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 2007  aprile 22 Domenica calendario

Ecco uno straordinario caso di football giudiziario che, esploso nella lontana e selvaggia Catania, benissimo riassume in sé l´intero imbroglio del calcio italiano: è il diritto che ha ucciso lo sport o è lo sport che ha ucciso il diritto? Ma vediamo la sequenza che, cominciata con la condanna a giocare "a porte chiuse" inflitta alla squadra del Catania, ormai suona come uno scioglilingua

Ecco uno straordinario caso di football giudiziario che, esploso nella lontana e selvaggia Catania, benissimo riassume in sé l´intero imbroglio del calcio italiano: è il diritto che ha ucciso lo sport o è lo sport che ha ucciso il diritto? Ma vediamo la sequenza che, cominciata con la condanna a giocare "a porte chiuse" inflitta alla squadra del Catania, ormai suona come uno scioglilingua. Prima il Tar di Catania ha annullato la condanna; poi il Tar del Lazio ha annullato l´annullamento; quindi il Tar di Catania ha annullato l´annullamento dell´annullamento. E ora si dà per certo l´annullamento dell´annullamento dell´annullamento. Manca solo che si ammanettino a vicendaquesti giudicidi pari grado: «la dichiaro in arresto»; «no, sono io che dichiaro in arresto lei». Attenzione però: sullo sfondo non ci sono i soliti bizantinismi e i pirandellismi meridionali ma c´è, pesantissimo, l´omicidio dell´ispettore di polizia Filippo Raciti, che la giustizia ordinaria a botta calda imputò a un diciassettenne teppista, tenuto in galera dal 4 febbraio scorso sulla base di fragili indizi, e che la giustizia sportiva attribuì al Club Calcio Catania applicando il principio della responsabilità oggettiva che è una barbarie giuridica, materia per Koestler e il suo ”Buio a mezzogiorno´, roba per Stalin e per le sue vittime, come Bucharin che, davanti al boia, ammise la propria colpevolezza oggettiva pur sapendosi innocente soggettivamente. Sostenere che la società di calcio del Catania è oggettivamente responsabile della morte di Raciti è come dire che l´Islam è colpevole degli attentati commessi in nome dell´Islam, o che va attribuita ad Israele la colpa delle violenze dei fondamentalisti ebrei, o ancora che bisognerebbe chiudere le fabbriche quando gli operai in sciopero sfogano la loro rabbia contro… le fabbriche. Alla base c´è l´idea filosofica secondo la quale ciascuno trova la verità di ogni sua azione solo nell´appartenenza a una classe, a un gruppo, a una squadra. La responsabilità oggettiva applica l´associazione a delinquere alla società, alla città, all´intera nazione, devasta la verità e il diritto perché coniuga l´incapacità di trovare i veri colpevoli con la comodità di scaricare i delitti sugli incolpevoli, che inutilmente sbandierano la loro ”falsa´ innocenza soggettiva e il loro candore individuale. La responsabilità oggettiva rende infatti uguali u carcagnusu che, visto allo stadio di Catania, sembra inventato da Tarantino, e il cittadino che sogna uno stadio aperto alle donne e ai bambini; il teppista che odia la polizia e il professore che pensa a un tifo più colto e persino più proustiano. In questo emblematico caso catanese, la guerra tra i Tar, e tra i Tar e la giustizia sportiva, è al tempo stesso arcaica e raffinata, perché esprime, con l´estremismo tipico delle città meridionali, lo spirito del tempo che assegna scudetti per via giudiziaria (il caso dell´Inter), sottrae promozioni e retrocessioni e risultati all´antichissima legge che l´allora allenatore del Foggia, Oronzo Pugliese, riassumeva così: «Ventidue gambe hanno loro; ventidue gambe abbiamo noi; il pallone è rotondo; la porta è quadrata; l´arbitro è cornuto». Nulla sapeva dei Tar e della giustizia tifosa, il saggio Oronzo. Qui infatti c´è il Tar del Lazio che si comporta come la curva nord, e quello di Catania che si agita come la curva sud, mentre la cosiddetta giustizia sportiva rivendica la sua extraterritorialità rispetto alle leggi dello Stato proprio come fanno i cinesi di Milano. L´idea della separatezza dello sport, infatti, non ricorda più soltanto il Medioevo e gli asserviti dell´impero ottomano ai quali veniva concesso, dietro pagamento, il diritto di non rispettare il Diritto. L´autonomia della giustizia sportiva rimanda drammaticamente alle varie enclave moderne, dalle moschee dove si insegna a picchiare le donne e ad odiare l´Occidente sino ai quartieri pericolosi dove la polizia nemmeno riesce ad entrare, dai codici d´onore che governano le varie mafie sino alla inviolabilità dei vicoli di Napoli, e si potrebbe continuare con la banlieue di Parigi, ma anche con le pratiche per noi incomprensibili delle varie etnie, con la pretesa di sottrarre al giudizio dello Stato l´uso del burqa o l´escissione del clitoride o certi omicidi rituali. Oggi l´idea stessa di sovranità nazionale non è conciliabile con nessuna separatezza che è sempre impunità. E infine nessuno può chiedere allo Stato di non immischiarsi nel malaffare. Meno che mai lo sport che ormai non è più solo svago ma vita, ricchezza economica, industria, fonte e specchio della civiltà di un paese, sino a incarnarne i suoi comandamenti etici e il suo stile, come ha dimostrato la sacrosanta bocciatura dell´Italia nella corsa all´organizzazione degli Europei del 2012. La Federazione gioco calcio gestisce, governa e nasconde più bricconerie di quante se ne attribuiscono alla Chinatown milanese. Dunque alla fine sarebbe piaciuta a Sciascia questa Catania come metafora, questa città che suo malgrado sta smontando il trucco e senza saperlo sta raccontando l´Italia e gli italiani di oggi attraverso il calcio. Certo ci vorrebbe un Gianni Brera siciliano che sapesse coniugare Sciascia e il pallone come quello coniugava Gadda e il pallone. In Italia abbiamo avuto persino un calciatore che ha incarnato il sessantotto più di Capanna e di Sofri, il fantasioso e solitario Gigi Meroni… Ebbene oggi a incarnare l´attuale miseria del calcio e del diritto, il loro destino forse orwelliano, è la città di Catania che è peggio che impazzita a causa della disgrazia capitata alla sua squadra. Partita da rivelazione della serie A, ora il Catania cammina impettita come il destino verso la retrocessione in serie B, lasciandosi alle spalle un morto, lo stadio chiuso per inagibilità, la trasformazione del diritto in tifo, il naufragio finale della giustizia sportiva, le plebi in rivolta anche perché da due mesiquel giovane teppista del quartiere passareddu sta in galera e ogni giorno di più somiglia a un capro espiatorio. Forse non sapremo mai chi ha ucciso Raciti, e forse hanno torto i tifosi che credono alla tesi difensiva secondo la quale il poliziotto fu colpito per errore dal ”fuoco amico´, vale a dire da un blindato della stessa polizia in manovra di retromarcia. Ma non è solo una rivolta municipal-plebea che Catania sta covando. Ogni domenica in tutti gli stadi viene fuori, sia pure con fogge e movenze diverse, la stessa materia umana e la stessa cultura che lì stanno morendo. E forse, come è gia accaduto in politica, molto presto le squadre manderanno in campo undici avvocati.