Aldo Grandi, La Stampa 23/4/2007, 23 aprile 2007
Oltre che al delitto Casalegno, Raffaele Fiore partecipò anche al sequestro di Aldo Moro. Fiore era nel commando che il 16 marzo del 1978 rapì il presidente della Dc
Oltre che al delitto Casalegno, Raffaele Fiore partecipò anche al sequestro di Aldo Moro. Fiore era nel commando che il 16 marzo del 1978 rapì il presidente della Dc. Ricorda il brigatista: «Ho cercato di sparare, ma con mio disappunto il mitra si è inceppato. Mi sentivo di non aver portato a termine il lavoro nel migliore dei modi». Fiore viene arrestato il 17 marzo del 1979 e condannato all’ergastolo. Per molti anni sconta la pena al carcere di Opera ed è ammesso al lavoro esterno. L’11 gennaio scorso la Cassazione gli ha confermato la libertà condizionale della pena. ALDO GRANDI A metà 1977 fu decisa la campagna contro la stampa e ogni colonna si mosse per trovare i propri obiettivi. Cominciammo a cercare potenziali bersagli, ma ci rendevamo conto che ormai si muovevano tutti con cautela e accortezza, evitando di seguire i medesimi percorsi. Anche loro, in un certo senso, facevano i clandestini. In particolare a Torino puntavamo su Arrigo Levi, direttore della ”Stampa” e sui vari vicedirettori tra cui Carlo Casalegno. La ”Stampa” a Torino era il giornale padronale per eccellenza e portava avanti una campagna molto forte contro di noi e in appoggio alle scelte economiche dello Stato. Era il loro lavoro, che noi consideravamo al servizio del sistema. Iniziammo a raccogliere informazioni. Il problema, innanzitutto, era quello di andare a vedere se l’indirizzo, o gli indirizzi, corrispondevano alla vera abitazione. Quindi dovevi appostarti e attendere. C’erano riunioni al Circolo della stampa o, magari, la presentazione di un libro e tu dovevi andarci per vederli in faccia. Tutto per non sbagliare e riuscire a definire i termini per portare in porto l’operazione. In questa inchiesta fu possibile riuscire ad acquisire maggiori informazioni sui movimenti di Carlo Casalegno. Lui abitava in corso Re Umberto. Dopo aver concluso alcune indagini proponemmo al fronte della controrivoluzione, che ne avrebbe parlato all’esecutivo, l’obiettivo Casalegno. A Milano, ad esempio, si mossero su giornalisti di ”Panorama”, ma non riuscirono a trovarli e ripiegarono su Indro Montanelli. Politicamente, però, era più importante riuscire a individuare qualche obiettivo di potere piuttosto che solo un nome». «Carlo Casalegno avremmo dovuto colpirlo alle gambe, ma il giorno fissato per l’operazione non lo trovammo e, così, si decise di rinviare l’azione a un tempo successivo. Nel frattempo furono uccisi in carcere in Germania a Stammheim alcuni compagni della Raf. Il vicedirettore della ”Stampa”, in quella circostanza, scrisse un articolo violento contro il gruppo tedesco avallando la tesi del suicidio collettivo. La lettura di quel pezzo modificò la nostra operatività rispetto a quello che era stato deciso in precedenza. In realtà la maggior parte della stampa italiana, tra cui anche Casalegno, si era mossa in questa direzione, ma per lui l’inchiesta era già stata avviata e, quindi, decidemmo di attaccare subito». / Il secondo agguato «Due settimane dopo il rinvio tornammo sotto casa e, invece di colpirlo alle gambe, gli sparammo e lo uccidemmo. L’operazione si svolse con le stesse modalità con cui avevamo colpito Croce. Agimmo ancora in quattro: un autista, due che andarono sull’obiettivo, cioè io e un altro, quindi Patrizio Peci, che fungeva da copertura, a piedi. Siamo entrati nell’androne del palazzo e, quando gli fui vicino, lo chiamai per farlo girare e per non colpirlo alle spalle. Si voltò, anche perché sentì i passi, e fu veramente un attimo. Io sparai più volte, con una Nagant silenziata. Per sua sfortuna non morì subito e soffrì per diversi giorni in ospedale. Era intorno alle tredici, uscimmo dall’androne, la pistola non fece rumore, salimmo sulla solita Fiat 128 e ce ne andammo». La prova del fuoco «Il ”Male” pubblicò il manuale del perfetto brigatista: la Fiat 128, l’abbigliamento e roba del genere. Un criterio dell’organizzazione era che i compagni più vecchi si prendevano la responsabilità più grossa: dal dirigere l’operazione ad ammazzare una persona. Erano già due anni e mezzo che io ero militante a tutti gli effetti delle Br. Per Casalegno se ne discusse collettivamente e fu deciso che sarei stato io a sparare. Non avevamo nessun posto dove esercitarci: non ce n’era bisogno, nel senso che la nostra operatività non era quella di essere bravi con la pistola. Si studiava prima come arrivare addosso all’obiettivo, come avvicinarlo il più possibile. Non abbiamo mai sparato come dei cecchini, né come dei tiratori scelti. C’erano pochissimi compagni con qualche abilità con le armi. Noi, al massimo, andavamo in montagna in Val di Susa a sparare qualche colpo, proprio per sentire l’impugnatura dell’arma e niente di più, non certo per affinare la mira. La differenza tra il fare l’autista e usare un’arma è che stai sparando a una persona, e non è cosa da poco. Emotivamente è un’esperienza traumatica. E’ vero che anche facendo l’autista non è che puoi far finta di niente. Diciamo, però, che chi prende parte a un’azione non è come se vi assistesse dall’esterno. Chi partecipa, anche se con ruoli diversi, è emotivamente coinvolto quasi quanto chi ha il compito di sparare. Per ammazzare qualcuno ci si affida alla persona più responsabile perché il farlo richiede una convinzione ideologica e politica molto alta, mentre a colpire alle gambe andava bene anche chi era alla prima azione. Era emotivamente diverso rispetto a uccidere». Pubblichiamo un brano del libro «L’ultimo brigatista» di Aldo Grandi, in uscita da Rizzoli, nel quale Raffaele Fiore racconta l’agguato a Casalegno.