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 2007  aprile 26 Giovedì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

BONORVA (Sassari) – E’ vivo Giovanni Battista «Titti» Pinna, rapito più di 7 mesi fa, ed è nella mani di una banda che sa il fatto suo, con capi e gregari che si muovono ben dentro i tradizionali codici dell’Anonima Sarda: hanno psicologicamente «lavorato» la famiglia facendo calare a lungo il silenzio sulla sorte dell’ostaggio e poi – quando già si facevano strada altre ipotesi come quella di una fuga con una donna in Romania – hanno assestato il colpo. Poche parole scritte su L’Unione Sarda del 25 gennaio, significativamente proprio il giorno in cui il quotidiano ha pubblicato un appello del padre e delle sorelle dell’allevatore di Bonorva.
Pinna ha scritto: «Vi voglio bene, a Maria Margherita e a tutti». Dopo il messaggio ancora silenzio; ed è «giallo» anche su una richiesta di riscatto, un milione di euro: la famiglia non sa come procurarsi il denaro, poche ore dopo il sequestro le sono stati bloccati i beni.
La prova che Pinna è vivo è arrivata il 6 marzo. Qualcuno ha depositato nella cassetta delle lettere dell’avvocato Agostinangelo Marras, uno dei più noti penalisti sardi, un plico con il ritaglio dell’Unione
Sarda e parole manoscritte con grafia incerta. Marras ha subito informato gli inquirenti. «E’ Titti», la sorella Maria Margherita è stata immediatamente sicura. Un po’ meno il fratello. I magistrati hanno allora deciso di chiedere una perizia calligrafica, che ha confermato. E pochi giorni dopo la sorella ha accolto in casa le telecamere del TG1 per rivolgersi direttamente ai rapitori: «Vogliamo che Titti ritorni, fateci sapere che cosa volete».
Così si è aperta la fase più delicata: era nato come un sequestro-lampo, ma andrà avanti ancora a lungo. Quel pomeriggio del 19 settembre era stato lo stesso Pinna a comunicare le condizioni per la sua liberazione: «Preparate 300 mila euro – aveva telefonato a casa – o mi ammazzano». Ma il padre non accettò lo scambio immediato e andò dai carabinieri, mandando all’aria i piani dei fuorilegge. Che hanno dovuto cambiare strategia, cercare un rifugio sicuro e rinforzare il gruppo originario con elementi (in genere latitanti) capaci di tenere a lungo prigioniero l’ostaggio. Qualcuno ipotizza che Titti sia stato «venduto» ad un’altra banda.
Il silenzio durato mesi ha alimentato altre piste, come quella di una fuga volontaria di Pinna, «oppresso dalla famiglia», in Romania, aiutato da due rumeni che aveva assunto nella sua azienda agricola. Ma poi si è scoperto che un solo pastore rumeno ha lavorato con Pinna ed è andato via molti mesi fa dopo un litigio per soldi. Quanto alla donna, sempre romena, gli era stata presentata da due amici di Sassari: una storia finita presto.