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 2007  aprile 24 Martedì calendario

Nelle città italiane oggi s’apre la raccolta di 500 mila firme a sostegno del referendum sulla legge elettorale

Nelle città italiane oggi s’apre la raccolta di 500 mila firme a sostegno del referendum sulla legge elettorale. Dunque la «pistola puntata» sulla tempia dei partiti sta per fare fuoco. un bene? un male? Per un debito d’onestà verso i lettori, dichiaro subito il mio conflitto d’interessi: a suo tempo ho aderito al Comitato promotore di questo referendum. Per un debito d’onestà verso i referendari, dichiaro altresì d’avere offerto la mia adesione controvoglia, scegliendo il male minore. Difatti l’esito cui conduce il referendum ideato da Guzzetta e Segni per un verso è troppo, per un altro troppo poco. troppo perché somministra al nostro sistema politico una cura da cavallo, riducendo tendenzialmente a due soli partiti i suoi molti inquilini. Un effetto conseguito eliminando le soglie di sbarramento più basse, ma soprattutto trasferendo il premio di maggioranza (340 deputati) dalla coalizione alla lista più votata. Ovvio che a quel punto scatterà una molla a stringere le file, giacché - in un campo o nell’altro - la frammentazione premierebbe l’avversario. Poi, certo, le varie componenti possono presentarsi unite da una sola sigla davanti agli elettori e dividersi un minuto dopo in Parlamento; ma per i piccoli partiti l’effetto sarebbe comunque micidiale. Lo ha capito subito Mastella, che non a caso minaccia una crisi di governo se il referendum dovesse andare in porto. Tuttavia questa riforma elettorale per via referendaria è al contempo troppo poco. Lascia sopravvivere l’impianto proporzionale della legge, che riscuote simpatie soltanto fra i neodemocristiani. Non incide sulla dimensione delle circoscrizioni, spesso grandi quanto una regione, e perciò tali da recidere il legame fra candidato e territorio. Non elimina lo scandalo delle liste bloccate, grazie al quale un terzo dei nostri parlamentari in realtà è stato cooptato dai capipartito, senza che gli elettori ci potessero far nulla; anche se il referendum abolisce quantomeno la possibilità di candidarsi ovunque, in ogni collegio nazionale. Non tocca, né potrebbe, i regolamenti parlamentari, che consentono la formazione di microgruppi per i micropartiti (quello capitanato da Rotondi e De Michelis conta 6 deputati). Non agisce sulle altre cause di frammentazione, dal finanziamento pubblico ai partiti (per intascarlo oggi basta l’1% alle elezioni) ai quattrini con cui l’erario sovvenziona i loro giornali. Infine resta in piedi l’assegnazione su base regionale del premio di maggioranza in Senato, che ha trasformato in lotteria la competizione elettorale.  il limite di ogni referendum scritto con le forbici, una parola di qua, una virgola di là. Ma la colpa non è dei referendari, è della legge: il porcellum, e mai definizione fu così azzeccata. Infatti non la difende più nessuno, né i suoi architetti (l’ex ministro Calderoli), né gli studiosi favorevoli a un proporzionale puro (Lippolis, nel volume Partiti, maggioranza, opposizione). E la colpa inoltre è dei partiti, che non riescono a mettersi d’accordo su una buona legge elettorale. Per forza: i capponi non sono mai troppo contenti di finire arrosto. L’eccesso di partiti rende il sistema instabile e rissoso, fa lievitare la spesa pubblica, impedisce una coerente azione di governo; ma per semplificarlo a voti unanimi, i più piccoli dovrebbero suicidarsi tenendosi per mano. Da qui l’impasse, da qui la necessità del referendum: una soluzione d’emergenza per una situazione d’emergenza, un rimedio esterno quando le misure interne parrebbero votate al fallimento. D’altronde questa iniziativa ha già prodotto qualche risultato, costringendo le forze politiche ad aprire quantomeno un tavolo sulla riforma elettorale. Sarà poi un caso, ma da quando i quesiti sono stati depositati in Cassazione c’è un viavai a sinistra come a destra, all’insegna della riunificazione. Sicché turiamoci il naso, e firmiamo il referendum.