Sergio Romano, Corriere della Sera 26/4/2007, 26 aprile 2007
Nancy Pelosi, democratica, speaker della Camera statunitense, terza carica istituzionale del Paese, è andata in Siria per una serie di incontri di natura politica (in primis con il presidente Assad), suscitando le ire di George Bush
Nancy Pelosi, democratica, speaker della Camera statunitense, terza carica istituzionale del Paese, è andata in Siria per una serie di incontri di natura politica (in primis con il presidente Assad), suscitando le ire di George Bush. L’episodio offre l’immagine di un Paese (gli Usa) estremamente diviso e, soprattutto, di una classe politica che in campo internazionale si muove in modo confuso e disordinato, vorrei dire «all’italiana». Mi aiuta ad interpretare meglio questa vicenda? Marco Peserico marco.peserico@virgilio.it Caro Peserico, per capire il rapporto fra George W. Bush e Nancy Pelosi occorre partire da una parola del vocabolario politico che ha un significato diverso sulle due sponde dell’Atlantico. La parola è «governo». In tutte le maggiori democrazie europee, governo significa esecutivo, vale a dire Consiglio dei ministri o gabinetto. Ma negli Stati Uniti significa «presidente e Congresso», vale a dire l’azione congiunta del capo dello Stato e del Parlamento o, come direbbero i costituzionalisti, di due poteri concorrenti. Nel campo della politica estera, ad esempio, i costituenti vollero che persino la nomina di un ambasciatore dipendesse dal parere vincolante del Senato. Ne avemmo una dimostrazione pratica quando Bush volle inviare all’Onu un rappresentante permanente (John Bolton), sgradito al Congresso. Per aggirare l’ostacolo si valse della facoltà concessa al capo dello Stato di nominare Bolton nel corso di un «recess», vale a dire durante una fase di interruzione delle sedute parlamentari. Ma la nomina doveva considerarsi provvisoria e soggetta all’approvazione del Senato, non appena la Camera alta avesse ripreso i suoi lavori. Quando venne quel momento e Bush capì che la nomina sarebbe stata respinta, Bolton dovette dimettersi. Oggi, dopo la vittoria dei democratici alle ultime elezioni di mezzo termine, esiste negli Stati Uniti, anche se Bush e il suo vicepresidente Dick Cheney non lo ammetteranno mai, una sorta di diarchia. Qualcuno ha sostenuto che questo rapporto dialettico, e talvolta litigioso, fra due alte cariche dello Stato non dovrebbe incidere sulla politica estera degli Stati Uniti e sull’immagine del Paese all’estero. Ma ciò che Bush e Cheney rimproverano oggi a Nancy Pelosi è accaduto a parti rovesciate verso la fine degli anni Novanta, quando la politica filocinese di Bill Clinton si scontrava con quella dei repubblicani che al Congresso, allora, avevano la maggioranza. Nancy Pelosi, inoltre, può oggi sostenere che le sue iniziative diplomatiche sono conformi allo spirito e alla lettera di una diversa politica estera americana, suggerita da un «Gruppo di studi» che fu costituito grazie all’iniziativa di un membro della Camera dei rappresentanti, Frank Wolf, con la collaborazione di quattro grandi istituti: l’«United States Institute for Peace», il «James A. Baker III Institute for Public Policy» della Rice University, il «Center for the Study of the Presidency» e il «Center for Strategic and International Studies». Fu deciso che il gruppo avrebbe avuto due presidenti: un repubblicano, James A. Baker, già segretario di Stato all’epoca della prima Guerra del Golfo, e un democratico, Lee H. Hamilton, già presidente della Commissione Affari esteri della Camera dei rappresentanti. Fu deciso che sarebbe stato composto da otto membri, tutti molto noti nella vita pubblica americana per i loro incarichi precedenti: un ex segretario della Difesa, un ex segretario di Stato, un ex direttore della Cia, un ex Procuratore generale, un ex giudice costituzionale, un ex governatore, un ex senatore, un ex Chief of Staff (segretario generale) della Casa Bianca. Il gruppo iniziò i suoi lavori con una cerimonia ufficiale in Campidoglio nel marzo del 2006, e le 96 pagine del suo rapporto, presentato alla fine dell’anno scorso, contengono, insieme a una dettagliata analisi della situazione irachena, alcune raccomandazioni, fra cui la graduale riduzione del coinvolgimento militare americano, un maggiore sforzo per la soluzione della questione palestinese, l’apertura di conversazioni con la Siria e con l’Iran. Quel rapporto non ebbe alcun effetto sulla politica irachena e mediorientale della Casa bianca. Ma permette a Nancy Pelosi di affermare che le sue iniziative sono ispirate da un testo «bipartisan». possibile quindi che gli Stati Uniti abbiano sino alla fine del mandato di Bush due politiche estere: quella della Casa Bianca e quella che Nancy Pelosi cercherà di perseguire ispirandosi alle conclusioni del rapporto presieduto da Baker e Hamilton.