Massimo Gaggi, Corriere della Sera 22/4/2007, 22 aprile 2007
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – Stati Uniti dopo il 2010. Eserciti di «baby boomers», i 78 milioni di americani nati tra il 1946 e il ’64, vanno in pensione ogni anno (le avanguardie, «capitanate» da Bill Clinton e George Bush, hanno spento 60 candeline lo scorso anno). Le casse federali vengono prosciugate dalle crescenti spese previdenziali e sanitarie per gli anziani. Per non andare in bancarotta il governo di Washington è costretto ripetutamente ad aumentare le tasse che gravano, inevitabilmente, sul lavoro dei giovani.
Finché non parte una scintilla e le giovani generazioni si ribellano: villaggi per anziani incendiati, pensionati assaliti sui loro campi da golf. E Cassandra Devine, una blogger 29enne che con la sua prosa incendiaria diventa rapidamente un capopopolo dei ventenni, la cosiddetta «generation whatever» (qualunque cosa), lancia una proposta provocatoria. Per rimettere a posto i conti, il governo proponga agli anziani una «transizione volontaria»: incentivi alle coppie di ultrasettantenni che accettano di suicidarsi. Chi entrerà nel programma, prima di togliersi la vita farà una sontuosa vacanza a spese dello Stato (chiamata «luna di miele d’addio») e avrà altri benefici come l’esenzione da ogni tassa di successione per figli e nipoti. Proposta paradossale anche nelle intenzioni della cinica ragazza, ma che viene presa sul serio da un ancor più cinico senatore del Massachusetts che vuole candidarsi per la Casa Bianca e pensa che questo sia il modo giusto per catturare il voto dei giovani.
Boomsday, la novella satirica di Christopher Buckley va avanti così, a colpi di teatro dell’assurdo, fino a una conclusione un po’ sconclusionata e banale. E, soprattutto, senza alcun suicidio.
L’undicesimo racconto di Buckley – che ha al suo attivo successi come Thank you for smoking, la storia di un lobbista dell’industria del tabacco dalla quale è stato tratto anche un film – si ispira esplicitamente alla satira da pugno nello stomaco di Jonathan Swift che all’inizio del ’700 propose nel «pamphlet» Una modesta proposta di risolvere il problema della sovrappopolazione e dell’indigenza degli irlandesi spingendo i poveri a vendere i figli più piccoli come cibo prelibato ai proprietari terrieri della regione.
La scarsa verosimiglianza delle ipotesi contenute nel racconto e la sua non eccelsa qualità letteraria facevano prevedere una sua rapida archiviazione. E invece in poche settimane il libro ha cominciato a scalare le classifiche americane della narrativa ed è diventato oggetto di discussione, più che fra critici letterari, tra analisti politici e commentatori economici.
Robert Samuelson ha scritto nella sua rubrica su Newsweek che Buckley, con il suo racconto paradossale e irridente ci costringe a riflettere su due realtà che nel dibattito politico vengono in genere debitamente occultate: in primo luogo, nei prossimi anni un conflitto intergenerazionale sarà probabilmente inevitabile. Non avverrà sotto forma di assalto ai pensionati che prendono il sole in spiaggia, ma un ammutinamento dei contribuenti giovani stufi di pagare le pensioni e le cure per i «baby boomers» non è affatto da escludere. Anche perché – è il secondo punto di Samuelson – questi ultimi pretenderanno servizi sempre più vasti e costosi, dall’assistenza infermieristica domiciliare alla chirurgia antirughe.
Preoccupazioni un po’ curiose viste da un italiano: mentre da noi il sistema previdenziale assorbe oltre il 14 per cento del reddito nazionale ed è estremamente oneroso, negli Usa le pensioni concesse dal settore pubblico sono molto più modeste e il sistema non registrerà un disavanzo significativo prima del 2040. Ma in America è la sanità il settore più a rischio, soprattutto dopo che Bush ha aumentato, e di molto, le prestazioni gratuite a favore degli anziani.
Buckley è il primo a riconoscere i limiti del suo lavoro che però descrive bene contorsioni e meschinità di una politica che nel libro viene trasformata in farsa: una farsa che l’autore conosce bene, visto che negli anni ’80 è stato per un certo periodo l’autore dei discorsi di George Bush padre, l’ex presidente Usa, e che Buckley è figlio di un grande intellettuale repubblicano.
Anche il Christian Science Monitor riconosce che, al di là del tono grottesco della prosa, la provocazione di Boomsday
fa riflettere. E, per commentarla, prende in prestito le parole dello scrittore Tom Wolfe: « difficile fare della "fiction" sulla politica quando la realtà è talmente sorprendente e sconcertante da scavalcare ogni volta la finzione letteraria».
E mentre il Washington Post ricorda che nei prossimi decenni, per mantenere i livelli di spesa sanitaria e previdenziale previsti dalle leggi attuali, potrebbe essere necessario aumentare le tasse del 30-50 per cento, per Usa Today il libro di Buckley è un’occasione per cominciare ad analizzare il problema delle conseguenze sociali, economiche e psicologiche del ritiro della generazione del «baby boom»: un fenomeno del quale si parla ogni tanto sui giornali, ma che è stato rimosso dal dibattito politico.
Un silenzio che ha varie cause. Una, in particolare: mentre Buckley immagina un leader che corteggia i giovani elettori promettendo di «sfoltire» l’esercito degli anziani, nella politica reale ogni scelta è condizionata dall’esistenza dell’Aarp, la superlobby dei pensionati, con i suoi 38 milioni di iscritti. Alle elezioni presidenziali un elettore ogni quattro, tra quelli che si recano alle urne, ha la sua tessera in tasca. Così stando le cose, qual è il politico che mette in discussione i diritti acquisiti dagli anziani per riequilibrare il rapporto tra generazioni? « un fallimento del quale anch’io, che sono nato alla fine del 1945, mi considero parte – commenta sconsolato Robert Samuelson ”. Stiamo commettendo un crimine politico ed economico nei confronti dei nostri figli e forse – se i giovani rifiuteranno il ruolo di vittime designate – anche verso noi stessi».
(foto Afp)