Barbara Spinelli, La Stampa 23/4/2007 (in Frammenti anche l’articolo intero), 23 aprile 2007
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salvifico ha voluto essere Bayrou, anche se fra i candidati è apparso il più naturale, il meno nervoso e retorico. Proprio lui tuttavia è stato accusato di essere populista, di distruggere il tradizionale scontro fra blocchi. Le Monde lo ha descritto come figlio delle disillusioni, dell’insurrezione contro la classe politica, come se Sarkozy e Royal fossero di una stoffa più legittima perché appartenenti ai due campi di destra e sinistra. Ma Bayrou non è solo figlio della disillusione. Ha raccolto consensi perché propone una via diversa, una nuova separazione: non più fra destra e sinistra, ma fra riformatori (di sinistra e destra) e non riformatori. Perché ha lanciato un messaggio che la sinistra non potrà trascurare: in questa Francia dove Sarkozy rincorre Le Pen, la sinistra deve abbandonare la tradizione mitterrandiana e apprendere nuove forme di alleanza fra centro e sinistra anziché fra socialisti e estrema sinistra. Bayrou non è riuscito a ottenere questa rivoluzione subito. Ma la sua proposta alla lunga non è aggirabile. quello che nei giorni scorsi hanno voluto dire socialisti e riformatori come Michel Rocard, Bernard Kouchner, Daniel Cohn-Bendit.
Bayrou ha avuto contro di sé i partiti classici e anche i giornali, e questa cecità di stampa e televisione non è nuova, né in Francia né fuori. Già nel 2005 stampa e televisione non avevano visto la nascita di un enorme rigetto dell’Europa. Sarkozy e Ségolène hanno invece capito: ambedue si sono proposti come personaggi nuovi, di rottura. Sarkozy aveva rotto con Chirac, ed è giunto sino a sposare alcune tesi di Le Pen. Ségolène aveva rotto con l’establishment socialista, con i cosiddetti elefanti: «Sono una candidata della non sottomissione», ha ripetuto più volte. Nelle prossime settimane capiremo la vera natura delle loro rispettive novità.