Dino Martirano, Corriere della Sera 24/4/2007, 24 aprile 2007
OMA – «L’Italia riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio» che, a sua volta, «è fondato sull’eguaglianza dei diritti e di responsabilità tra marito e moglie, ed è per questo a struttura monogamica: la monogamia unisce due vite e le rende corresponsabili di ciò che realizzano insieme, a partire dall’educazione dei figli»
OMA – «L’Italia riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio» che, a sua volta, «è fondato sull’eguaglianza dei diritti e di responsabilità tra marito e moglie, ed è per questo a struttura monogamica: la monogamia unisce due vite e le rende corresponsabili di ciò che realizzano insieme, a partire dall’educazione dei figli». E ancora: «L’Italia proibisce la poligamia come contraria ai diritti della donna». Non c’è solo il modello di famiglia condiviso nella «Carta dei valori, della Cittadinanza e dell’Immigrazione», che ha visto la luce per iniziativa del ministro Giuliano Amato e del sottosegretario Marcella Lucidi dopo un’istruttoria durata molti mesi. Oltre all’uguaglianza tra uomo e donna e al «divieto di coercizioni e di matrimoni forzati o tra bambini», il documento scritto da un comitato scientifico (composto dai professori Carlo Cardia, Roberta Aluffi Beck, Khaled Fouad Allam, Adnane Mokrani, Francesco Zannini), dedica un intero paragrafo alla «laicità» e alla «libertà religiosa»: «I principi di libertà e i diritti della persona non possono essere violati nel nome di alcuna religione». Va da sé che anche in Italia «non sono accettabili forme di vestiario che coprono il volto perché ciò impedisce il riconoscimento della persona e la ostacola nell’entrare in rapporto con altri». Nella carta, dunque, ci sono alcuni paletti ma anche l’enunciazione di altrettanti diritti: come il diritto/dovere dei ragazzi stranieri di frequentare la scuola dell’obbligo e la garanzia per le loro famiglie di ottenere, come già prevede la legge dal 1929, corsi di insegnamento religioso scelti volontariamente...». Al Viminale ora danno grande importanza alla campagna di adesioni alla Carta, anche se questa non costituisce certo uno strumento coercitivo. Nella fase istruttoria, infatti, già c’è stato il concorso di molti soggetti: dalle chiese ortodosse alla consulta islamica che, a sorpresa, non si è spaccata. Approva il presidente dell’Ucoi, Mohamed Nour Dachan: «Siamo orgogliosi di aver partecipato alla elaborazione della Carta anche se il velo non è mai umiliante per la donna che lo porta». Ed è soddisfatta Souad Sbai, presidente delle donne marocchine in Italia, che invece sul velo aveva impostato la sua battaglia: «Sono felicissima perché finalmente ciò che sembrava ovvio è stato scritto in un documento in cui tutti, ora, dicono di riconoscersi». Il decreto di Amato che conferma l’incarico al comitato scientifico stabilisce: «Il ministero dell’Interno si ispira alla Carta...e orienta le relazioni con le comunità degli immigrati e religiose al comune rispetto dei principi della Carta». Come dire, per usare le parole di Amato, che chi aderisce con convinzione ha in tasca il «documento che possa accompagnare il processo di ingresso nella cittadinanza italiana».