Massimo Gaggi, Corriere della Sera 24/4/2007, 24 aprile 2007
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – Hassan Elmasry, 44enne «portfolio manager» della Morgan Stanley, fa tremare il più prestigioso quotidiano del mondo.
L’assalto al New York Times
che verrà lanciato stamattina all’assemblea annuale della società da questo giovane investitore di origine araba, probabilmente affiancato nell’occasione da altri fondi che rappresentano circa un terzo delle azioni di «classe A» (quelle con limitati diritti di voto), non ha alcuna possibilità di cambiare – almeno nell’immediato – gli equilibri aziendali. La «vecchia signora in grigio» (soprannome del quotidiano) è, infatti, protetta dalle mura di una fortezza finanziaria tecnicamente inespugnabile: le regole di governance interna, ben note a tutti gli investitori, prevedono infatti che 9 dei 13 membri del consiglio d’amministrazione vengano eletti dai proprietari di azioni «privilegiate», quelle di «classe B»: una parte del capitale di fatto non contendibile, visto che l’88 per cento di queste azioni è chiuso nella cassaforte dei Sulzberger, la famiglia che da 111 anni controlla il quotidiano newyorchese.
Eppure l’offensiva martellante degli investitori dissenzienti tiene col fiato sospeso non solo il New York Times,
ma anche i proprietari di altri quotidiani che controllano le loro imprese con meccanismi di voto analoghi a quelli del giornale. Elmasry, un finanziere cresciuto negli Stati Uniti e che ora ha la base dei suoi affari a Londra, già l’anno scorso era riuscito a far emergere il dissenso di azionisti che controllano il 28 per cento delle azioni di classe A del Times.
Nei mesi scorsi il banchiere di Morgan Stanley ha attaccato ripetutamente il management del giornale. I Sulzberger hanno risposto ritirando gli «asset» familiari depositati presso la Morgan Stanley.
Per un po’ Arthur Ochs Sulzberger Jr, l’ultimo rampollo della dinastia che da dieci anni è il presidente della società – un uomo capace che però nasconde la sua timidezza dietro una patina di arroganza – ha evitato il confronto con i dissidenti, cosa che li ha fatti ancor più inferocire. Elmasry ha cominciato a scrivere lettere a raffica, contestando ogni scelta del «board» del New York Times: dalla costruzione di una nuova sede (un grattacielo trasparente di 52 piani, per metà affittati ad altre imprese, disegnato da Renzo Piano) nella quale il Times ha appena iniziato a traslocare, a fatti tutto sommato marginali, come la presenza di quote del capitale di un paio di stazioni televisive di Oklahoma City nel portafoglio della società editrice.
Il timore, al New York Times
e tra gli editori della «vecchia guardia», è che Elmasry faccia proseliti: se una maggioranza degli azionisti di classe A votasse per cambiare le regole di
governance, i Sulzberger potrebbero continuare a resistere, ma si troverebbero nella condizione degli assediati. Tanto più che la carta stampata vive negli Stati Uniti una stagione difficile, segnata da cali della diffusione, mentre le entrate pubblicitarie non crescono più come un tempo.
Ieri, così, è uscita allo scoperto anche un’altra celebre dinastia che si trova in condizioni analoghe a quelle dei Sulzberger: Donald Graham, l’editore del Washington Post, ha difeso il ruolo dei grandi publisher
a difesa della libertà di stampa e a sostegno del giornalismo di qualità (un costo elevato che non offre ritorni finanziari immediati), pubblicato dal Wall Street Journal.
Graham nega che la governance
a due livelli sia una protezione arcaica (ce l’ha anche Google). E aggiunge che, in caso di totale apertura al mercato, questi preziosi strumenti di formazione dell’opinione pubblica finirebbero nelle mani del primo capitalista pronto a spendere parecchi soldi per conquistare una fetta di potere mediatico: un pezzo di carne da vendere un tanto al chilo, secondo la metafora scelta da Graham. Anche il
Wall Street Journal, nonostante le critiche al funzionamento dei giornali che ogni tanto compaiono sulla «bibbia dei liberisti», è controllato da una famiglia – i Bancroft – che utilizza un meccanismo analogo.
Sotto attacco da anni, questi editori faticano sempre più a tenere le posizioni: negli ultimi anni le azioni del New York Times hanno perso un terzo del loro valore e ieri la società ha pubblicato i risultati del primo trimestre dell’anno, che non sono positivi. Alcuni consulenti hanno suggerito a questi grandi publisher di difendere la specificità della loro attività ritirando le aziende dal mercato, in modo da rendere queste imprese totalmente private. Una strada già battuta da molti editori che hanno reagito alla crisi vendendo le loro aziende a singoli investitori: l’ultimo caso è quello di Tribune Company, la società che controlla tv e grandi giornali tra i quali Los Angeles Times e
Chicago Tribune (che proprio ieri hanno annunciato duri programmi di tagli), appena ceduta al costruttore Samuel Zell.
Ma gli editori di Times, Post
e Wall Street Journal non vogliono rinunciare alla possibilità di raccogliere capitali sul mercato.
Cercano così di convincere gli azionisti a rinnovare loro la fiducia offrendo un forte aumento dei dividendi (+31 per cento al New York Times) e la rinuncia, da parte dei manager, ad una parte delle stock option. Ma tengono duro sulle regole dalle quali dipende il controllo delle società editoriali.
( Platt/Getty/Afp)