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 2007  aprile 23 Lunedì calendario

Nella sua risposta circa la formazione degli imam italiani, lei ricorda una conversazione avvenuta con il Grande imam del Cairo sugli egiziani che vivono in Italia e più generalmente in Europa

Nella sua risposta circa la formazione degli imam italiani, lei ricorda una conversazione avvenuta con il Grande imam del Cairo sugli egiziani che vivono in Italia e più generalmente in Europa. Tantawi le disse che «sono partiti per cercare lavoro, non diversamente dagli europei che vennero in Egitto, soprattutto dopo l’apertura del canale di Suez. Come tutti gli emigranti, hanno il diritto di essere trattati "adeguatamente", ma debbono obbedire alle leggi dello Stato che li ha accolti. Se non obbediscono alle leggi, il Paese che li ospita ha il diritto di giudicarli e punirli». Mi pare però di ricordare che grazie alle «capitolazioni» (che Angelo Caroli, nel suo libro omonimo pubblicato a Trieste nel 1874 definì «mostruosità giuridiche intese a privare una nazione civile del diritto di esercitare giustizia sui sudditi esteri che in essa vi dimorano a beneficio dei consoli dei rispettivi Stati di questi ultimi»), gli occidentali erano sottoposti alla legge del rispettivo Paese di provenienza e non pagavano le tasse dovute, a differenza dei cittadini egiziani. Questo stato di cose continuò fino all’avvento di Nasser in Egitto e si concluse con le nazionalizzazioni e la cacciata degli stranieri, più o meno come in Libia. Sa dirmi qualcosa di più? Diego Kuzmin Gorizia Caro Kuzmin, le capitolazioni sono per molti aspetti una invenzione italiana. I primi a ottenerle, sulla costa meridionale del Mediterraneo, furono i pisani nel 1173, seguiti dai veneziani verso la metà del Quattrocento, dai fiorentini verso la fine del secolo, dai francesi e dai catalani rispettivamente nel 1507 e nel 1517. Il sistema venne formalizzato nel 1535 grazie a un accordo di Francesco I re di Francia con il Sultano Solimano il Magnifico. E quell’accordo franco-ottomano finì per ispirare tutti i trattati che vennero successivamente stipulati dalla Sublime Porta (come venne chiamato per molti secoli il governo di Costantinopoli) con l’Inghilterra, l’Olanda, la Russia, la Prussia, la Spagna, il Piemonte e altri Stati. In un bel libro apparso recentemente presso l’editore Bruno Mondadori («Oltre il mito. L’Egitto degli italiani 1917-1947»), una studiosa dell’università di Firenze, Marta Petricioli, scrive che «le capitolazioni erano un privilegio riconosciuto agli stranieri nei Paesi non cristiani e traevano origine da un lato dai vantaggi reciproci che derivavano dalle relazioni civili o commerciali, e dall’altro dalla necessità di appianare le difficoltà che provenivano dalle profonde differenze di religione, leggi e costumi». Petricioli ricorda che le loro principali caratteristiche furono: «L’inviolabilità del domicilio, con la sola restrizione dei casi di assoluta necessità nei quali era permesso alle autorità di penetrarvi, con l’assistenza dei consoli o dei loro delegati. Il diritto degli stranieri di non essere giudicati in materia civile, commerciale e penale da giudici ottomani, ma dai propri giudici consolari che applicavano la legge nazionale. La proibizione di esigere tasse dagli stranieri». Molto più tardi, nel 1876, questi privilegi furono mitigati dall’istituzione di tribunali misti, competenti per le materie civili e commerciali. Furono «mostruosità giuridiche»? In realtà rispecchiarono per molti secoli, prima del colonialismo, una mentalità di origine feudale comune ai Paesi, anche europei, in cui il sovrano riconosceva statuti di maggiore o minore autonomia alle diverse comunità etniche e religiose. Non dimentichi, caro Kuzmin, che nell’Europa d’Ancien Régime esistevano i tribunali ecclesiastici e che i protestanti francesi furono, sino alla revoca dell’Editto di Nantes nel 1685, uno Stato nello Stato. Non dimentichi che nell’Impero Ottomano certe comunità religiose (gli ebrei ad esempio) erano esentate dal servizio militare, e che persino i ghetti di certe città europee potevano considerarsi, entro certi limiti, comunità autogestite. Ne è prova il rammarico con cui alcuni rabbini piemontesi accolsero nel 1848 la revoca delle Interdizioni israelitiche. In Egitto la morte delle capitolazioni non dovette attendere l’arrivo di Nasser. Petricioli ricorda che quando il Paese ottenne l’indipendenza nel 1936, il suo vecchio padrone (la Gran Bretagna) «riconobbe l’incompatibilità delle capitolazioni con il nuovo status del Paese». A Montreux, l’anno seguente, fu stipulato un accordo internazionale che ne previde l’abolizione dopo un periodo transitorio di dodici anni durante il quale sarebbero sopravvissute «in forma attenuata per permettere agli stranieri di passare senza scosse al nuovo regime di sovranità giudiziaria egiziana». Si spensero definitivamente nell’ottobre 1949 quando la comunità italiana si era ormai considerevolmente assottigliata. Ma alla fine degli anni Trenta, quando cominciò il declino di questa antica istituzione, gli italiani in Egitto erano ancora circa 50.000.