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 2007  aprile 24 Martedì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

LONDRA – La legge coranica interpretata in modo rigido non ha molti estimatori in Occidente. Ma il ministero del Tesoro britannico ha deciso che anche la City, tempio della finanza globale, deve adeguarsi e gettare un ponte verso il mondo islamico. Un ponte lastricato di quelli che in gergo bancario sono stati definiti gli Sharia bond. Si tratta di obbligazioni che seguono i dettami della Sharia. E il Regno Unito promette di essere il primo Paese non islamico a emetterli. Il progetto è stato annunciato da Ed Balls, ministro per la City e braccio destro del Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, che si appresta a succedere a Tony Blair alla guida del governo. Un piano meditato al massimo livello della politica britannica, dunque. «Penso che ci siano grandi vantaggi potenziali per la Gran Bretagna, per questo abbiamo avviato uno studio di fattibilità», ha detto Balls. Il Tesoro di Sua Maestà pensa di poter essere pronto con i suoi «Bot coranici» entro la fine dell’anno e ha dato mandato all’Agenzia per i Risparmi e gli Investimenti di studiare la possibilità di lanciare dei prodotti finanziari al dettaglio che si concilino con la sensibilità religiosa di una clientela islamica.
A Londra spiegano che l’iniziativa tiene conto del fatto che nel Regno Unito vivono un milione e 800 mila musulmani, circa il 2,8 per cento della popolazione che, se di stretta osservanza, farebbero peccato a investire i loro risparmi nel debito pubblico britannico attraverso banche e uffici postali. I musulmani infatti leggono nel Corano la proibizione di pratiche che sono alla base della finanza occidentale, come il pagamento di interessi ( riba) o la speculazione ( gharar). Insomma, fare denaro con il denaro non è lecito, neanche prestandolo allo Stato. E questo ha impedito a lungo ai devoti islamici di usare la maggior parte dei prodotti bancari offerti dagli istituti europei e americani.
Una quarantina di anni fa sono arrivati i sukuk, diventati popolari in grandi nazioni come il Pakistan e la Malaysia. Si tratta di obbligazioni che prevedono pagamenti regolari per gli investitori. Ma non si tratta tecnicamente di interessi, perché i sukuk sono legati ad attività di proprietà dell’emittente: non è il denaro che frutta, ma il business che c’è dietro. Per fare un esempio concreto, il governo di Islamabad ha collocato sul mercato un buono che finanzia la rete stradale pachistana e paga chi ha prestato così denaro allo Stato utilizzando gli utili dei pedaggi. Sukuk viene da sakk, termine arabo classico che significa documento, rappresenta un contratto o un obbligo monetario ed è anche alla radice del termine
cheque, il nostro assegno.
Anche gli Sharia bond hanno avuto inizi difficili nel mondo islamico. Badlisyah Abdul Ghani, rispettato banchiere malaysiano, ricorda che quando nel 2001 cercò di collocare 150 milioni di euro di
sukuk per conto della Bank Islam sul mercato mediorientale, ricevette 79 no sdegnati e solo un sì. Poi il vento è cambiato. A Londra valutano il valore globale della finanza islamica, tra private equity e bond, a 125 miliardi di sterline, circa 180 miliardi di euro. Ecco spiegata la sensibilità del ministro Balls. La City è già molto più avanti delle piazze rivali come New York, Tokio e Francoforte per capacità di attrazione di investimenti di matrice islamica, ma ha deciso di fare concorrenza a Riad, Dubai e Kuala Lumpur. Giocando con le loro stesse regole. «Speriamo che i leader musulmani siano impressionati positivamente dai nostri sforzi tecnici per risolvere la questione dei bond nel modo più rapido e soddisfacente per la loro fede», ha detto un consigliere del Tesoro di Sua Maestà.
Nella nuova era della globalizzazione la City di Londra rappresenta una buona parte dell’influenza e della potenza del Regno Unito. Guardare alla Mecca può far bene agli affari.