Laura Bandinelli, La Stampa 24/4/2007, 24 aprile 2007
MILANO
E’ stata ripresa mentre si sporgeva dalla ringhiera del pullman scoperto, schiacciata da giocatori sudati e alticci. L’hanno vista alle tre di notte su una sedia di un bar della Galleria Vittorio Emanuele, a fare autografi, insieme a Massimo Moratti. Lo scudetto dell’Inter ha prodotto situazioni inimmaginabili. La signora Milly per una notte ha lasciato bicicletta e mascherina antismog nella casa di via Bigli e si è lasciata inghiottire dalla più grande passione di suo marito: l’Inter. Eppure nel febbraio del ”95 quando sentì al Tg3 il suo Massimo annunciare che era diventato il presidente nerazzurro non era affatto entusiasta. Moratti riuscì a nasconderglielo e per paura di una sua irruzione ordinò di bloccare gli ascensori dell’ufficio.
Signora Moratti, dopo che ha visto tutta quella gente in piazza Duomo, ha dovuto chiedere scusa a suo marito?
«Mannaggia, aveva proprio ragione lui. Domenica sera ci siamo dati appuntamento vicino al centro per andare insieme a festeggiare. Non ci siamo detti niente, è bastato guardarsi in faccia».
Dodici anni passati a vedere gli altri vincere. Questo scudetto ottenuto sul campo sarà stata una liberazione.
«Di sicuro».
Un’attesa decisamente lunga.
«Massimo ha sempre avuto una grande passione per la gente. Capisce il linguaggio dei tifosi, il modo per arrivare al cuore delle persone e superare le ingiustizie. Ha stretto i denti, non si è mai arreso. Oggi prima del Consiglio Comunale ho ricevuto tanti complimenti. Da tutti, milanisti e juventini. C’era proprio voglia di calcio pulito, senza arroganza».
Qualche anno fa, quando Moratti è stato ad un passo dal lasciare l’Inter lei disse: nel calcio non c’è corrispondenza tra impegno e risultati, pesa l’imponderabile. L’imponderabile era Moggi?
«C’era qualcosa che incideva e posso assicurare che in famiglia si è sofferto molto».
Il cosiddetto sesto senso femminile sin dove la spingeva?
«A diffidare di certe persone e di certi ambienti».
Solo da questo?
«No. Alla fine anche un neofita di calcio come me capiva che qualcosa non tornava. Non conosco bene i regolamenti, ma certe ammonizioni che per magia si trasformavano in squalifiche mi sembravano strane. Quello era il primo passo».
Suo marito per un lungo periodo ha creduto di essere un perdente. Come è riuscita ad aiutarlo?
«La forza di un uomo non si misura dalle vittorie calcistiche, però deve ammettere che c’è stato un continuo stillicidio di provocazioni che colpivano la nostra sfera di rapporti. Massimo è stato sollecitato dagli attacchi più biechi. Si era creato il seguente teorema: chi rispetta le regole diventa un perdente. Vincere è servito anche per scardinare tutto questo».
Nei momenti di difficoltà ha usato il bastone o la carota?
«Entrambe le cose. Quando l’arrabbiatura era fresca gli cucinavo spaghetti a pranzo e brodino a cena. A rabbia smaltita iniziavano le vere discussioni».
I momenti peggiori?
«Al primo posto metto il 5 maggio. Ma ricordo bene anche lo sprint scudetto ”97-98, perso con la Juve e avvelenato dal famoso rigore negato a Ronaldo. Lì avemmo la percezione netta che qualcosa non era nei canoni. Al terzo posto c’è Villarreal ma alla pari del derby di quest’anno, con Ronaldo rossonero».
A proposito, quando Ronie mise piede a Milano lei lo accolse con un piatto di gnocchi. Glieli ricucinerebbe?
«Glieli farei rigurgitare (ride ndr). Ronaldo purtroppo è un uomo sproporzionato. Ha a disposizione delle grandi risorse ma non è riuscito a crescere del tutto. Spero che un giorno capisca che non si diventa uomini andando a giocare qua e là».
Adriano ha gli stessi problemi di maturità.
«Fa tenerezza, domenica se non lo contenevamo ne combinava di ogni. E’ supercresciuto nel fisico, ma è un ragazzo indifeso che non si è mai ripreso dalla morte del padre».
Nella sua villa di Imbersago lei preparava l’arrosto e suo marito mangiava in fretta per andare a giocare a calcio con Facchetti. Quanto vi manca Giacinto?
«Tantissimo. Era talmente straordinario che nell’ultima settimana di vita sorrideva con lo stesso sorriso di sempre».
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