Sergio Romano, Corriere della Sera 20/4/2007, 20 aprile 2007
Risulta quanto meno di pessimo gusto l’atteggiamento della stampa polacca che ha dipinto il cancelliere tedesco Angela Merkel come fosse Hitler, perché vuole trattare con Putin sulla difesa antimissile Usa
Risulta quanto meno di pessimo gusto l’atteggiamento della stampa polacca che ha dipinto il cancelliere tedesco Angela Merkel come fosse Hitler, perché vuole trattare con Putin sulla difesa antimissile Usa. D’accordo che i polacchi evochino ancora con raccapriccio il patto Molotov-Ribbentrop, con le terribili conseguenze che ne derivarono. Ma il passo compiuto da Angela Merkel nulla ha a che vedere con i fantasmi del passato. Esso invece si segnala, a mio parere, come un gesto di avveduto pragmatismo politico che, da una parte, mira a placare le legittime preoccupazioni della Russia e, dall’altra, ad alleggerire la tensione che, proprio per tali motivi, si è creata fra la Russia, appunto, e gli Stati Uniti d’America. Lorenzo Milanesi loremila@ tiscali.it Caro Milanesi, anch’io credo che le reazioni di Angela Merkel e di altri ministri tedeschi siano perfettamente giustificate. L’intesa fra gli Stati Uniti e la Polonia dei gemelli Kaczynski per l’installazione di una postazione antimissilistica americana sul territorio polacco è un triplice sgarbo. uno sgarbo alla Russia, che ha qualche buona ragione per sentirsi minacciata dall’iniziativa. uno sgarbo alla Nato, che su questa iniziativa non è stata neppure consultata. Ed è infine uno sgarbo all’Unione europea, perché non tiene alcun conto delle ripercussioni di una tale iniziativa sulla sicurezza dell’intero continente. Conosciamo gli argomenti americani. Sappiamo che Washington descrive questa postazione antimissilistica come l’anello necessario di una «linea Maginot» costruita nell’aria contro un’eventuale bordata di missili iraniani. Ma anche gli Stati Uniti, cortocircuitando la Nato e l’Unione europea, hanno confermato che lo stile della presidenza Bush resta schiettamente unilaterale. Il guaio, caro Milanesi, è che la vicenda della base anti- missilistica è soltanto uno dei molti segnali negativi che la Polonia dei gemelli ha lanciato in questi ultimi tempi. Il più recente è una legge che viene definita «lustracja», parola dotta del linguaggio liturgico che significa lavacro, purificazione, epurazione e anche, per usare un termine del linguaggio stalinista, «purghe». Come ha scritto Sandro Scabello nel Corriere dell’11 aprile e come ha ricordato più recentemente Piero Ostellino, entro la metà di maggio insegnanti, avvocati, presidi, funzionari pubblici, giornalisti, dirigenti delle case editrici e proprietari di tv e giornali, nati prima dell’agosto 1972, dovranno dichiarare ufficialmente se in passato sono stati reclutati dai servizi segreti. Il governo chiede in tal modo una pubblica «confessione» a circa 700.000 persone, molte delle quali furono costrette, prima di un viaggio all’estero, a firmare una lettera con cui prendevano impegni generici che non ebbero, nella maggior parte dei casi, alcun seguito. Ma questa legge vendicativa prevede che ogni dichiarazione venga verificata dall’Istituto della memoria nazionale (dove sono depositati gli archivi dei Servizi polacchi) e che ogni omissione o menzogna verrà punita con la sospensione dalla professione per dieci anni. bizzarro che il governo di un Paese appassionatamente democratico adotti ora, quasi vent’anni dopo la caduta del muro, strumenti polizieschi che ricordano la Santa Inquisizione, le purghe staliniane, la «caccia alle streghe» del senatore McCarthy e i pubblici «mea culpa» della rivoluzione culturale cinese. Esiste poi un altro segnale, particolarmente negativo per le sorti dell’Unione europea. Quando Angela Merkel, negli scorsi mesi, ha cercato di rimettere in moto la macchina inceppata della costituzione europea, uno dei principali ostacoli sulla sua strada è stata la Polonia. I gemelli non vogliono sentir parlare di costituzione perché il testo bocciato da francesi e olandesi, ma ratificato da diciotto membri dell’Unione, prevede un sistema di voto poco gradito ai polacchi: la maggioranza degli Stati purché i sì rappresentino almeno il 60% della popolazione europea. Lech e Jaroslaw Kaczynski preferiscono l’assurdo sistema del Trattato di Nizza che attribuisce a Polonia e Spagna un voto ponderato pari a 27 punti, contro i 29 di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia: una formula che permette a Varsavia di esercitare, in un largo numero di casi possibili, un diritto di veto. un atteggiamento che dimostra quanto poco interessi a questa Polonia il buon funzionamento dell’Unione.