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 2007  aprile 26 Giovedì calendario

PAOLO D´AGOSTINI

ROMA - Il "Festival delle Arti Contemporanee" di Rovereto celebrerà dal 3 al 12 maggio Bernardo Bertolucci. Anche con due concerti di musicisti che hanno collaborato con lui: Ryuichi Sakamoto il 3 e Gato Barbieri l´8. A Bertolucci, che si muove con difficoltà in seguito a un intervento alla colonna vertebrale, piace ricordare che sul numero 1 di Repubblica, il 14 gennaio 1976, Alberto Arbasino lo intervistava sul suo Novecento. L´occasione invita a guardare indietro ma cominciamo dal futuro. «Fino a qualche mese fa c´era il progetto di un film sui guerriglieri che nel ”96 sequestrarono gli ospiti dell´ambasciata giapponese a Lima. Doveva esserci una grande festa per il compleanno dell´imperatore, alla presenza del presidente peruviano Fujimori che invece non intervenne. Durò cinque mesi. Ma invece sono ritornato sul vecchio progetto del principe musicista napoletano Gesualdo da Venosa. Anche se mi chiedo quando sarò in grado di essere su un set con la necessaria fisicità. Non è un segreto che ho avuto un´operazione due anni fa che mi ha invalidato. Non so se è troppo prosaico ma non mi dispiace parlarne. Sono stati due anni di arresti domiciliari, ma da un po´ riesco a uscire con l´aiuto di questo aggeggio a quattro ruote. Sarà una condanna per aver fatto troppe carrellate nei miei film?».
Che cosa è il cinema, oggi, per lei?
«A un certo punto è avvenuto in me un grande cambiamento. Mi è sembrato che i film che noi andiamo a guardare invece guardino noi. Come se i film siano diventati qualcosa di molto intimo. Non so spiegare meglio ma è una sensazione molto forte. Se poi parliamo di quello che accade nel cinema italiano, non sono d´accordo con il trionfalismo. Andiamoci piano. Ci sono segni di vitalità. Io comunque non ho mai sentito doveri nazionalisti. L´altra sera ero a cena con Nanni Moretti. E conversando mi chiedevo se girare in italiano o in inglese, se con attori italiani o stranieri. Mi piacerebbe sentire il dialetto napoletano della fine del ”500, ma nel secondo caso avrei possibilità più ampie. realismo. Il più rivoluzionario dei miei amici, Glauber Rocha, diceva che il regista è quello capace di trovare i soldi per fare il suo film».
Durante la prima Festa di Roma ci fu un confronto pubblico Bertolucci-Bellocchio, i due campioni della stagione che segnò l´irruzione del "nuovo".
«Non era mai accaduto anche se ci conosciamo da sempre. Io con le mie dolcezze parmigiane e lui con le sue asprezze piacentine. Eravamo diversi anche in quegli anni. Io dipendente dalla Nouvelle Vague francese e Marco legato al Free Cinema inglese, più "di prosa" per dirla con Pasolini».
In Italia la "nuova onda" non ebbe lo stesso esito che altrove. Il "cinema di papà" non si lasciò scalzare.
«La commedia all´italiana, che era il "cinema di papà" ed era la forza del cinema italiano, non era discontinua rispetto al Neorealismo. Tutta la mia protesta non teneva conto di questo. L´ho capito quando poi Risi è diventato Risì e Scola Scolà, quando ho scoperto che anche i miei amici dei Cahiers l´apprezzavano».
Un tratto che la definisce è la precocità di debuttante poco più che ventenne. A trent´anni con Ultimo tango a Parigi una fama clamorosa e "maledetta". Ne è stato travolto?
«I più travolti eravamo io e Maria Schneider, tanto che da allora non ci siamo più parlati. Era veramente fuori controllo quello che è accaduto. Fino al New York Times con un´intervista a Maria che dice di aver già avuto 75 amanti, 50 donne e 25 uomini. Io stesso ho fatto dei continui harakiri davanti alla stampa, dimenticando che Ultimo tango era un film, distinto dalla mia persona. Tutto si confondeva».
Pensando ancora a Bertolucci-Bellocchio: il peso della politica e dell´ideologia.
«Dopo L´ultimo imperatore mi sono detto: ma guarda, lui ha fatto La Cina è vicina ma poi in Cina ci sono andato io. C´era un gruppo di amici, tra cui Marco e Godard, che non resistevano alla tentazione della Rivoluzione Culturale. Quella febbre, quell´estasi estremistica io l´avevo provata un po´ prima. Con Prima della rivoluzione, in anticipo. E quando loro si sono scoperti comunisti e oltre, quando Marco seguiva Servire il Popolo, io prendevo la tessera del Pci».
I tre elementi che attraversano tutto il suo cinema - politica, amore, cinema - si trovano intrecciati nel più recente The Dreamers: omaggio proprio a quegli anni di estremismi.
« la rivisitazione di passioni che dopo mi sono mancate. Di una stagione speciale in cui magicamente tutto questo stava insieme. Cui penso con gioia e non con l´amarezza di tanti che hanno cambiato idea. Io non ho mai pensato che da Valle Giulia saremmo passati alla rivoluzione. Mi ha enormemente sorpreso non tanto quello che ho sentito qualche sera fa dire a Giuliano Ferrara ma che non ci siano state reazioni. Parlando della strage in Virginia ha detto che dopo tanti anni di aborto libero la morte non fa più impressione».
Lei è cresciuto in un ambiente speciale. Lo ripeterebbe quel racconto della prima volta che Pasolini bussò alla vostra porta?
«Tre del pomeriggio di domenica, tutti a sonnecchiare, questo giovane vestito da festa che mi chiede di mio padre con uno sguardo così intenso. Io lo chiudo sul pianerottolo, vado da mio padre e dico: c´è uno che si chiama Pasolini, secondo me è un ladro. Diventò il primo dei miei molti padri alternativi».
C´è un partito che considera Il conformista il suo capolavoro.
«E mi irrita. Sono i miei coetanei americani, Coppola, Scorsese, che attraverso quel film hanno riscoperto il cinema americano. Li ha risvegliati in un momento in cui stavano guardando al cinema europeo con una certa invidia».
Novecento. Conserva la sua validità o risente degli anni?
«L´ho rivisto per il trentennale. Mi sono sentito molto orgoglioso. l´unico che vorrei veder riuscire nei cinema, vedere che effetto farebbe ai giovani».
Lei ha fatto arrabbiare i dirigenti della sua parte politica molto prima di Moretti a piazza Navona. Quando gli interlocutori si chiamavano Pajetta e Amendola.
«A me sembrava di aver fatto un grande omaggio alla storia del Pci. Loro hanno reagito male. Ma tra i miei ricordi c´è anche questo: una volta Pasolini mi portò da Napolitano che mi disse: il partito ha più bisogno di poeti che di registi propagandisti. Allora mi sembrò una risposta moderata se non di destra. A Pasolini piacque».
Qual è il suo sentimento verso il Partito democratico?
«Qualcuno mi ha chiesto di firmare per il Partito democratico. Per la prima volta dopo che per decenni ho firmato qualsiasi cosa ho avuto quasi un problema fisico. Sono indeciso. Anche se non vedo alternative. Però la sensazione che ho provato di venire seppellito insieme al Pci è stata fortissima. Il sentir usare la parola "ideologico", magari da qualcuno per cui voto, in senso quasi insultante... Mi sembra che si siano accettati troppi rifiuti del passato».
Si rende conto che una benedizione come la sua fa gola?
«Sì. Ma i miei amici che fanno politica conoscono la mia sincerità».