Varie, 25 aprile 2007
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Maniscalco Fabio
• Napoli 1 agosto 1965, Napoli 1 febbraio 2008. Archeologo. Uno dei maggiori esperti di difesa dei patrimoni culturali durante i conflitti • «[...] è stato operato per una forma anomala di adenocarninoma al pancreas. Gli hanno asportato stomaco, duodeno, parte dell’intestino: ”Non sono stato abbastanza prudente - spiega - pur stando attento per quanto possibile a mine, ordigni inesplosi, cecchini, fondamentalisti e terroristi non avevo fatto attenzione al nemico più subdolo, l’uranio impoverito”. Adesso un comitato inernazionale di docenti propone gli venga assegnato il Nobel per la pace, lui spera che attraverso il suo dramma personale si possa finalmente affrontare la questione degli effetti a lungo termine delle guerre moderne, concepite per fare il minor numero di morti possibile durante i conflitti ma destinate a provocarne 10 volte tanti nei decenni successivi. ”Ero stato in Bosnia fra il ”95 e il ”97 comeufficiale della Brigata Garibaldi - racconta l’archeologo - e da Sarajevo avevo iniziato a mettere in pratica le mie conoscenze per salvare quel che restava della biblioteca, del museo nazionale, della moschea cittadina. Qualche anno più tardi avevo lavorato in Kosovo, una mia raccomandazione scritta che riguardava la protezione dei monasteri purtroppo fu raccolta in ritardo e i nostri soldati cominciarono a difendere i luoghi di culto ortodossi quando il novanta per cento di essi era stato già vandalizzato”. Negli anni successivi l’archeologo italiano si è occupato anche di Albania, Afghanistan, Iraq, Palestina, a Bruxelles gli esperti Nato l’avevano convocato per conoscere più in dettaglio il suo lavoro e studiare l’applicazione concreta di una convenzione firmata all’Aja nel 1954 e in base alla quale ogni esercito dovrebbe avere con sé esperti incaricati di salvare i beni culturali in caso di conflitto. L’archeologo venuto da Napoli, insomma, con molta passione e una enorme dose di volontarismo era diventato una vera autorità in un campo ancora poco esplorato. Poi [...] i primi dolori allo stomaco gli hanno suggerito un ricovero in ospedale: una prima diagnosi di ulcera e dunque accertamenti più approfonditi fino alla diagnosi di adenocarcinoma al pancreas in una forma anomala, di solito quel male colpisce soltanto persone molto anziane. ”Dopo l’intervento mi sono ricordato di Carlo Calcagni, capitano elicotterista dell’esercito. Ci eravamo conosciuti a Sarajevo, era un ragazzo bello, un idolo per le bosniache. L’avevo rivisto in tv ridotto a uno spettro, anche lui ucciso dall’ uranio impoverito”. Sono almeno quarantacinque i militari delle nostre missioni morti fino ad oggi per sindromi ricollegabili alle polveri di uranio. ”Una commissione parlamentare aveva escluso collegamenti diretti sostenendo che i militari impiegati in Bosnia, Kosovo e su altri teatri erano stati almeno 45 mila e il numero dei decessi non è statisticamente significativo - continua il professor Maniscalco - In realtà la stima avrebbe dovuto essere limitata ai reparti operativi, quelle tre o quattro unità della brigata Garibaldi, del Tuscania, della Sassari o della Taurinense che davvero vengono impiegate sul campo e ruotano ogni due o tre mesi. In tutto saranno tre o quattromila uomini e se riferite a loro le statistiche mutano di segno. In Kosovo - conclude l’archeologo - ho visto bambini giocare sulle carcasse dei carri armati colpiti, in Bosnia c’erano operai che cercavano le ogive dei proiettili per rivenderle. Se io sto avendo la possibilità di curarmi per come è possibile, mi domando cosa accade alle decine di sottufficiali che hanno servito nei Balcani o alle popolazioni che vivono là”. [...]» (Giuseppe Zaccaria, ”La Stampa” 25/4/2007).