Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  aprile 23 Lunedì calendario

Angela Vinciguerra, di anni 49. Assistente sociale in un centro psichiatrico di Foggia, sposata, tre figli, cinque anni fa s’era fatta per amante un Dario Maitilasso di 50 anni proprietario del bar «Al Caffè dell’Alba» ma la scorsa estate, forse assillata dai sensi di colpa, forse intenerita dalla figlia incinta, s’era decisa a mollarlo

Angela Vinciguerra, di anni 49. Assistente sociale in un centro psichiatrico di Foggia, sposata, tre figli, cinque anni fa s’era fatta per amante un Dario Maitilasso di 50 anni proprietario del bar «Al Caffè dell’Alba» ma la scorsa estate, forse assillata dai sensi di colpa, forse intenerita dalla figlia incinta, s’era decisa a mollarlo. Lui da allora la seguiva ovunque, pure sotto casa, pure al lavoro, e le mandava centinaia di messaggi sul cellulare, alcuni appassionati, altri minacciosi: «Ti devo sgozzare, ti devo uccidere, ti darò il riposo eterno». Lei per salvare le apparenze non lo aveva mai denunciato, solo al fidanzato della figlia aveva svelato tutto, più volte il ragazzo aveva incontrato Maitilasso e più volte l’aveva pregato di lasciare in pace la signora, lui però non si arrendeva e per dispetto arrivò persino a bussare all’abitazione dei coniugi Vinciguerra quando in casa c’era il marito, che tuttavia non s’accorse di nulla. Domenica mattina arrivò a tutta velocità con la sua Polo grigia sotto casa di lei, aspettò che il consorte se ne andasse, si fece aprire la porta, di nuovo la pregò di tornare assieme, quella rispose di no e allora le infilò una lama da ventisei centimetri quindici volte in pancia e nella gola. Subito dopo rimontò in auto, andò a casa sua, si cambiò la maglietta bianca a strisce verdi e i pantaloni zuppi di sangue, pulì per bene anelli catene e bracciali, insanguinati pure quelli, e se ne tornò nel suo bar dove la polizia lo trovò tutto stordito a borbottare senza sosta: ’’L’ho uccisa, l’ho uccisa’’. Domenica 22 aprile alle 12.45 circa in un palzzo in via monsignor Lenotti, nel rione Macchia gialla di Foggia.