Dario Di Vico, Corriere della Sera 25/4/2007, 25 aprile 2007
Di norma le Cassandre non piacciono, figuriamoci in tempi di spartizione del tesoretto. La disponibilità ad ascoltare voci in controtendenza risulta oggi più bassa che in passato
Di norma le Cassandre non piacciono, figuriamoci in tempi di spartizione del tesoretto. La disponibilità ad ascoltare voci in controtendenza risulta oggi più bassa che in passato. Pazienza. Qualcuno i ruoli scomodi se li deve pur caricare e allora conviene dire subito ciò che non va. Il dato Eurostat che segnala come più del 50% del Pil italiano derivi direttamente dalla spesa pubblica è angosciante. Anche perché l’orientamento prevalente dentro la maggioranza di governo e nel sindacato punta ad ampliare l’area pubblica, rimpiange più o meno velatamente le Partecipazioni statali e vuol far transitare la redistribuzione del reddito proprio attraverso la spesa pubblica. L’economia avrebbe bisogno di tutt’altro. La ripresa dell’industria privata c’è, è significativa ed è trainata dalle esportazioni. L’occupazione cresce ed è la prima volta che ciò avviene in contemporanea con la ristrutturazione delle imprese. Il mercato del lavoro si sta, dunque, rivelando sufficientemente flessibile da consentire il reimpiego, da un settore all’altro, dei lavoratori in eccedenza. Ma tutto ciò non basta, in un Paese dove metà ricchezza dipende dal portafoglio dello Stato non si può fare affidamento solo sull’ingegno dei piccoli e medi imprenditori. Bisogna liberare i servizi e sfrondare la spesa pubblica a colpi di vere lenzuolate. Ci vorrebbe un governo che ponesse tra gli obiettivi prioritari la ristrutturazione della pubblica amministrazione secondo i criteri che hanno funzionato nel settore privato. Più si tarda a metter mano a quest’autentica strozzatura dello sviluppo, più il gap tra noi e i Paesi leader è destinato ad allargarsi. Il paragone non riguarda solo le economie aperte alla anglosassone, anche il modello renano sta evolvendo. La Germania grazie all’effetto Merkel viaggia come un razzo e il candidato meglio piazzato per l’Eliseo vuole ridurre il peso dell’economia pubblica. Va dato atto al ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, pur nel mezzo delle contraddizioni della Finanziaria, di aver denunciato per tempo (sul Corriere del 7 gennaio) la rendita diffusa di impiegati, magistrati, piloti e professori universitari. Si sa poi che nelle scorse settimane il ministro ha organizzato una commissione dedicata alla spending review, all’esame puntiglioso capitolo per capitolo della spesa. C’è da auspicare che il lavoro si concluda con l’indicazione di un piano organico per riformare i meccanismi di spesa. Se la politica dovesse accelerare, troverebbe al suo fianco due preziosi alleati che da tempo si battono su questa frontiera. La Confindustria di Luca di Montezemolo, anche a costo di pagare qualche prezzo nei rapporti con l’esecutivo, ha fatto da argine al revival della cultura statalista e agli scomposti assalti al tesoretto. Il presidente ha saputo posizionare gli industriali privati a favore della concorrenza e del rigore, pur dovendo pedalare in salita visto che l’Italia si avvia a sommare il più alto debito pubblico e la più drastica tassazione sulle imprese. Un intervento coraggioso anti- spesa incontrerebbe ampio favore anche a palazzo Koch. Il governatore Mario Draghi, nel primo scorcio del mandato, non solo ha ripetutamente invitato il sistema bancario a confrontarsi con il mercato e a non confidare più nell’aiuto del regolatore, ma in numerose occasioni – ultima l’Ecofin dello scorso weekend – ha segnalato una spesa corrente abnorme, giunta ai massimi storici. Ma il governo saprà cogliere quest’occasione o cederà ancora una volta come nel recente contratto degli statali? ddivico@rcs.it