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 2007  aprile 26 Giovedì calendario

ANTONIO CIANCIULLO

ROMA - Ha un numero di addetti analogo a quello del settore tessile (63 mila dipendenti). Un´infrastruttura al tempo stesso potente (291 mila chilometri di rete) e fragile (perde più di un terzo di quello che trasporta). Un´età media degli impianti avanzata (32 anni). Un mercato garantito (più 15 per cento dei consumi nei prossimi 20 anni). Se questo identikit corrispondesse a un´industria, spunterebbero subito acquirenti e finanziatori. Invece è il sistema degli acquedotti italiani, che galleggia nel limbo, conteso tra il vecchio concetto dell´acqua quasi gratuita, elemento della natura tanto abbondante da non aver valore, e l´idea dell´oro blu sempre più prezioso.
La spinta della siccità sta accelerando il processo di industrializzazione del settore che appare però ancora non compiuto. I dati del rapporto H2O, che Legambiente diffonderà nei prossimi giorni, alla vigilia della riunione del Consiglio dei ministri dedicata alla lotta contro la sete, sono impressionanti. Dall´analisi sul campo condotta in cento città, risulta una perdita della rete superiore a quella calcolata dall´Istat: il 42 per cento. Cioè 10.500 metri cubi di acqua al chilometro in un anno. Ogni minuto la rete italiana perde 6 milioni di litri: più di quanto basta a riempire due piscine olimpioniche.
Naturalmente è un dato medio, ottenuto sommando situazioni di inefficienza moderata a veri e propri disastri. Secondo i dati di H2O, le perdite annue per chilometro sono inferiori ai 3 mila metri cubi in Emilia Romagna, Umbria e Marche. Mentre viaggiano sopra i 18 mila metri cubi nel Lazio, in Campania e in Puglia. Medaglia nera per la Campania che arriva a buttare via 24 mila metri cubi ogni chilometro di acquedotto.
Per tappare i buchi occorre investire, ma soprattutto investire bene. «In molti casi la rete idrica ha dato più da mangiare che da bere: l´elenco delle inchieste e dei processi legati ad alcuni enti acquedottistici è lunghissimo», ricorda Alberto Fiorillo, responsabile delle aree urbane di Legambiente. «Oggi si è passati dai 2,3 miliardi di euro investiti nel 1985 a 700 milioni di euro. Ma 50 mila chilometri andrebbero completamente rifatti e bisogna trovare le risorse».
L´idea di un grande piano idrico nazionale è stata lanciata dal ministro dell´Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio: «Si tratta di muoversi contemporaneamente su vari piani. Ristrutturare la rete, ma anche dotare le case di tutte le tecnologie, dal recupero delle acque grigie agli erogatori ad alta efficienza, che permettono di mantenere un buon livello di comfort riducendo i prelievi. Bisogna migliorare l´intero ciclo: dal prelievo alla depurazione».
«Ben vengano gli appelli alle famiglie a chiudere l´acqua quando ci si lava i denti», commenta Mauro D´Ascenzi, presidente aggiunto di Federutility, l´associazione che riunisce il 90 per cento dei gestori d´acqua per usi civili. «Ma non dimentichiamo che la parte di gran lunga maggioritaria dell´acqua viene consumata dall´agricoltura e che per valorizzare il bene acqua bisogna avere una tariffa più equilibrata rispetto ai costi di gestione».
Oggi il costo dell´acqua che esce dal rubinetto si aggira sul mezzo euro per mille litri, il consumo giornaliero di una famiglia di 4 persone. Ma, dal punto di vista del bilancio familiare, una voce di passivo crescente è data dal consumo di acqua minerale, che ci vede ai vertici della classifica mondiale con un consumo di 185 litri pro capite all´anno. «L´acqua minerale costa più della benzina al netto delle tasse», aggiunge Fiorillo. «E in molti casi le industrie del settore, per imbottigliarla, pagano un prezzo 50 volte più basso di quello che tutti noi paghiamo per l´acqua potabile a casa. Un aggiustamento della tariffa di prelievo dell´acqua minerale potrebbe fornire una parte delle risorse necessarie a risanare il ciclo dell´acqua».