Lorenzo Fuccaro, Corriere della Sera 24/4/2007, 24 aprile 2007
VARI ARTICOLI SULL’INIZIO DELLA RACCOLTA FIRMA
ROMA – «Referendum elettorale, al via in 100 piazze d’Italia». Con questo slogan inizia oggi la campagna, che durerà tre mesi, per la raccolta del mezzo milione di firme a sostegno dei tre quesiti con i quali il comitato presieduto dal costituzionalista Giovanni Guzzetta intende modificare l’attuale legge elettorale. In mattinata a Roma, nella centralissima via del Corso, all’altezza dell’hotel Plaza, sarà allestito un gazebo presso il quale sono attesi molti vip: del centrodestra si fanno i nomi di Antonio Martino, Daniela Prestigiacomo, Gianfranco Fini, mentre del centrosinistra dovrebbero essere presenti i ministri Arturo Parisi e Giovanna Melandri, Chicco Testa, Daniele Capezzone.
La macchina organizzativa si avvia mentre viene lanciata una petizione popolare (primi firmatari Andreotti, Cossiga, Cervetti, Formigoni, Macaluso, Formica) per una nuova legge che reintroduca la preferenza o, qualora si torni al sistema uninominale, consenta di candidarsi a chi in un collegio abbia raccolto 500 firme. Non solo. Silvio Berlusconi torna a lanciare segnali di fumo sul modello tedesco («favorirebbe Forza Italia») e il ministro per le Riforme Vannino Chiti riferisce alle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato.
Chiti precisa che «il governo non presenterà un proprio progetto di riforma perché questo spetta alle Camere», sottolineando che «c’è tempo fino alla fine dell’anno affinché il Parlamento vari un testo dopodiché il referendum sarà inevitabile». Il ministro ipotizza due tipi di interventi: uno sulla legge elettorale già incardinato a Palazzo Madama e un altro sulla Costituzione avviato a Montecitorio.
In pratica si tratta di mantenere il sistema proporzionale, correggendolo con uno sbarramento che in un paio di legislature potrebbe arrivare al 5%. Niente preferenze, niente candidature plurime, e per quanto riguarda il premio di maggioranza Chiti immagina un meccanismo che non attribuisca oltre il 54% dei seggi al partito o alla coalizione che ha vinto. Si accede al premio (è il 10% dei seggi) a condizione che la lista o la coalizione abbia conquistato almeno il 40% dei seggi e che non ci siano maggioranze diverse tra Montecitorio e Palazzo Madama. La cornice istituzionale entro cui collocare questo nuovo sistema, secondo il ministro, prevede «il superamento del bicameralismo paritario».
La relazione di Chiti sconcerta i cespugli di entrambi gli schieramenti. Gianfranco D’Alia (Udc) rileva che «per il momento ci sono in campo poche idee e confuse». «L’intesa è ancora lontana», commenta Graziella Mascia (Rifondazione comunista). Il verde Angelo Bonelli si mostra «preoccupato per il flirt tra Pd e Berlusconi ». E anche Mauro Fabris (Udeur) denuncia che si sta andando «verso un’intesa liberticida» tra il nascente Partito democratico e una parte della Cdl. Per questo Fabris annuncia che «liberi da vincoli di maggioranza valuteremo se presentare il testo condiviso con il collega Calderoli e con il cosiddetto tavolo dei volenterosi». Intanto il padre di quella bozza rompe gli indugi. E stamane, assieme a Roberto Maroni, la presenta ufficialmente.
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SILVIO BUZZANCA
ROMA - Vannino Chiti spiega e rispiega il frutto delle sue consultazioni sulla legge elettorale alla commissione Affari costituzionali della Camera. Alla fine fra domande e risposte se ne vanno cinque ore. E nel pomeriggio si replica al Senato. A qualche centinaio di metri in linea d´aria, i referendari annunciano che, nonostante le pressioni e i "consigli", oggi è il "bing bang" referendario. Inizia la raccolta delle firme sui tre quesiti che vogliono modificare alcune parti del "porcellum". Appuntamento per firmare in cento città italiane. A Roma, a Via del Corso, si presenterà fra i primi Gianfranco Fini. Dovrebbero imitarlo Arturo Parisi, Willer Bordon, Giovanna Melandri, Daniele Capezzone.
I due mondi però non comunicano, non parlano lo stesso linguaggio. Giovanni Guzzetta ribadisce che l´iniziativa referendaria «non durerà un minuto di più del necessario se il Parlamento approverà una nuova legge». Spiega che bisogna andare fino in fondo perché la legge attuale è pessima è il sistema che uscirebbe dalla vittoria del referendum migliorerebbe le cose. E che comunque il Parlamento potrebbe sempre intervenire. Tenendo conto del dato politico della vittoria dei sì. Respinge anche l´accusa che i "listoni" che userebbero i due schieramenti sarebbero simili alle attuali coalizioni. «Se fosse vero questo - dice - i piccoli partiti non sarebbero così contrari al referendum. Nessuno obbliga a fare ammucchiate e il premio di maggioranza assegnato alla lista vincente potrebbe innescare una logica diversa. Che premierebbe l´unità vera».
Nelle stanze del Parlamento il ministro Chiti replica a distanza. «Ho sempre avuto un atteggiamento di rispetto verso il referendum, perché è comunque una forma di partecipazione dei cittadini. Dico però che se il referendum scriverà la nuova legge elettorale sarebbe un elemento negativo che accentuerebbe le attuali contraddizioni della legge in vigore», spiega il ministro per le Riforme. Che poi illustra il contenuto della "bozza Chiti". Provocando l´irritazione dei "nanetti" dell´Unione e di Rifondazione. Roberto Calderoli, invece applaude, e oggi presenta la sua controproposta . Un testo però non c´è e il governo non lo ha presentato. Ma il ministro spiega che se servirà e il Parlamento lo chiederà potrebbe arrivare. Altrimenti Palazzo Chigi continuerà a svolgere un ruolo di stimolo e di aiuto.
Per la via parlamentare è Enzo Bianco. «Occorre lavorare per fare la legge elettorale in Parlamento e non con il referendum, per realizzarla con una larga maggioranza, per fare una buona legge che superi realmente - non con modesti aggiustamenti - i difetti denunciati dalla legge vigente», dice il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. A Palazzo Madama tocca infatti discutere della legge elettorale. Alla Camera, invece, verranno affrontate le modifiche della Costituzione. E Luciano Violante annuncia che l´8 maggio si parte con l´esame della proposta di far concedere la fiducia solo alla Camera e dare più poteri al premier. Poi si passerà alla riforma del bicameralismo. Con un Senato in parte eletto con la proporzionale e in parte indicato da regioni e enti locali.
Chiti spiega che si riparte dalla proporzionale. Senza preferenze. Ma, come vogliono i referendari, senza candidature multiple. Il ministro parla di diverse ipotesi di soglie di sbarramento e si spinge a proporre di introdurre la soglia del 5 per cento. A partire però dal 2016. Nello schema di Chiti resta anche il premio di maggioranza. Associato alla riduzione del numero dei parlamentari. Chiti parla di 450 deputati e 225 senatori. Ma andrebbero bene anche 500 o 518 deputati. Eletti in circoscrizioni regionali più piccole o in collegi uninominali su base proporzionale. Il premio verrebbe assegnato alla lista, o alla coalizione, che supera il 40% dei seggi. Sarebbe decrescente e dovrebbe portare i vincenti ad un massimo del 54% dei seggi della Camera. Il premio verrebbe assegnato solo se Senato e Camera hanno la stessa maggioranza. In caso diverso, spiega Violante, la parola tornerebbe alla politica. Come nei paesi europei dove ci sono grandi coalizioni. In questo quadro si prevede anche la fine del bicameralismo perfetto. Infine dovrebbe essere approvata una legge sui partiti politici e attuare le quota rosa.