Alessandro De Nicola, Il Sole 24 Ore 20/4/2007, 20 aprile 2007
di Alessandro De Nicola La vicenda Telecom ha scatenato uno degli usuali psicodrammi nazionali e ha evidenziato alcuni atteggiamenti deplorevoli, tra cui un po’ di nazionalismo maccheronico, una voglia di interventismo dirigista e soprattutto il vizio di voler riscrivere le regole in corso di partita per raggiungere un determinato fine politico
di Alessandro De Nicola La vicenda Telecom ha scatenato uno degli usuali psicodrammi nazionali e ha evidenziato alcuni atteggiamenti deplorevoli, tra cui un po’ di nazionalismo maccheronico, una voglia di interventismo dirigista e soprattutto il vizio di voler riscrivere le regole in corso di partita per raggiungere un determinato fine politico. Franco De Benedetti ha già brillantemente ridicolizzato in altre sedi la voglia di "retinite" che ha contagiato il mondo politico e delle autorità indipendenti, tutti protesi a scorporare la Rete Telecom proprio quando sono arrivate le offerte dei gringos. Un altro aspetto sul quale si è concentrata l’attenzione soprattutto di Antonio Di Pietro, riguarda il diritto societario. Il ministro delle Infrastrutture lamenta che in Italia sia difficile raccogliere le deleghe dei piccoli azionisti per andare in assemblea delle società quotate, che con una minoranza delle azioni si possa ottenere la maggioranza dei consiglieri di amministrazione e che ancora esistano le famose scatole cinesi le quali consentono con poco investimento di controllare grandi società. L’ex pm vorrebbe introdurre norme che prevedano una rappresentanza proporzionale nel consiglio di amministrazione ("70% degli amministratori col 70% delle azioni"), facilitare la raccolta deleghe, debellare le scatole cinesi. Anche nel caso dell’approccio di Di Pietro, non si capisce perché, avendo il Governo emanato solo poche settimane fa il decreto correttivo del Testo Unico della Finanza e di quello Bancario, ora ci sia urgenza di nuove regole: possibile che si debba legiferare solo quando i barbari sono alle porte a seconda delle idiosincrasie dell’uno o l’altro politico? E questo ci porta al discorso delle scatole cinesi. vero che in Italia il fenomeno è diffuso e altrove no, soprattutto nei mercati più trasparenti come quelli anglo-americani, ed è indubbio che pur investendo poco denaro la holding in cima alla catena di controllo si assicura i benefici privati del controllo (come alti stipendi e stock option per gli amministratori espressione dell’azionista dominante). In un recente libro, Salvatore Bragantini ha riassunto bene tutti gli svantaggi del sistema. altrettanto vero però che in altri Paesi (in Scandinavia e negli Stati Uniti, ad esempio) attraverso le azioni con voto multiplo o altre forme di privilegio basta spendere pochissimo per governare una società (il New York Times ne è un esempio). Se si tratta di pochi casi, però, non è per le regole (né in America né in Gran Bretagna le catene di controllo sono proibite) ma perché è il mercato che rifiuta la pratica, defalcando il valore delle azioni delle società "impure", atteggiamento questo che comincia ad affacciarsi anche in Italia. Piuttosto, è importante avere buone norme di governance che impediscano le operazioni con parti correlate svantaggiose per la società, diano potere di azione e rappresentanza ai soci di minoranza, puniscano severamente le manipolazioni di mercato, assicurino la trasparenza dei conti. Nel Belpaese ora tutto questo c’è: ciò che da noi è storicamente mancato è l’attuazione delle regole e il dialogo tra Authority e mercato quando vengono emanati nuovi regolamenti. Diverso è il caso di società come Telecom, ove basterebbe che qualcuno comprasse il 20% per prendere il controllo (attualmente Olimpia ha il 18%). Lì il problema non sono le scatole cinesi, ma la politica: alcune imprese sono a rischio di scossa elettrica mortale e nessuno si azzarda a toccarle senza il beneplacito del Governo. Perché arrischiare capitali quando un domani Diliberto o Bersani mi possono far perdere miliardi intervenendo sulla regolamentazione del mercato? Il ritiro di At&T conferma appieno la supposizione. Per venire alla proposta più bizzarra, quella della rappresentanza proporzionale in cda, se una regola di questo tenore dovesse essere introdotta, credo che la Borsa italiana dovrebbe chiudere per mancanza di società quotate. In primis l’Italia sarebbe l’unico Paese al mondo a dotarsi di una tale norma. In secondo luogo, i soci si dividono tra quelli che investono come risparmiatori, e se non sono contenti della governance o dei risultati aziendali vendono le azioni, e coloro i quali dirigono la società. Quest’ultima richiede controlli ma anche unitarietà di azione, tutto il contrario di quello che un cda-arlecchino è in grado di garantire. Infine, se le società volessero, potrebbero già oggi dotarsi di uno statuto che prevede la proporzionalità, eppure nessuna impresa quotata al mondo, nemmeno quelle operanti in contesti ad azionariato diffuso, lo ha fatto. Possibile che Di Pietro sappia meglio di tutti gli operatori economici, le associazioni di azionisti, i fondi di investimento, i fondi pensione, o gli odiati hedge fund cosa è meglio per governare una società? Anzi, un prototipo c’è ed è quello del famoso numero telefonico di Bettino Craxi. Ricordate? A chi gli chiedeva con che criteri di professionalità veniva formato il cda della Rai ai tempi della Prima Repubblica, Craxi rispondeva con il numero telefonico 643111: sei democristiani, quattro socialisti, tre comunisti e uno ciascuno ai partiti laici. Bell’esempio per chi la Prima Repubblica ha contribuito a seppellire. adenicola@adamsmith.it