Vanni Cornero, La Stampa 23/4/2007, 23 aprile 2007
DUE ARTICOLI
VANNI CORNERO
TORINO
Il biocarburante ci potrà salvare da una crisi petrolifera, ma a prezzo di una ripresa dell’inflazione e di giri di vite sul costo del denaro da parte delle banche centrali. L’allarme è del «Wall Street Journal», secondo cui l’aumento dei prezzi di alcuni prodotti agricoli legati alla produzione di etanolo, come il mais, sta causando problemi in alcune parti del mondo, specialmente India e Cina. «Se il trend si rafforzerà, costringendo i consumatori a pagare di più i generi alimentari - è il monito - la crescita mondiale rischia di rallentare e le banche dovranno combattere il carovita, alzando i tassi». La principale causa dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari è la maggiore domanda di etanolo e biodiesel, prodotti da cereali e oleaginose, che hanno determinato listini più alti per mais e altri vegetali alla base degli alimenti per la zootecnia. La conseguenza è una crescita di costi per gli allevatori, che sono stati trasferiti al consumo con rialzi su carne, uova e latte.
Allarme confermato, in Italia, dalla Confederazione agricoltori: «Il boom di produzione di etanolo negli Usa, pari a 600 mila ettolitri al giorno, potrebbe avere conseguenze devastanti per la sicurezza alimentare mondiale a causa della quantità di mais destinata alla trasformazione in carburanti», spiega la Cia, analizzando uno studio dell’Università del Minnesota, presto pubblicato su «Foreign Affairs». «Visto l’elevato prezzo del petrolio e l’accrescimento rapido della produzione mondiale di biocarburanti - proseguono gli studiosi - questo utilizzo provocherà un rincaro del mais del 20% entro il 2010 e del 41% entro il 2020, con alterazioni anche per grano, soia e riso». Per riempire il serbatoio di un fuoristrada con 100 litri di etanolo servono 210 chili di mais, sufficienti a nutrire un individuo per un anno. Ecco perchè il numero delle persone la cui sicurezza alimentare è a rischio crescerà di 16 milioni per ogni punto percentuale di aumento del prezzo del mais: da qui al 2025 ci saranno 1,2 miliardi di persone a soffrire la fame, il doppio del previsto.
I prezzi delle materie prime sono già cresciuti in Germania, Gran Bretagna e anche l’Italia non è immune, mentre in Ungheria si registra un aumento del 13% e in Cina del 6%. Negli Usa si è a +3,1% e, se la tendenza si confermerà, i consumatori dovranno fare i conti con rialzi generalizzati dal pane alle bibite gassate. Non solo. Già entro il 2008 circa il 30% del raccolto di grano Usa potrebbe essere dirottato verso la produzione di etanolo, contro il 16% del 2006.
Effetti negativi su investimenti e prezzi potrebbero verificarsi anche in Italia. Una soluzione, secondo la Confederazione italiana agricoltori, passa per gli incentivi a favore di solare ed eolico.
***
GABRIELE BECCARIA
Cinque per cento. Dopo essersi buttati nell’enigma dei biocarburanti, c’è bisogno di un numero, che offra una logica al ragionamento: lo spiega Vincenzo Balzani, chimico dell’Università di Bologna, famoso per gli studi sulle energie alternative e le nanomacchine, come il motore Sunny, un invisibile congegno in cui due molecole si muovono spinte dall’energia solare.
Professore, perché questa cifra fa la differenza?
«Perché si fanno i conti: se l’Europa volesse sostituire il 5% dei consumi di benzina e gasolio, avremmo bisogno del 20% dei terreni coltivabili. E negli Usa il rapporto è quasi identico, dato che si arriva al 21%».
Parla di uno stravolgimento dell’agricoltura: non è così?
«In effetti sì. Se si salisse al 20% dei consumi, moltiplicando per quattro, toccheremmo l’80% delle superfici. E’ chiaro che i biocarburanti hanno limiti fortissimi».
Quindi è una strada morta?
«Morta no. Ci sono due aspetti. I biocarburanti possono entrare in un mix energetico che ci liberi dalla dipendenza dal petrolio e, secondo, molto dipende dagli studi in corso negli Usa. La questione è se si riuscirà a produrre l’etanolo in grandi quantità - e quindi a prezzi competitivi - dagli scarti della lavorazione dell’agricoltura o dalle erbe: mentre è più facile con canna da zucchero o mais, le difficoltà stanno nel convertire in modo efficiente la parte più lignea delle piante, la cellulosa. Ecco perché le ricerche si concentrano sugli enzimi in grado di degradarla, convertendola, appunto, in biocarburante. Se ci si riuscisse, ci sarebbe un altro vantaggio».
Quale?
«Si otterrebbe un rendimento più alto e la convenienza aumenterebbe».
Intanto, però, l’etanolo è sotto accusa. Prima questione: i veicoli ad alcol inquinano come quelli a benzina. E’ così?
«E’ vero che emettono anidride carbonica, ma sono le stesse piante che generano l’etanolo a riassorbirla. L’inquinamento, piuttosto, deriva da altre sostanze, prodotte dalla combustione alle alte temperature con l’aria: l’azoto si combina con l’ossigeno e il risultato sono gli ossidi di azoto».
Altro problema: quanto costa - in termini di risorse e di energia - produrre l’etanolo?
«E’ la questione del bilancio energetico: se produco mais, devo usare acqua, fertilizzanti e pesticidi, trasportare il prodotto e lavorarlo. La catena consuma energia e oggi non si è arrivati a un calcolo definitivo sul rapporto input-output. Di sicuro il bilancio non è brillante ed è significativo che i petrolieri diano alcune cifre e gli agricoltori altre».
Vale a dire?
«Nel migliore dei casi spendo 1 in termini di energia e ottengo 1.5. Ma in molte zone del mondo si potrebbe scendere a 1-0.9. Ecco perché è essenziale produrre l’etanolo dove serve».
C’è la terza questione: si produce mais per i veicoli e non per le tortillas. E i prezzi salgono.
«E’ naturale che si instauri la concorrenza e così - come sempre - l’energia diventa un problema politico».
C’è almeno un aspetto positivo dell’etanolo?
«E’ liquido. E abbiamo bisogno di carburanti liquidi per i veicoli: auto, aerei, navi».