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 2007  aprile 20 Venerdì calendario

Devi metterti a fare il cappellaio: almeno saprai che c’è la testa». Parole della mamma di Giuseppe Borsalino al figlio, che aveva poca voglia di studiare

Devi metterti a fare il cappellaio: almeno saprai che c’è la testa». Parole della mamma di Giuseppe Borsalino al figlio, che aveva poca voglia di studiare. Storia di un secolo e mezzo fa, forse solo leggenda. Quel che è certo è che Giuseppe seguì la traccia materna: e i risultati sono noti. In tre generazioni la Borsalino ha prodotto e diffuso in tutto il mondo un cappello che stava sulla testa di attori, gangsters, vescovi, in un’epoca in cui era una necessità, un segno di distinzione, d’identità. Da Al Capone a Federico Fellini, da Reza Pahlavi a Nikita Kruscev è lunga la lista di personaggi celebri che l’hanno indossato. Quel cappello è entrato nella storia del cinema grazie ad Humphrey Bogart che, con il mitico trench, ne ha fatto una sorta di divisa. Quando il termine «testimonial» non era ancora di moda la Borsalino poteva indicare l’imperatore Hiro-Hito, che nel suo sconfinato campionario aveva scelto la bombetta che avrebbe sempre indossato nelle sue uscite pubbliche. E l’azienda ha dato il nome anche a una «gangsters story» degli Anni 70, intitolata appunto «Borsalino», con Jean Paul Belmondo e Alain Delon. E quando la produzione chiese soldi all’azienda per la pubblicità che ne avrebbe ricavato si sentì rispondere: «Dovreste essere voi a pagare noi». Dai primi anni 90 la Borsalino non appartiene più alla storica famiglia alessandrina. E’ stata rilevata dagli industriali astigiani Gallo e Monticone e l’ex stabilimento di corso Cento Cannoni ospita oggi le facoltà di Giurisprudenza e Scienze politiche. Sembra uno scherzo del destino, pensando a quel geniale imprenditore che con i libri proprio non andava d’accordo. Di Giuseppe Borsalino, il fondatore, si racconta che avesse un carattere ribelle: a dodici anni, nel 1846, fece fagotto dal paesino di Pecetto di Valenza (dov’era nato) per fare il garzone ad Alessandria. Ma pochi anni dopo andò in Francia, dove la moda era all’avanguardia: a Parigi, da Berteil, fu consacrato «provetto artigiano cappellaio». Tornando, regalò una sciarpa alla sorella: «La darai fra cent’anni ai miei nipoti, perchè si ricordino di me - disse, con tono profetico -. Farò qualcosa che fra cent’anni esisterà ancora». E aprì il laboratorio destinato a diventare il famoso cappellificio: era l’aprile del 1857. Quella sciarpa sarà poi sventolata orgogliosamente dal nipote Teresio Usuelli per il centenario della Borsalino. Pochi giorni fa, per i 150 anni dell’azienda, quel rito propiziatorio è stato ripetuto. Per la celebrazione dello storico traguardo la Borsalino ha lanciato una linea in edizione limitata (1857 capi, come l’anno di nascita) presentata a Pitti Uomo: oltre al feltro in pelo di lepre e seta, un completo gessato e anche una bicicletta stile old fashioned. Da quei tempi lontanissimi - una decina di operai, in produzione di una dozzina di cappelli al giorno - la Borsalino ha fatto molta strada. Oggi escono circa 250 mila cappelli all’anno, il fatturato supera i 20 milioni di euro (il 60% dal mercato estero, Usa in testa). Sono 400 i dipendenti, suddivisi in tre filiali, una quindicina i punti vendita in Italia, negozi a Parigi e a Shanghai. Una vocazione estera legata anche alla passione per i viaggi del fondatore: grande amante della montagna, Giuseppe Borsalino provò a conquistare la vetta del monte Cook (3746 metri), in Nuova Zelanda, con la celebre guida Mattia Zurbriggen, che aveva già accompagnato Fitzgerald nelle sue ascensioni in Tibet. Non ci riuscì, ma non tornò a mani vuote; strinse accordi preziosi a Sydney e Melbourne, monopolizzate sino ad allora dagli inglesi. Con il figlio Teresio alla guida, che diventò senatore e si distinse anche per la costruzione di importanti opere pubbliche, ebbero grande impulso anche le esportazioni. Alla sua morte, nel 1939, la Borsalino produceva un milione di cappelli all’anno e aveva 1400 addetti. Ultimo della dinastia il nipote Teresio Usuelli, figlio di un famoso pioniere dell’aeronautica: durante la sua gestione si ricorda, fra l’altro, la superordinazione dall’Iran (1500 cappelli) per l’anniversario della dinastia dello Scià. La storia della Borsalino è anche storia di un’epoca in cui «levarsi il cappello» esprimeva un’esigenza etica, oggi smarrita. Ha scritto Guido Ceronetti: «Chi va a testa nuda disimpara ad onorare, essendo da noi sparito ogni forma d’inchino. Se la testa è nuda il cuore perde quell’essenziale bisogno etico».