Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  aprile 25 Mercoledì calendario

EMILIANO GUANELLA

BUENOS AIRES
Una notte di pioggia nel lungo temporale dell’ultima dittatura militare argentina. Quattro prigionieri che scappano da un campo di sterminio calandosi con delle lenzuola dal secondo piano di una villa in penombra. Cronaca di una fuga, il 4 maggio nelle sale italiane, ripercorre fedelmente una storia vera e a tratti surreale, l’unico caso documentato di evasione da un lager del regime dei Videla e Massera. Una storia che ha come protagonista Claudio Tamburrini, ex desaparecido, oggi scrittore e filosofo dello Sport dell’Università di Göteborg che all’epoca aveva 22 anni e una vita intensa; di giorno portiere della squadra di calcio dell’Almagro, serie B argentina, di sera studente di filosofia. Il suo racconto scorre come una passeggiata sui luoghi dei fatti, al quartiere Ciudadela, nella sterminata periferia di Buenos Aires. «Era un giovedì, il 23 novembre 1977. Ero tornato dall’allenamento, dovevo cambiarmi per andare alla Facoltà. Mi stavano cercando dalla notte prima. Avevano catturato un vecchio amico del liceo che, sotto tortura, aveva fatto il mio nome per depistare le indagini sui suoi compagni montoneros, l’estrema sinistra dei peronisti, perseguitati dai militari. Fu così che finii alla Mansion Serè». La Mansion era una bella villa in stile Liberty di una famiglia patrizia finita in disgrazia, sequestrata dai militari subito dopo il golpe. «Passavano da lì - spiega - prigionieri politici e delinquenti comuni. Mi ricordo che condivisi per una settimana la cella con un ragazzo dedito al gioco d’azzardo. Lo torchiarono per una settimana e poi lo liberarono. Era il loro modo di terrorizzare la gente». Il giovane portiere conosce sulla sua pelle le tecniche di tortura dell’epoca: le scariche di corrente elettrica della picana, il submarino, con la testa immersa in un secchio d’acqua fino quasi ad affogare. L’idea della fuga arriva per caso. «Un giorno Guillermo Fernandez, mio compagno di cella, trova sotto un letto una vite. Proviamo con quella ad aprire la finestra della stanza. Iniziammo a pensare al piano di fuga nei minimi dettagli». Il giorno scelto è il 24 marzo 1978, secondo anniversario del golpe. «Era quasi mezzanotte, fuori pioveva tantissimo. Uno, due, tre, tutto come pianificato. Scappiamo nudi con le manette ai polsi, la testa rasata, le barbe lunghe, i lividi su tutto il corpo. Abbiamo avuto una grande fortuna. La tormenta di quella sera impedì agli elicotteri di battere il quartiere. Dopo la nostra fuga, i militari decisero di demolire la villa, avevamo chiuso un lager». Braccato dalla polizia, Tamburrini ha vissuto per un anno nascosto a casa di amici, senza contatti con la famiglia. Quando sente che il cerchio si chiude inizia una seconda fuga verso il Brasile e da lì in Svezia. Finisce l’università, diventa professore, forma una famiglia. Parecchi anni dopo, quando a Buenos Aires torna la democrazia, riordina le idee e scrive Pase Libre, il romanzo trasformato in film dal regista argentino Adrian Caetano. Il protagonista è Rodrigo de la Serna, già compagno di viaggio di Che Guevara nei Diari di Motocicletta di Walter Salles. Tamburrini a ogni proiezione si emoziona. «Capisco - confessa - solo adesso che la nostra era in realtà una forma di porre fine a quell’inferno, in un modo o nell’altro: era la libertà o la morte, perché se ci avessero fermato non ci avrebbero risparmiato. Ogni giorno se potessi scegliere, rifarei tutto. Anche l’esperienza della prigionia. Essere riuscito a scappare da quell’inferno mi ha dato una forza enorme durante tutti questi anni. E ricordarlo, anche attraverso il film. è l’unica maniera possibile, per me, di continuare a vivere».