Varie, 24 aprile 2007
PREZIOSI Filippo
PREZIOSI Filippo Perugia 14 aprile 1968. Ingegnere. Della Ducati. Laurea in ingegneria meccanica a Bologna nel ’92, in Ducati dal ’94, dopo essere stato direttore tecnico, dal 2005 è direttore generale della Ducati Corse. Dal 1995 ha progettato e sviluppato le versioni GP e Sbk dei motori Ducati • «[...] Tetraplegico per un incidente in Algeria: su una moto. [...] braccia e mani, oltre alle gambe, sono inerti: “Eppure quell’unico dito che riesco a muovere — spiega — mi ha cambiato l’esistenza. Posso toccare i tasti di un computer, posso tenere in mano una penna. Vede com’è la vita? Muovere un dito può diventare una grande conquista”. [...] racconta di un bambino di Perugia, generato da una mamma meravigliosa e insieme da una moto immaginaria. Chissà da dove nasce una vocazione così profonda. Nelle vie dell’infanzia c’è un motorino di nascosto dal padre Pietro, poi nel cuore e nella fantasia di un ragazzo che avanza entra un mito: Ducati. Come mai Ducati? Un mistero: a quei tempi è povera, in mani statali, sta spegnendosi. Filippo trova una spiegazione quasi ascetica: “La Ducati è diversa, ha una musica inconfondibile, senti che è fatta per te, tu sei come lei, è una moto senza compromessi...”. [...] Il ragazzo Filippo corre veloce: ha una Ducati tutta sua a 18 anni, è una TL 350 bicilindrica, fa due anni di università a Perugia, poi la mecca: Bologna, dove prosegue gli studi. La sede delle Ducati è a Borgo Panigale, quattro passi. Il sogno di una vita si avvicina. Laurea in ingegneria meccanica: 110 lode e altri dettagli. E la corsa di quel giovanotto diventa uno sprint. Colloquio alla Ducati: accettato. È il 1992, ma c’è il servizio militare di mezzo. L’approdo definitivo alla rossa avviene nel 1994 e nel novembre dello stesso anno l’ingegner Preziosi è responsabile dell’ufficio tecnico corse. “La Superbike è stata la nostra palestra. È in quell’ambito che siamo cresciuti e ci siamo presi anche grandi soddisfazioni. Poi nel 2000 si aprì il capitolo affascinante della MotoGP che avrebbe debuttato due anni dopo, ma già si conoscevano i regolamenti”. [...] troppo bella era stata la sua storia perché il maligno non intervenisse. “La disgrazia avvenne in Algeria, nel dicembre del 2000. L’amica moto mi presentò la faccia brutta della vita. Lesione del midollo spinale a livello cervicale. Ed eccomi qui: tetraplegico. [...]” [...] nel dolore del seguito c’è il prodigio di una vita che vince, anzi che trionfa. “Mia madre, la mia ragazza Arianna, diventata poi mia moglie, le mie sorelle, Claudio Domenicali, anima della Ducati, sono stati gli angeli custodi che mi hanno sottratto alla disperazione. [...] nessuno riesce a capire, per esempio, quale dramma sia sentirsi inutili, perdere il rispetto per se stessi. Primo ospedale a Innsbruck, poi a Murnau in Germania, quindi a Sondalo in Valtellina. E qui, tra cure mediche e ondate di umanità, ho ritrovato la mente, il rapporto positivo con la vita. Gente eccezionale. In poche parole, sono rinato [...] Claudio Domenicali e i ragazzi della Ducati mi mandavano i disegni e le relazioni. Mia madre leggeva e io con un cenno degli occhi le indicavo di voltar pagina. Ero coinvolto nei progetti e nei problemi dell’azienda e piano piano realizzavo le prospettive di una vita ancora bella, interessante, faticosa. Vita vera, insomma: in carrozzina, senza gambe, senza braccia, con un solo dito mobile. Ho ripreso il lavoro come prima. Mi assiste tuttora in ufficio Francesca, un’amabile ragazza [...] Nel 2003 avvengono due cose importanti: debutta in corsa la Ducati Desmosedici e io sposo Arianna. Lei lavora in una associazione onlus, Save the Children: condivide in pieno la mia vita, con tutti i bisogni e i limiti che ne derivano. Ogni mattina per quelle cure personali che tu smaltisci in mezz’ora a me occorrono due ore o più. Questo dall’esterno non si vede... [...] Questa Desmosedici — dice — è nata pazza. Aveva potenza, velocità, ma un carattere scorbutico che le toglieva efficienza, continuità, equilibrio [...] Le ho dato equilibrio, ma le ho impedito di rinsavire. Così è nato il prodigio. Capirossi lo ha battezzato, Stoner lo ha consacrato”[...]» (Candido Cannavò, “La Gazzetta dello Sport” 31/8/2007).