Note: [1] A.Gu., ཿIl Messaggero 18/4 E. C., Corriere della Sera 18/4, Maurizio Molinari, La Stampa 18/4, Ennio Caretto, Corriere della Sera 20/4; [2] Alberto Pasolini Zanelli, Il Giornale 17/4; [3] Stefano Trincia, Il Messaggero 17/4; [4] Enrico Pedemont, 21 aprile 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 23 APRILE 2007
Cho Seung-Hui era nato a Seul (Corea del Sud) il 18 gennaio 1984. Nel 1992, aveva 8 anni, era emigrato con la famiglia negli Stati Uniti. L’infanzia, a Detroit, era stata dura, poi, dopo un nuovo trasloco a Centerville, un sobborgo di Washington dove i genitori avevano aperto una lavanderia, aveva avuto un’adolescenza serena, almeno all’apparenza. La sorella si era laureata a Princeton, Cho aveva scelto Virginia Tech, enorme politecnico di Backsburg (400 km circa a sud di Washington) dove studiava Lingua e Letteratura Inglese. Bravo studente, non aveva mai dato problemi. Però prendeva forti quantità di farmaci e scriveva testi teatrali così inquietanti da suggerire a volte il ricorso allo psichiatra. La polizia del campus lo aveva interrogato nel novembre e dicembre del 2005, e un esame psichiatrico lo aveva trovato «malato mentalmente, ma non un pericolo per l’università». Un compagno di lezioni ha raccontato che quando all’inizio del corso il professore chiese a tutti di presentarsi lui fu l’unico a non rispondere, restando con le labbra chiuse. Era insomma quello che in America chiamano un loner, un solitario. Carattere comune a un terzo della popolazione americana, secondo un profiler dell’Fbi. [1]
Virginia Tech è un tranquillo campus per figli della classe media, senza tensioni razziali note, senza impegno politico. [2] Stefano Trincia: «Si vantava la piccola modernissima Blacksburg di aver trovato proprio nella ipertecnologizzazione la risposta ai mali tradizionali della società Usa: l’isolamento, la depressione, l’infelicità figlie di una cultura votata solo al profitto ed alla legge del più forte. Tramite internet e i cavi a banda larga, dicevano i cyberingegneri del Virginia Tech, studenti e genitori, anziani abbandonati e giovani ambiziosi avrebbero ritrovato contiguità e comunicazione interpersonale. Evidentemente invece la interconnessione elettronica ha soprattutto accentuato ritmi di lavoro e tempi della competizione tipici del mondo scolastico ed accademico Usa, dove se non primeggi sei finito». [3]
Il 13 marzo Cho aveva comprato una rivoltella. Come residente legale della Virginia, non aveva avuto difficoltà a procurarsene due, e ad acquistare abbastanza munizioni. John Markel, il commerciante che gli ha venduto una Glock da 9 millimetri, ha raccontato in tv scarni dettagli sull’incontro, il ragazzo che tira fuori la carta di credito, paga i 571 dollari dovuti e se ne va con il pacchetto sotto il braccio: «Ho rispettato le leggi: se non l’avesse comprata da me, l’avrebbe trovata altrove». [4] Due settimane fa aveva cominciato a mandare all’università minacce di bombe, per controllare la prontezza di reazione dei servizi di sicurezza interni e valutare i tempi che gli sarebbero stati necessari per agire prima che arrivasse la polizia. [5]
Cosa abbia innescato la furia omicida del giovane non è ancora chiaro. Potrebbe essere stato lo scontro con Emily Hilscher, 18 anni, una ragazza che l’aveva respinto. Fatto sta che alle 7 del mattino del 16 aprile ha freddato lei e un Ryan Clark accorso per sedare il diverbio. Passate due ore, si è presentato nella Norris hall, dove erano cominciate le lezioni: gli scampati raccontano adesso che ha scaricato e ricaricato metodicamente le pistole alternando le raffiche a un gelido silenzio, colpendo ogni vittima (alla fine 30) almeno tre volte, lungo le scale e in quattro classi. Nell’ultima, si è sparato al capo, rendendosi irriconoscibile. [6] Maurizio Molinari: «L’obiettivo è stato non un singolo edificio ma un campus con più palazzine e parcheggi attraverso i quali si è mosso in libertà quasi fosse impegnato in un safari, sparando sugli studenti come se fossero prede, uccidendo tanto a distanza con l’abilità di un cecchino che quasi corpo a corpo, con la ferocia del criminale di massa, quando ha fatto fuoco su un mucchio di giovani terrorizzati. Si è trattato di un blitz con tecniche di guerra». [7]
Nell’intervallo tra le prime uccisioni e la carneficina di due ore dopo, Cho ha spedito alla Nbc il proprio video testamento. Molinari: «Milleottocento parole, 27 videoclip in un Dvd e 43 foto: il manifesto multimediale a cui Cho Seung-Hui ha affidato la rivendicazione postuma della strage del Virginia Tech alza il velo sulla psiche di un paranoico segnato dall’ossessione per le arti marziali. Il killer sudcoreano di 23 anni spedisce il manifesto multimediale alla tv Nbc alle 9.01 di lunedì, 45 minuti dopo i primi due assassinii e a un’ora dalle 30 vittime della Norris Hall. Al posto del mittente scrive ”A. Ishmael” e sul proprio braccio scarabbocchia un simile ”Ismael Ax” (Ascia di Ismaele) con un riferimento ambiguo: forse alla distruzione degli idoli di cui parla il Corano, a un videogame oppure ad un cantante noto in Turchia». [8]
Come un qualsiasi ventenne, Cho aveva i suoi riferimenti in personaggi forti, magari creature vissute solo nei videogiochi o interpretate dagli attori nei film. Guido Olimpio: «Gli esperti hanno giocato a costruire paralleli. A cominciare da Lara Croft, l’eroina di uno tra i videogiochi più popolari. Cho impugna le due pistole esattamente come il personaggio virtuale. Quando invece ne punta una alla testa è Robert De Niro in Taxi Driver. Mentre sembra ammiccare a Old Boy, film violento del coreano Park Chan-wook, la foto dello studente mentre brandisce un martello». [9] un video che l’America non avrebbe mai voluto vedere. Ennio Caretto: «Accompagnato da parole farneticanti, un malefico manifesto o testamento, in cui il giovane assassino dice di volere ”morire come Gesù Cristo”, si paragona a Mosè ”il difensore dei deboli e dei non protetti”, e definisce ”martiri” i suoi modelli, i due ragazzi che esattamente 8 anni fa compirono la strage al Liceo Colombine in Colorado». [10]
Secondo gli psichiatri, paranoia, schizofrenia, megalomania hanno spinto Cho al massacro. «Avete avuto cento milioni di modi e di occasioni di evitare questo, ma avete deciso di versare il mio sangue»; «Mi avete messo in un angolo e lasciato una unica opzione. Il sangue sulle vostre mani non verrà mai lavato». E ancora, in un furente attacco ai «ciarlatani», ai «ricchi figli di papà», ai nemici immaginari: «Ho fatto il possibile per fermarvi, ma la depravazione è continuata. Potevo andarmene. Ma sono rimasto. Non fuggirò più». [10] Massimo Gaggi: «C’è chi parla di violenza repressa di un Paese che discende da generazioni di pionieri abituati a farsi giustizia da soli e che deve fronteggiare le grandi tensioni di una società multirazziale». [11]
Sotto la pace ordinaria, si dice, c’è sempre qualcosa in attesa di esplodere.
Alessandro Portelli: «La Virginia nord-occidentale è un paese bellissimo di montagne ruvide e ripide, di valli strette, di boschi distesi, e - come tanta parte degli Usa - di violenza accumulata, di gente armata e risentita, che non si fa mettere i piedi sul collo da nessuno e che ogni tanto va fuori di testa, che si sente emarginata e spodestata ma non sa perché, in un’America che non capisce più e che non li capisce più, e scarica i risentimenti dove capita, punendo torti immaginari perché non riesce a riconoscere e articolare quelli veri. Anche i paranoici hanno nemici veri; ma non sempre sanno riconoscerli». [12]
In America ci sono così tante speranze, in buona parte legittime, che sul Paese è calata la sensazione di avere diritto a tutto. Ciò che sembra mancare, però, sono gli strumenti con i quali gestire l’insoddisfazione. Joe R. Lansdale: «Come società, noi abbiamo dato vita a un atteggiamento in virtù del quale mai niente di ciò che accade è colpa nostra: è sempre colpa di qualcun altro. Dipende sempre da qualche altra cosa o qualcun altro il fatto che ci sia impedito ottenere ciò che noi meritiamo. La reazione naturale di molte persone deluse e insoddisfatte, e il loro numero è in crescita, spesso è quella di prendersela con gli altri. Invece di un bambino che in preda alla delusione scaglia il sonaglietto, ci ritroviamo giovani che scagliano proiettili. Sono loro gli assassini e sono loro a portarsi sulle spalle il fardello delle scelte compiute. Ma in una certa qual misura è colpa della società, che ha fatto balenare grandi speranze come se tutto ciò che uno dovesse mai fare era semplicemente tendere la mano e afferrarle: ”L’età non conta; le capacità non contano; l’istruzione non conta; il talento non conta. Tutto ciò che conta è la volontà”. No, non è così». [13]
C’è qualcosa di peggio dell’odio di classe: l’odio di un singolo individuo contro un’intera classe. Antonio Scurati: «La lingua che balbetta nella bocca dello sterminatore s’incaglia su quell’unica espressione: la gente ricca, i figli di papà. Non c’è un altro nome per battezzare l’uomo, non c’è un’altra umanità, nessun altro mondo è possibile. ”La gente ricca”, ”i figli di papà”, ”la gente ricca”... La lingua batte per l’eternità su questo canino dolente. Batte e ribatte, finché la gengiva non sanguina. Non essendoci altro, o sarò anch’io parte di quest’umanità di ricchi figli di papà, oppure la annienterò. Io sono solo, loro sono tutti. La strage al Virginia Tech è indubbiamente il gesto di uno psicotico. Ma questo non lo rende meno significativo, come non lo rende meno devastante». [14]
Dobbiamo imparare a leggere le nostre psicosi per una diagnosi clinica del mondo in cui le viviamo. Scurati: «Il terrorismo che oggi insanguina l’Occidente, sotto il fragile velo delle sue motivazioni pseudo-politiche o pseudo-religiose, nasconde la stessa radice psicotica da cui germina la strage al Virginia Tech. la violenza di un mondo che non lascia agli esclusi nessun altro mondo, passato, presente o futuro, cui sentire di appartenere. la violenza contro l’umanità tutta di chi non ha più umanità alcuna. Io sono solo, loro sono tutti. Il XIX secolo ci mostrò gli effetti dell’odio tra le nazioni, il XX quello dell’odio tra le classi, il XXI si apre con le tragedie dell’odio di un individuo contro un’intera classe, contro un’intera nazione. Questo tipo d’odio è l’equivalente ideologico del lanciarazzi portatile, della bomba atomica utilizzabile come arma da spalla. Prepariamoci a reggere l’urto dell’individualismo applicato al campo dell’odio di classe e della distruzione di massa». [14]