Panorama 26/04/2007, pag.73 Giovanni Porzio, 26 aprile 2007
Così diversi, così uguali. Panorama 26 aprile 2007. Sono uno l’opposto dell’altro. Gino è irruente, estroverso, polemico
Così diversi, così uguali. Panorama 26 aprile 2007. Sono uno l’opposto dell’altro. Gino è irruente, estroverso, polemico. Alberto è schivo e riservato come un monaco trappista. A Gino piace bere, fumare e tirar tardi ascoltando i Pink Floyd. Alberto mangia pochissimo, quando se ne ricorda, e va a letto con le galline. Gino scende in piazza, firma petizioni pacifiste, usa i media, attacca i governi, fa politica. Alberto detesta il palcoscenico, la televisione, le interviste. Il chirurgo Luigi Strada, 59 anni, di Sesto San Giovanni, ex dirigente del servizio d’ordine del movimento studentesco di Milano, fondatore di Emergency, e il fisioterapista cinquantaduenne Alberto Cairo, piemontese di Ceva (Cuneo), ex avvocato, da 16 anni responsabile dei centri ortopedici del Comitato internazionale della Croce rossa in Afghanistan, sono personaggi antitetici. Che hanno in comune l’identica avversione per la guerra e uno smisurato entusiasmo per l’impegno umanitario. I due non si amano, ma si rispettano. «Con lui ho diversità di opinioni su molte questioni» dice Strada. «Però Alberto è una persona competente e appassionata al proprio lavoro: un valore che va apprezzato». A Kabul tutti conoscono il dottor Gino. E tutti i mutilati sanno dove cercare una protesi gratuita. «Qualche anno fa» racconta Cairo «mi sono visto recapitare la lettera di un bambino italiano. Sulla busta c’era scritto soltanto: Alberto, Afghanistan». Quando lo conobbi, a Kabul comandavano i talebani. Il vecchio Intercontinental era chiuso e Alberto mi ospitò nella sua casa, poco distante dal Centro ortopedico. Una mattina trovammo due mani mozzate appese ai rami di un albero: la giustizia islamica aveva punito qualche povero ladrone. Sulle montagne echeggiavano i mortai di Ahmed Massud e Cairo, nelle ore libere, si occupava degli scambi di prigionieri tra le fazioni. Alle 4 del mattino era già in piedi a leggere i referti degli amputati, a calcolare il numero delle protesi, a valutare i progetti di microcredito escogitati per restituire ai pazienti la dignità di esseri umani. La sera Fatah-Jan, il cuoco, si dannava per convincere «il dottore» a mandar giù un po’ di minestra. Ora il Centro ortopedico ha una sede più spaziosa: è la vera casa di Cairo e di Najmuddin, il direttore, che ha perso le gambe saltando su uno dei 100 milioni di ordigni disseminati in Afghanistan. «Ogni giorno visitiamo 500 disabili» racconta Cairo. «Le mine antiuomo continuano a colpire. Ma curiamo anche i paraplegici, per i quali abbiamo un programma di assistenza a domicilio». Nei sei centri della Croce rossa vengono fabbricate ogni anno oltre 10 mila protesi, migliaia di stampelle e di carrozzine. «Plastica e macchinari arrivano dall’Europa, ma cerchiamo di utilizzare il materiale reperibile sul posto: il caucciù che per i talloni dei piedi è fatto con la gomma degli pneumatici dei tank russi». Strada ha fatto tutto da solo. Emergency, i suoi ospedali in Kurdistan, Cambogia, Afghanistan, Sierra Leone. Il centro cardiochirurgico che sta per aprire a Khartoum. Oggi Emergency ha un budget annuale di oltre 14 milioni di euro ed è diventato un punto di riferimento per il movimento pacifista e per decine di migliaia di giovani in cerca di nuovi valori che indossano le T-shirt con il suo logo biancorosso. Le radicali opinioni di Strada sono controverse: per i detrattori è un politico malato di protagonismo; per i suoi discepoli meriterebbe il Nobel. Io l’ho sempre incontrato in situazioni estreme. All’inizio, in Kurdistan, quando non sapeva come trovare i soldi per finanziare i progetti. Sotto le bombe, quando operava con la flebo nel braccio per dare il sangue a chi era sotto i ferri. Ad Asmara, mentre amputava la gamba a una soldatessa eritrea di vent’anni. In Panjshir, giunto a cavallo dal confine pachistano e diretto a Kabul per aprire l’ospedale nei giorni della disfatta talebana. E ancora a Kabul, nelle scorse settimane, mentre trattava la liberazione di Daniele Mastrogiacomo. Gino, come Alberto, è rimasto in prima linea. Giovanni Porzio