Hitler attraverso il generale Lanz. Così in una notte stellata 11.700 italiani, ignari da vent’anni di che cosa significassero libere elezioni, furono costretti a scegliere tra la vita e l’onore. Malgrado il caos, malgrado l’assenza di ordini precisi, malgrado l’angosciante silenzio delle stazioni radio, non ebbero dubbi: captarono che per aiutare la patria a voltar pagina bisognasse pronunciare quel no al tedesco. Anticiparono nei fatti il famoso invito di Kennedy: non stettero a chiedersi che cosa l’Italia poteva fare per loro, bensì che cosa ciascuno di loro poteva fare per l’Italia. Cominciarono così l’epopea e il martirio della Acqui. Sono occorsi quasi sessant’anni prima che il Paese, con Ciampi, tributasse il giusto onore a questi ragazzi (l’età media dei circa 9400 morti era di 24 anni, 1500 erano addirittura del 1922, duecento del 1923). E da ieri dobbiamo dire grazie a Giorgio Napolitano per aver finalmente sancito una verità elementare: la resistenza al tedesco s’iniziò a Cefalonia per l’impegno di tantissimi ufficiali dai sentimenti monarchici, pronti a morire gridando «Viva il Re», «Avanti Savoia», a volte, purtroppo, anche «Viva Badoglio». Con essi s’immolarono diversi militari fascisti e altrettanti comunisti. Tutti assieme si riconobbero in un ideale assai semplice: l’Italia. Con il commosso pellegrinaggio nell’isola jonica, colonia di Venezia fino al 1797, il nostro Presidente ha compiuto un atto rivoluzionario. Nonostante le profonde origini comuniste, ha trasferito il privilegio e il merito di aver iniziato la resistenza dai partiti politici, in primis il suo vecchio Pci, agli italiani in divisa, che l’8 settembre, nello squagliamento generale, non buttarono il fucile, ma se lo tennero stretto avviandosi verso le montagne. Li attendeva un futuro da partigiani. Quelli dell’Acqui, invece, conservarono il proprio status di regia divisione. All’inizio li spingeva soltanto il desiderio di tornare a casa. Furono giornate convulse, il generale Gandin viveva rintanato in ufficio per paura di subire attentati, avvennero eccessi e perfino omicidi. La presa di coscienza rappresentò una conquista difficile. Al momento, però, del referendum trionfò l’unità d’intenti, il senso di appartenenza a un’Italia senza aggettivi: non più fascista, ma non ancora democratica; avviata verso la repubblica, ma ancora fedele al giuramento al re. Splendeva il sole ieri su Cefalonia come splendeva quel 24 settembre, quando gli alpini sudtirolesi della 1° divisione Edelweiss fucilarono alla periferia di Argostoli 129 dei 164 ufficiali sotto il loro dominio. Fu il completamento dell’indebita strage. Ci permettiamo di ricordarvi alcuni nomi di quei bravi soldati: carabiniere Nicola Tirino, attendente Gigi Cuni, capitano Giovanni Maria Gasco, tenente Gianni Clerici, maggiore Oscar Altavilla, capitano Peppino Ciaiolo, capitano Guglielmo Pantano, sottocapo Giovanni Guazzeri, sergente maggiore Paolo Lionello, tenente colonnello Giambattista Fioretti, fante Nestore Arduini, capitano Enzo Cacciamo, sergente maggiore Angelo Boni, sottotenente Enrico Solito (il più giovane dei caduti), capitano Antonio Romanelli... Un elenco infinito d’italiani perbene. Stampa Articolo