Giulia Zonca, La Stampa 23/4/2007, 23 aprile 2007
L’ultima visita del Cio è finita con una partita di ping pong. Una botta di tradizione per accantonare il problema: la strada verso Pechino
L’ultima visita del Cio è finita con una partita di ping pong. Una botta di tradizione per accantonare il problema: la strada verso Pechino. Da una parte della rete il presidente del comitato olimpico cinese, Liu Qi, dall’altra l’ispettore Hein Verbruggen, in visita per stringere mani e fissare un tragitto su una cartina. Solo che i confini si ribellano, niente di quello che è disegnato sulle mappe funziona e a ogni frontiera la fiaccola si inceppa. La Cina non ha passato gli ultimi 50 anni a curare rapporti di buon vicinato e ora gli scambi di testimone non gli vengono bene. Il piano staffetta va rivisto. Dalla prima ipotesi di percorso usciva il più assoluto spirito olimpico: per la prima volta la torcia doveva passare per i cinque continenti, un trionfo di tedofori pronti a issarla persino sull’Everest. Gli organizzatori hanno anche presentato la squadra di scalatori che già da mesi si allena, 80 ragazzi dai 18 ai 23 anni pronti a gestire l’ascesa. Oltre al resto si occuperanno di mantenere viva la fiamma quando l’ossigeno inizierà a scarseggiare. Ma il traffico previsto per l’anno prossimo è al momento catalogato come «danno ambientale». Più di un gruppo ecologista ha presentato al Cio studi sulle conseguenze dell’impatto. Non un inedito, la torcia si tira dietro troppa attenzione per non essere strumento di molte cause. in corso una valutazione delle parti per vedere se davvero esistono rischi e comunque il club dei cinque cerchi è disposto ad approfondire, capire se si possono azzerare i disturbi anche a costo di rimpicciolire la missione in alta quota. Una concessione, perché all’inizio non erano felici di quella tappa pubblicitaria proposta senza nessuna consultazione preventiva. E scendendo i problemi aumentano. Negli incartamenti consegnati dal comitato per Pechino 2008 non c’è scritto Everest, ma Qomalangma, nome tibetano della montagna che sottolinea quanto questa torcia, sempre usata per lustrare lo spirito di fratellanza, abbia bisogno di molta diplomazia per non spegnersi. Dovrebbe sostare in Tibet, territorio occupata dalla Cina dal 1950. Non c’è stata una voce che si è subito dichiarta ostile al passaggio, in realtà nemmeno sarebbe possibile visto che il Tibet è sotto l’autorità cinese, peccato che non si possa scegliere una sosta sul tetto del mondo per farsi vedere illuminati e rispettosi e poi usare l’autorità per ottenere la sfilata dei tedofori. Serve trattare e spiegare per esempio perché i lavori della linea ferroviaria Qinghai-Tibet sono stati accelerati e ampliati usando i Giochi come scusa. Per il Tibet, questi 254 km di binari che dovrebbero essere terminati nel 2010 sono l’ennesima forzatura, stravolgerebbero anche la capitale, Lhasa e sono considerati l’ennesimo segno di repressione: «Così si azzerare la nostra cultura, costruire strade che non vogliamo è un modo per toglierci libertà», ha spiegato il governo autonomo in esilio. Ovviamente non è riconosciuto, ma le Olimpiadi fanno magie come queste e i cinesi stavolta aprono il dibattito. un fronte su cui pare l’accordo sia vicino, non è in discussione la strada ma il modo in cui usarla. Senza propaganda. L’intesa va siglata entro giovedì, perché il 26 aprile è la data in cui il Cio vuole chiudere. Non è scritta su nessun calendario, l’ufficialità è andata a farsi benedire da molto, perché è meglio non confermare un giorno certo e poi scoprire che invece di presentarsi al tavolo con i valori olimpici, ci si arriva con il coltello tra i denti. Può succedere, perché Taiwan non è disposta a farsi attraversare. La fiaccola doveva passare da Taipei prima di arrivare in Cina, strada diretta, facile e considerata ovvia. Gli organizzatori non si sono fermati a pensare che il Paese in questione è in disputa aperta e, anzi, minaccia di continuo di proclamare ufficialmente la propria indipendenza causando una guerra. Una legge del Congresso obbliga gli Usa a difendere militarmente Taiwan da un eventuale attacco dei vicini abituati a considerarsi tutori. I governi tacciono, si guardano bene dall’entrare in conflitto, le pratiche passano dalle scrivanie dei comitati olimpici (che si presentano in delegazioni separate e avranno atleti con bandiere diverse). Dopo giorni di offeso silenzio, Taiwan ha accennato a una possibile soluzione, senza definirla, solo facendola arrivare alle orecchie giuste con un passaparola mirato. Una politica da corte del Settecento per disegnare la via di Pechino 2008, almeno quella che verrebbe appoggiata. La torcia non può passare direttamente dalla o alla Cina, deve arrivare da altri paesi asiatici come Corea del Sud o Giappone e ripartire via Hong Kong. Il tracciato originale considerava Taiwan parte del tragitto cinese, da una città all’altra senza cerimonie di confine. Se giovedì verrà presentato il percorso alternativo, finalmente si potrà procedere alla scelta dei tedofori, altrimenti va tutto rivalutato per la seconda volta e il Cio non vuole arrivare lì. La partita di ping pong serviva per le fotografie e volavano comunque palle molte tese tra sorrisi forzati e volée incattivite. Hein Verbruggen ha prima esaurito il protocollo distensivo: «C’è molta fiducia e ottimismo e vediamo che esiste la volontà di superare le difficoltà con concretezza» poi ha comunicato che «a meno di 500 giorni dalla cerimonia di apertura c’è molto lavoro da fare. Soprattutto, a questo punto, sarebbe bello sentire lo spirito dei Giochi olimpici. la prima volta che mi capita di vedere un Paese che non vuole fare parte di questa avventura. Di solito abbiamo il problema opposto, lamentele di stati che si sentono esclusi». La sgridata è per Taiwan che non può usare le Olimpiadi come momento di rivincita e anche per la Cina che non può sbattere davanti al mondo i suoi rapporti delicati e dovrebbe ascoltare le necessità altrui prima di causare incidenti come questo. Ultima chiamata per stabilire un percorso possibile, senza intervento di poteri forti: alla prossima riunione a vuoto si passa a coinvolgere le autorità. E non quelle dei comitati olimpici. Stampa Articolo