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 2007  aprile 21 Sabato calendario

Sempre più numerose le donne disposte a sborsare almeno duemila euro per farsi ricucire l’imene in modo da apparire ancora vergini

Sempre più numerose le donne disposte a sborsare almeno duemila euro per farsi ricucire l’imene in modo da apparire ancora vergini. In un anno Ferdinando Gargiulo, ginecologo dirigente al San Filippo Neri di Roma, nel suo studio sulla Cassia ne ha operate più di venti, metà italiane e metà straniere, algerine, marocchine, tunisine, la più giovane aveva 22 anni, la più grande una trentina. «Ho cominciato sette o otto anni fa perché ricevevo sempre più richieste. Le prime a volere l’intervento erano donne del Marocco, oggi il numero delle pazienti è più o meno equamente diviso tra straniere e italiane. Facciamo l’anestesia locale o generale e in pochi minuti riuniamo i due lembi». Il ginecologo ha deciso di dire sì al ripristino della verginità perché riconosce «il suo valore simbolico, il suo peso storico»: «Quello che chiedo è che le donne non utilizzino in modo fraudolento l’operazione. Che se ne assumano la responsabilità. Molte non riescono a ricominciare. Molte hanno vissuto storie di violenza, amori finiti male. Chiedono, così, di poter ricominciare a vivere come desiderano». Le pazienti straniere sono di tutti i ceti sociali, alcune si caricano di debiti pur di fare l’intervento, le italiane invece appartengono a una classe medio alta. E la maggior parte delle donne terrà il segreto per la vita: «Tutto in silenzio, sicuramente. Sono determinatissime, non hanno dubbi. Le straniere obbediscono ad una tradizione e ad una simbologia ancora dure a morire nonostante vivano nel nostro paese da anni, le italiane, spesso, sembrano come pentite, desiderose di ridisegnare la loro immagine pubblica». In Italia, ma anche in Francia, il fenomeno è diventato un problema per i medici. Il Collegio nazionale dei ginecologi e degli ostetrici francesi è stato il primo in Europa, nell’autunno scorso, ad alzare la voce. Jacques Lansac, presidente della società medica: «Siamo stupiti da quante richieste di certificati di verginità ci arrivano dalle famiglie musulmane». L’invito a far luce sul fenomeno è arrivato fino ai banchi di Montecitorio. La vicepresidente del gruppo di Forza Italia alla Camera, Isabella Bertolini, a febbraio, ha presentato un’interrogazione al ministro della Salute Livia Turco per sapere se sia a «conoscenza della notizia secondo la quale alcune donne islamiche, prima di arrivare alla celebrazione del matrimonio, ricorrerebbero ad interventi di ricostruzione dell’imene per ritornare alla verginità, senza la quale può essere negato il consenso alle nozze». Souad Sbai, presidente delle donne marocchine in Italia, ne conosce molte che molte si sono trovate costrette a scegliere l’intervento: «Un problema vero. Ne parlo spesso ma mi rendo conto che è difficile dissuadere chi ha deciso. Cerco di dire che è sbagliato il concetto di prendere in giro l’uomo, di presentarsi come non si è. Ma è inutile, il rispetto verso il proprio corpo viene meno e vince la tradizione. Vince la paura, anche se la giovane ha vissuto qui da noi». Anche se, come ricorda Adnane Mokrani, teologo islamico, «nel diritto islamico la verginità non è condizione per la validità del matrimonio».