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 2007  aprile 25 Mercoledì calendario

TRE ARTICOLI


MARINA CASSI
Inghiottiti nella città. I desaparecidos della scuola dove sono? I ragazzi che proprio non ce la fanno a andare avanti, che accumulano bocciature, frustrazioni, rifiuti e rigetti, insomma quelli che alla parola scuola si fanno venire l’orticaria come arrivano ai 18 anni? Che cosa fanno tra il momento in cui gettano la spugna e quello in cui sono grandi?
Sono tanti: 35 su 100 tra quelli che hanno incominciato a andare alle superiori, come ha denunciato l’assessore Umberto D’Ottavio. Certo non tutti mollano al primo colpo. Anzi. Secondo Ludovico Albert, direttore della formazione dell’assessorato all’Istruzione della Provincia, moltissimi trascinano la loro vita nella scuola come entità metafisica. Solo che non è la stessa del primo giorno.
Racconta: «Il 35% si riferisce al numero di chi a fine ciclo non è arrivato al titolo. Ma nel mezzo possono esserci ripetute bocciature, indirizzi scolastici cambiati. Adesso, a differenza di una volta, è più frequente essere studenti indipendentemente dai risultati. Noi la chiamiamo «scuola lunga». I ragazzi stanno nelle scuole e purtroppo accumulano fallimenti che li segneranno nella vita adulta».
Di certo non lavorano, o meglio non lavorano regolarmente. Il passaggio dal fallimento scolastico al lavoro - quello che una volte le famiglie minacciavano al figlio riottoso - non avviene. I numeri degli avviamenti come apprendisti di ragazzi con meno di 18 anni sono bassissimi e in costante calo. Nel 2006 sono stati a Torino e provincia 1.650. Ma visto che almeno la metà ha avuto più di un avviamento il numero vero è di poche centinaia. Sono sedicenni e diciassettenni che stanno per qualche mese in un bar, poi passano in una pizzeria, poi si spostano in un ristorante e così via.
Nel 2002 erano 1.985, scesi a 1.770 l’anno successivo, piombati a 1.453 nel 2004. E d’altronde una modesta controprova con l’Ascom è emblematica. Nel 2006 su circa 2 mila apprendisti passati per le aziende associate nessuno era minorenne. Persino l’Istat considera residuale questa occupazione: la classe di età per la rilevazione degli occupati è 15-24 anni. E andrà ritoccata perché con la Finanziaria di quest’anno occorrono minimo 16 anni per lavorare.
Da quando le leggi Treu e Biagi hanno fissato in 240 ore la formazione che ogni apprendista minore deve fare all’anno - contro le 120 degli altri - questo sbocco sembra essere diventato più ostico. Albert nel 2003 aveva notato che in alcuni casi la formazione non avveniva e aveva inventato una soluzione il più accattivante possibile per i ragazzi con pochissima didattica classica e molto laboratorio.
Era felice quando l’anno successivo i ragazzi in formazione erano diventati 833, ma c’è rimasto malissimo quando l’anno successivo sono tonfati a 265. Spiega: «Qualcuno è proprio refrattario a qualsiasi cosa sembri scuola; in più le aziende non sono contente di vedersi sottrarre l’apprendista per due giorni la settimana». Saranno finiti a lavorare in nero?


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GIOVANNA FAVRO
Don Cesare Durola ha 40 anni, ed è un salesiano che sembra un prete da film. Non si veste da prete, porta una croce sul petto e ha un furgone un po’ scassato, tutto colorato e coperto di scritte, che parte ogni giorno dal suo oratorio, il «San Luigi» di via Ormea 4: un posto chiassoso frequentato da 800 ragazzi, in cui c’è un gran da fare. Non chiude mai, offre sale giochi, palestra, spazi aperti, saloni, bar. Con l’aiuto di 40 fra educatori, allenatori sportivi e volontari, ci si fanno un sacco di attività. Corsi di italiano, basket, calcio, pallavolo, arti marziali, laboratori di musica, danza, teatro.
Tutto questo, però, a don Cesare non basta. «Tre anni fa ho sentito l’esigenza di andare a cercare i ragazzi là dove sono, di non accontentarmi di quelli che ho in oratorio».
Sopra il furgone don Cesare e i suoi ragazzi - l’educativa di strada è coordinata da Matteo Aigotti - caricano ogni giorno una strana attrezzatura. Due porte da calcio, il calciobalilla, palloni, chitarre, attrezzi per la giocoleria. Si parte, e si va dove ci sono i ragazzini. In piazza Bengasi, ai giardini Cavour, ma soprattutto ai Murazzi, tra baby pusher stranieri e teenagers italiani attratti dai locali, e al parco del Valentino, fra chi ha mollato la scuola, piccoli spacciatori e giovani che vendono spugnette e vivono per strada.
Don Cesare non fa distinzioni fra bianchi e neri, tra piccoli delinquenti e chi non ha voglia di studiare e passa i pomeriggi a far flanella tra motorini e skateboard. «Chi c’è, c’è. Noi arriviamo là dove si incontrano, tiriamo fuori le porte, e non servono tante parole. Davanti al pallone, sono tutti uguali. Cominciamo a giocare, poi diciamo: ”Facciamo una partita?”, e c’è sempre chi ci sta. E se ci mettiamo a suonare, o a fare i giocolieri, dopo un po’ si avvicinano a guardare».
Non servono parole. Quelle vengono molti giorni dopo. Col furgone, «qualche volta sbarchiamo anche in 20, ma di solito in 5 o 6: andiamo in territori dei ragazzi, che non dobbiamo invadere. Non andiamo a comandare né a far domande, ma a diventare compagni di piazza». Si gioca, si suda, e il giorno dopo si torna. «Ci chiedono: ”Siete poliziotti?” E noi: ”No, siamo dell’oratorio San Luigi, e siamo venuti a giocare a pallone».
Dài oggi e dài domani, i ragazzi si aprono, scherzano, raccontano bisogni, esperienze, problemi. «Uno non ha casa, uno ha lasciato la scuola. Uno usa droga, uno la vende, un altro non sa che fare del suo tempo e del suo futuro». E’ il caso più frequente fra gli italiani che mollano definitivamente la scuola: «Si lasciano andare a un nulla, un dolce far niente che li prende come un laccio, una sabbia mobile che li imprigiona. Li rende sempre meno capaci di impegnarsi, di alzarsi presto, di accettare delle regole». Così «bivaccano. A quell’età, il tempo libero non organizzato e strutturato diventa una piaga. Per di più, fanno niente, ma vogliono soldi lo stesso».
Il continuo ”non mi interessa” «comporta un grosso lavoro di rimotivazione». Per chi lascia la scuola c’è una formazione diversa, e per chi non ha famiglia don Cesare ha una comunità, in cui dalla scorsa estate ha inserito una trentina di extracomunitari. Loro, dice Matteo Aigotti, «si cerca di avviarli alla scuola media, e poi a corsi professionalizzanti». Come quelli dei salesiani, da Valdocco all’Agnelli, per meccanici, tornitori, fresatori, tipografi, elettricisti «e altri mestieri concreti - dice don Cesare -, buoni anche per gli italiani che non stanno sui banchi».
Quando si diventa amici (dal furgone scendono anche psicologi ed extracomunitari di ”peer education”, usciti da storie di strada e di droga) «si capisce di quali bisogni sono portatori i ragazzi - dice Matteo - e si può organizzare un percorso insieme». Se usano droga si collabora col Sert, se sono clandestini con l’ufficio minori. I baby pusher sono difficilissimi, perché, dice il salesiano, «sono abituati ad avere molti soldi facili. Parlo di extracomunitari, ma anche di italiani che spacciano nei locali». Di due cose, però, è sicuro: «Tutti i ragazzi hanno in comune i bisogni primari: amicizia, ascolto e amore». E poi, «anche se alcuni non sono disposti a fare sacrifici per realizzarli, tutti i giovani hanno dei sogni».

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Evans Ferrari, 18 anni, è uno dei ragazzi che, mollata la scuola superiore, ha trovato una seconda possibilità di formazione, e stavolta con successo, a Piazza dei Mestieri, la fondazione in cui 400 ragazzi studiano da parrucchieri, cuochi, panettieri, baristi, elettricisti, pasticcieri e molto altro.
Il 70% di loro ha alle spalle un insuccesso scolastico. Anche Evans. Due anni all’Itis, due bocciature. E adesso, con questi nuovi insegnanti e nuovi metodi, una vera rinascita. Cominciò tutto «da una ripicca di mia madre. M’ha detto: ora basta, vai a lavorare. A fare il panettiere. Vedrai che dopo 15 giorni torni a scuola. M’ha spedito in un panificio». Aveva 16 anni. «Ho scoperto che mi piaceva lavorare di notte. Fare il pane di notte è come creare qualcosa che vive. Quando faccio il pane, mi sento libero».
In quel panificio in cui l’avevano mandato dopo le bocciature, «ero troppo piccolo, non potevo restare. Ma sono venuto qui, per studiare da fornaio e panettiere. Finirò il corso di 2 anni fra un mese, spero di tornare a lavorare dov’ero prima. Un giorno, vorrei aprire un panificio enorme, solo mio».
Della scuola parla con una voce dura. «Mi dava fastidio, all’Istituto tecnico, essere valutato. Chi sei, mi dicevo, per darmi 4? Chi sei per giudicarmi? Qual è il mio compenso, se studio? L’applauso? Per lavorare ho uno scopo, ma a scuola?» Racconta il suo primo anno alle superiori come una sfida continua: «Ero rappresentante di classe, avevo continui diverbi. Sono riuscito a far cacciare dalla sezione una professoressa lunatica, che dava 4 a capocchia secondo il suo umore, ma me l’hanno giurata. Gli altri professori mi hanno tutti preso di mira». A Piazza dei Mestieri si parte dall’esempio concreto per spiegare la regola generale, si usano libri di testo riscritti per ragazzi che hanno bisogno di un modo diverso di imparare. «Qui i docenti ti spiegano, ma non ti guardano dall’alto al basso. Si fanno rispettare, ma si comportano da amici. E non spiegano tante cose inutili. Anche per fare il pane, serve la matematica. Ma addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni, un po’ di statistica e poco altro. Là pretendevano una matematica spaziale. E per cosa?».