Sergio Luzzatto, Corriere della Sera 22/4/2007, 22 aprile 2007
Figura di spicco della Rivoluzione francese, simbolo di un’utopia della fraternità naufragata sugli scogli del Terrore eppure trasmessa in pegno all’Ottocento, il sacerdote Henri Grégoire (1750-1831) combatté molte battaglie durante la sua lunga vita, perdendole quasi tutte
Figura di spicco della Rivoluzione francese, simbolo di un’utopia della fraternità naufragata sugli scogli del Terrore eppure trasmessa in pegno all’Ottocento, il sacerdote Henri Grégoire (1750-1831) combatté molte battaglie durante la sua lunga vita, perdendole quasi tutte. Nella Lorena d’antico regime, Grégoire si sforzò di corrispondere al modello settecentesco del buon curato, pastore del proprio gregge in quanto suo educatore. Fallito questo movimento di riforma, diede voce alle istanze dei preti di campagna redigendo i cahiers de doléances del clero di Lunéville, e ritrovandosi deputato agli Stati Generali del 1789. Gli anni successivi coincisero con il suo tentativo fallito di far nascere in Francia una «Chiesa costituzionale», alleata anziché avversaria della Repubblica. Sotto l’Impero napoleonico, il senatore Grégoire incarnò fieramente l’opposizione contro Bonaparte; salvo venire additato quale bestia nera, dopo la Restaurazione, dai borbonici come dai papisti. Cammin facendo, Grégoire trovò il modo di farsi portavoce sia degli ebrei discriminati in Francia, sia dei neri schiavizzati nelle Antille. Risalgono all’Ottantanove due suoi interventi presso l’Assemblea costituente, la Mozione in favore degli ebrei e la Mozione in favore delle persone di colore, che rappresentano due testi fondatori, rispettivamente, del filogiudaismo e dell’antischiavismo moderni. E proprio le battaglie emancipazioniste hanno garantito a Grégoire una serie di rivincite postume: fino al trionfo parigino del 1989, quando le spoglie del prete lorenese sono state tumulate nel Panthéon, accanto a quelle di altri grandi cui rende omaggio una Francia riconoscente. La battaglia di Grégoire per quella ch’egli chiamava la «rigenerazione» degli ebrei è ormai abbastanza nota, anche in Italia, perché non meriti di insistervi qui. Assai meno nota è la sua battaglia per un’analoga «rigenerazione» dei neri. Sicché va salutata come opportuna l’iniziativa di una casa editrice particolarmente vivace nel nostro panorama culturale, la milanese Medusa, di pubblicare in prima traduzione italiana un testo scritto dall’abate Grégoire nel 1826, La nobiltà della pelle, il cui sottotitolo suonava altrettanto eloquente del titolo: «Il pregiudizio dei bianchi contro il colore degli Africani e dei loro discendenti neri e meticci». Ottimamente curata da Dino Costantini, l’edizione di questo piccolo libro è un gesto di grande civiltà. Da un regime all’altro, dalla Francia della monarchia di Luigi XVI a quella della Repubblica di Robespierre, dall’Impero di Napoleone alla Francia della Restaurazione, Grégoire non fece mai tacere la propria voce in sostegno degli schiavi neri, che intanto avevano preso a ribellarsi (ad esempio, nella colonia francese di Santo Domingo) contro il sistema della tratta e contro la logica della discriminazione razziale. Nel gergo di oggi, potremmo dire che questo prete cattolico fu un pioniere dell’umanitario. E lo fu non soltanto, genericamente, in quanto partecipe di una cultura illuministica e rivoluzionaria incentrata sui diritti dell’uomo, ma in quanto interprete dei nessi politici ed economici che storicamente hanno legato lo sviluppo dell’Occidente al sottosviluppo degli altri mondi. Secondo la ricostruzione di Grégoire, il pregiudizio sulla nobiltà del colore della pelle, in particolare sulla superiorità della pelle bianca rispetto alla pelle nera, era stato una funzione del colonialismo. Aveva fatto capolino nel Portogallo e nella Spagna dei conquistadores, affermandosi poi tra le nazioni che si erano imposte sulla scena coloniale del Sei e del Settecento: la Francia, l’Olanda, l’Inghilterra, infine gli Stati Uniti d’America. «Questo pregiudizio parve ai bianchi un’invenzione meravigliosa per rafforzare il loro dominio», che si fondava in realtà su una logica prosaicamente mercantile, su faccende «d’interessi commerciali, di balle di cotone, di barili di zucchero». Le chiese cristiane non avevano fatto abbastanza per denunciare il sistema coloniale, e il mondo stesso delle missioni aveva quasi sempre taciuto sul diritto degli schiavi alla libertà. «Nelle colonie, tanto in quelle cattoliche che in quelle protestanti, non v’era moralità né pietà, ma solo culto esteriore, che non era altro che una decorazione teatrale». Così, il razzismo dei bianchi aveva contraddetto sia gli antichi dogmi della religione, sia le acquisizioni recenti della scienza: poiché l’«unità di tipo nella specie umana», dopo essere stata «proclamata dalla Rivelazione», veniva ormai «riconosciuta dai naturalisti», che fra Sette e Ottocento inclinavano a escludere l’esistenza di razze umane diverse. La voce del prete cattolico si faceva particolarmente severa riguardo alle complicità che i negrieri avevano sempre trovato nelle rispettive madrepatrie: a cominciare dalla Francia dei diritti dell’uomo, anche dopo il divieto legale della tratta. Lungi dal limitarsi alle figure dei venditori e dei compratori di schiavi africani, per Grégoire la qualifica di negriero andava estesa a «tutti gli individui che partecipano al crimine», armatori o assicuratori, finanziatori o chirurghi, ammiragli o marinai... A Nantes, «vi sono dei mostri umani i cui occhi omicidi sono puntati continuamente verso l’Africa e le Antille e che, per i negri, sono più temibili delle pantere e delle tigri». Eppure nessuno muoveva un dito: non i magistrati, non i gendarmi, non gli informatori di polizia! «Questo crimine è continuo e impunito; può forse esserlo senza una interessata connivenza?». Oggi, quasi due secoli dopo la pubblicazione del libretto di Grégoire su La nobiltà della pelle, la tratta degli esseri umani ha cambiato forme e traiettorie, motivazioni e implicazioni, ma ancora testimonia di un drammatico squilibrio fra il prospero Occidente e i mondi altri. Le Nazioni Unite stimano attualmente in due milioni e mezzo, a ogni dato momento, il numero di persone ridotte in schiavitù: reclutate, sequestrate, trasportate, sfruttate a fini di lavoro forzato o di abuso sessuale; strappate a 127 nazioni di provenienza e destinate a 137 nazioni di arrivo. A differenza che due secoli fa, i principali Stati dell’Occidente figurano oggi in prima fila nella lotta contro le forme nuove di schiavitù. Eppure, ancora vale la pena di ascoltare l’abate Grégoire, nella sua interpretazione del razzismo come un fenomeno culturale all’apparenza, ma economico (e politico) nella sostanza: come un problema di mercati, se non come uno scontro di civiltà. • Il libro: «Henri Grégoire, La nobiltà della pelle», cura e introduzione di Dino Costantini, edizioni Medusa, pp. 80, e 11