Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  aprile 21 Sabato calendario

BUENOS AIRES

La serata si scalda quando Pocho La Pantera afferra il microfono e salta su una sedia. Sembra un imitatore di Elvis, invece è il re della cumbia, tonalità alla Toto Cutugno. Esegue il suo grande successo «Hijo de cuca», fa rima con «de puta ». Anche per questo in Argentina, quindici anni fa divenne il tormentone del «verano», dell’estate. Diego non c’è, ma è come se ci fosse. La combriccola di amici è la stessa di un qualunque giovedì sera. Quasi duecento avventori che affollano, come allo stadio, i tavoli lunghi de «El Corralon», calle Anchorena, quartiere Palermo, il suo ristorante preferito. Pareti otturate dalle sue foto con Guillermo Miguel, per tutti el «Guille», il simpaticissimo proprietario. Sulla tv scorrono le immagini di un suo video con i gol più belli fatti nel Napoli. La Pantera, sudatissimo, esegue l’inno della serata: «La mano de D10S», dove il celebre ritornello, che nel 2000 fece saltare il banco nella vendita di dischi, è «Maradò, Maradò!». La cantava Rodrigo, astro nascente della musica di qui, genere alla Tiziano Ferro. Un anno dopo, Rodrigo se ne andò per sempre in un incidente stradale. L’ultima sua cena l’aveva consumata qui, al «Corralon».
SPIRITO Diego non c’è – ieri sera l’hanno portato per alcuni esami in un altro ospedale, poi è tornato a Los Arcos in attesa di essere trasferito in clinica psichiatrica ”, ma è come se ci fosse. L’ultima sua cena qui è stata mercoledì scorso. «Guille» è in vena di confidenze: «Uscito dall’ospedale Guemes è venuto con la fidanzata Veronica Ojeda: per questa donna ha perso la testa. Ma è stato bravo, si è mangiato una zuppa e poi è andato a casa presto». Quasi mai andava a finire così. I camerieri ci rimangono male se non gli ordini una bistecca di chorizo «al punto» con patate fritte, tasso di colesterolo, meglio lasciar perdere. E a fine serata mentre salta su un tavolo anche Azabache, una soubrette venezuelana che sembra la Shakira dei poveri, arrivano decine di bottiglie di Chandon extra brut e spuntano sigaroni cubani, le nuove droghe di Diego.
SOLDI «Guardi, tutti siamo dipendenti da qualcosa: la tv, il lavoro, il cibo, le donne. Ma spesso ci manca l’amore vero. Sa qual è il problema del Diez? Che è circondato da gente che non gli vuole bene. Tutti sono interessati, vogliono i suoi soldi: ora anche i genitori di Veronica», dice «Guille». E aggiunge: «Le faccio un’altra confidenza: con Coppola non si parlano da più di due anni, ma io so che si vogliono bene. Sto organizzando la pace: succederà qui, nel mio locale, molto presto. Se Diego non è ancora morto è perché Coppola è stato per anni il suo angelo custode». Diego salta sui tavoli, canta, agita il tovagliolo bianco, a volte, già un po’ ubriaco, si disfà dell’orologio o di una catenina d’oro e li regala alla prima ragazza con cui flirta. Diego non c’è, ma è come se ci fosse. Racconta Guille: «Sa quante volte ho rincorso quelle ragazze, ho dato loro venti pesos per farmi restituire le sue cose. Spesso anche usando paroline robuste». I trofei del Guille, invece, sono roba da tifosi: la maglia del Napoli dopo una sfida con la Juve e il tatuaggio dell’autografo del Diez che mostra fiero sulla spalla.
COCODRILO La serata sfuma verso l’una. La folla del Corralon si sposta di cinque isolati. Al «Cocodrilo», Calle Gallo, entrata protetta da una porta scura. E’ un cabaret. Qui chiamano così i posti dove ci si può fare un drink e due chiacchiere con splendide ragazze. Insomma, ci siamo capiti. Maradona non c’è, ma è come se ci fosse. La sua foto è ovunque, ma non è l’unica celebrità della parete. Il proprietario, Omar Suarez, ci conduce al piano di sopra dove c’è un piccolo museo: un guanto da golf, maglie, foto, tutto regolarmente autografato.
CUORE Dice Suarez: «Quando è venuto qui la prima volta nel ’97 il cuore mi andò a mille. Non ci volevo credere. Poi tre giorni dopo, era Pasqua, mi chiamò per farmi gli auguri. Diego che mi telefona, lei non può capire». Omar Suarez è uno dei vecchi amici rimasti fedeli. «Ho fatto con lui tutti i suoi ultimi compleanni, anche quelli a Cuba, e c’ero quando si sentì male tre anni fa: tre gradi sottozero, giocava a golf in maglietta, dormiva con l’aria condizionata accesa e il giorno prima aveva ingurgitato mezzo chilo di grasso grigliato. Collassò». Sbuca anche la Pantera, gli sono intorno molte ragazze, scorre altro champagne. Conclude Suarez: «Vede, una serata così si può fare, ma quando si replica ogni notte, diventa dura. Diego è così in tutto, capace di giocare a golf 18 ore al giorno. Vuole sempre vincere: in tutto quello che fa».