Emilia Costantini, Corriere della Sera 26/4/2007, 26 aprile 2007
ROMA – Doveva fare il notaio, ma si annoiava e ha preferito il palcoscenico. Umberto Orsini festeggia quest’anno i suoi primi 50 anni di teatro
ROMA – Doveva fare il notaio, ma si annoiava e ha preferito il palcoscenico. Umberto Orsini festeggia quest’anno i suoi primi 50 anni di teatro. Una carriera iniziata quasi per caso, ma poi segnata da grandi maestri come Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, Patroni Griffi, perfino Federico Fellini. E movimentata anche dal glamour di una lunga storia d’amore con Ellen Kessler. Racconta divertito: «A Novara studiavo legge ed ero entrato, come praticante, nello studio di un notaio che, avendo problemi alle corde vocali, mi aveva affidato il compito di leggere gli atti notarili: tutti mi ascoltavano con attenzione...». Era il 1957 quando debuttò all’Eliseo, come brillante allievo dell’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, nel Diario di Anna Frank, diretto da Giorgio De Lullo. Stasera torna al Piccolo Eliseo con un suo spettacolo cult: Il nipote di Wittgenstein di Thomas Bernhard, con la regia di Patrick Guinand. Ricorda Orsini: «Era stato proprio De Lullo a notarmi nel saggio d’accademia. Con la Compagnia dei giovani, che esisteva già da tre anni, cercava un attore giovane per il ruolo di Peter. Io, in realtà, sapevo che al saggio, dove recitavo con un giovanissimo Gian Maria Volonté, doveva venire a vederci Luchino Visconti che, a sua volta, cercava il protagonista per Uno sguardo dal ponte, invia di allestimento. Così mi ero fatto tingere i capelli di biondo platino, perché sapevo che così doveva essere il personaggio dell’opera di In alto, Umberto Orsini con Ellen Kessler negli anni 70. A lato, in una scena de «Il nipote di Wittgenstein» Miller. E invece Visconti scelse per quel ruolo Corrado Pani, mentre De Lullo volle me per Anna Frank ». Ma con il regista del Gattopardo, Orsini si incontrerà qualche anno più tardi, per la sua prima grande prova d’attore: «Finalmente mi prese per l’Arialda di Testori, con cui debuttammo all’Eliseo nel 1960. E quando lo spettacolo andò a Milano, all’indomani della prima fu sequestrato dalla censura, con l’accusa di oscenità». Un altro spettacolo di Visconti, di cui era ancora protagonista Orsini, fu bloccato, molti anni dopo, ma stavolta per ordine dell’autore: era il 1973 e Harold Pinter non gradì affatto come Visconti aveva messo in scena il suo Vecchi tempi: «Sì, ma la vera ragione è che tra il regista e l’autore inglese esisteva una vecchia ruggine per altri motivi: entrambi miravano a realizzare la "Recherche" di Proust e tra loro c’era una lotta a distanza su chi l’avrebbe dovuta fare per primo». Tant’è, ma per Orsini l’incontro con Visconti segnò l’avvio di una lunga serie di successi, anche cinematografici ( La caduta degli dei, Ludwig). Con Fellini, un breve incontro: «Ero agli esordi della carriera e fui scritturato per un piccolo ruolo ne La dolce vita: fu come vivere in un sogno. Fellini mi chiamava Umbertino, non facendomi sentire uno che stava lì per caso. E poi vedere da vicino Marcello Mastroianni che era già un divo: bellissimo, elegante, naturale...». La popolarità arriva però col piccolo schermo, dove resta memorabile il suo algido Ivan nello sceneggiato I fratelli Karamazov diretto da Sandro Bolchi nel 1969. Ricorda: «Era l’epoca del monopolio televisivo della Rai, non era difficile diventare famosi. Per me che venivo dal teatro, essere fermato dalla gente che, per strada, mi chiedeva l’autografo, era sbalorditivo. Oggi, gli attori delle fiction vengono addirittura chiamati col nome del personaggio, dal maresciallo Rocca a nonno Libero. Ma gli sceneggiati di allora avevano una qualità particolare, mentre oggi li trovo noiosi». Non che Orsini disdegni di apparire ancora, ogni tanto, in qualche fiction: « raro, anche perché di solito mi fanno proposte indecenti: ruoli da vecchio nonno in cui non mi riconosco. Ho invece accettato qualche personaggio interessante nei kolossal della Lux Vide, anche perché nel cast c’erano star come Max von Sydow, Ben Kingsley, Anouk Aimée...». Ma fu nei corridoi della Rai che, alla metà degli anni Sessanta, incontrò Ellen: «All’inizio non la distinguevo dalla gemella, ma ne ero affascinato, nulla a che vedere con le veline di oggi. Le Kessler erano amate e desiderate da tutti e io, maschio latino, ero arrivato primo su milioni di uomini italiani che sognavano una storia d’amore con loro. Come riuscii a conquistare Ellen? All’epoca, in questo genere di cose non vincevano i calciatori, ma avevano più fascino gli attori». E non mancarono le paparazzate: «Altri tempi e altro genere di paparazzi, però: non esistevano ancora i Corona e, anche nel gossip, c’era più etica professionale. Persino i direttori dei settimanali "rosa" rispettavano una certa deontologia. Costanzo, che all’epoca ne dirigeva uno, mi chiamò perché aveva saputo di una mia scappatella con un’attrice straniera, mentre ero ufficialmente fidanzato con Ellen. Mi chiese se era vero. Io negai e lui non pubblicò nulla... ma ora lo posso dire: la "soffiata" era giusta». Veniamo al Nipote di Wittgenstein, già interpretato da Orsini 15 anni fa: «Forse il romanzo più intimo e più vicino all’autobiografia di Bernhard dove, attraverso la ricostruzione di una personalità "storica", quella del filosofo Ludwig Wittgenstein, analizza il suo disprezzo per il mondo e la sua radicata e ossessiva avversione per l’umanità in genere». Un personaggio che ancora sogna di fare? «Mi manca tanto un Riccardo III, ma forse, a 72 anni, non ho più l’età».