Guido Ruotolo, La Stampa 25/4/2007, 25 aprile 2007
GUIDO RUOTOLO
INVIATO A CAGLIARI
«Vi voglio bene a Maria Margherita e a tutti. Giovanni Battista Pinna». La copia dell’Unione Sarda con il messaggio autografo (la firma è stata riconosciuta dai familiari e confermata da una perizia) è arrivata all’avvocato Agostinangelo Marras, di Sassari il 6 marzo scorso. E’ la prima prova in vita di Titti Pinna, l’imprenditore di Bonorva sparito nel nulla il 19 settembre del 2006.
Strana storia, soprattutto per i tempi che non coincidono. Titti Pinna, infatti, scrive quelle poche parole su una copia del quotidiano cagliaritano del 25 gennaio scorso. E’ il giorno in cui, ancora una volta sull’Unione, viene pubblicato un appello della famiglia che chiede un segnale da parte dei sequestratori.
Quaranta giorni
Dunque, dal momento in cui il messaggio viene scritto alla sua consegna all’avvocato sassarese, passano quaranta giorni. Ancora: l’imprenditore scrive dopo ben quattro mesi di «silenzio» e non dice nulla che possa favorire l’apertura di una possibile trattativa. Altro particolare significativo: la busta con la copia del quotidiano viene consegnata a mano, senza affrancatura. L’avvocato Marras ha spiegato di non conoscere la famiglia Pinna, ma di avere avuto, in passato, un ruolo di mediatore nel sequestro De Angelis (1988). Aperta la busta, il legale si è rivolto al questore di Nuoro (e non di Sassari), Pagliei, (ex) memoria storica della lotta all’Anonima sequestri sarda. Gli inquirenti, insomma, continuano ad essere perplessi su modalità e sviluppi di quello che inizialmente è stato considerato un «sequestro lampo finito male.
Voci e testimonianze
Per alcuni testimoni le cui dichiarazioni sono state verbalizzate,Pinna si sarebbe allontanato volontariamente dopo avere organizzato una messinscena: si troverebbe all’estero, probabilmente in Romania, forse - dicono le voci raccolte tra gli amici - in compagnia di una sua amica. Sta di fatto che due romeni che lavoravano nell’azienda di Pinna sono spariti. Gli investigatori li hanno cercati per interrogarli, invano.
Nel messaggio del 25 gennaio, Titti si rivolge alla sorella Maria Margherita, con la quale ha un fortissimo legame. Anche Maria Margherita, come del resto Titti, in gioventù aveva tentato la fuga da casa. E’ lei che il 19 settembre ha ricevuto una telefonata del fratello: «Preparate 300 mila euro altrimenti mi ammazzano». La famiglia ha subito denunciato il rapimento: eppure i parenti dell’imprenditore non potevano non sapere che questo avrebbe comportato il sequestro dei beni. Da quel che si sa - e questo è un altro mistero - alla telefonata del 19 settembre non ne sono seguite altre.
Il silenzio
Sei mesi di intercettazioni e controlli non sono serviti a nulla: nessun segnale, nessun indizio. Questa storia, insomma, è piena di episodi sconcertanti. Come quello che ha per protagonista una una guardia campestre. L’uomo è andato dalla sorella di Giovanni Battista e le ha detto: «Di notte, in campagna, alcune persone che parlavano mostrandomi le spalle mi hanno chiesto di sapere quanto eravate disposti a pagare per la liberazione». Sentito dagli investigatori, la guardia campestre ha però ritrattato: «Ho inventato tutto, sono andato dalla sorella Pinna perché volevo essere pronto a rispondere nel caso in cui i sequestratori si fossero davvero presentati».