Alessandro Leipold, Corriere della Sera 20/4/2007, 20 aprile 2007
Caro direttore, un amico sovrappeso vi chiede consiglio. Da anni cerca di perdere 20 chili senza riuscirci; ora – anche se non sa bene come – ha finalmente perso un chilo in un mese, mentre mirava a perderne solo mezzo
Caro direttore, un amico sovrappeso vi chiede consiglio. Da anni cerca di perdere 20 chili senza riuscirci; ora – anche se non sa bene come – ha finalmente perso un chilo in un mese, mentre mirava a perderne solo mezzo. Che consiglio gli date: festeggiare con un lauto pranzo o continuare a prender cura di se stesso? Lo stesso vale per il cosiddetto tesoretto. Il forte gettito fiscale è senz’altro una buona notizia. Il dibattito si è concentrato su come usare queste entrate impreviste, con proposte che spaziano da sgravi fiscali a nuove spese. Ma perché scartare così alla leggera la possibilità di accantonare questi proventi inattesi? Quest’abbondanza di gettito potrebbe anche non durare. Simili boom d’entrate sono stati sinora rari, e spesso fragili. Un esempio semplice ma rappresentativo è dato da quanto successo fra il 1996 ed il 2005 nei Paesi della zona euro. In quel periodo, vi sono stati solo nove aumenti annuali del rapporto entrate/Pil paragonabili a quello visto in Italia l’anno scorso. Fra questi nove, sei hanno poi subito un’inversione di tendenza, e altri due sono troppo recenti per poterne trarre una conclusione definitiva. Ma anche se l’extra-gettito fosse permanente, gli argomenti a favore di usarlo per altro che ridurre il disavanzo restano deboli. Da anni l’Italia si pone l’obiettivo di equilibrare i conti pubblici nel «medio termine», senza mai arrivarci. Per esempio, nel 2000, le proiezioni ufficiali prevedevano un bilancio in pareggio entro il 2003. Nei fatti, quell’anno si è chiuso con un disavanzo del 3,5% del Pil. Ora, l’impegno del governo è di eliminare il disavanzo entro il 2011. Per raggiungere quest’obiettivo, l’Italia dovrebbe trovare risparmi pari al tesoretto ogni anno, da ora fino al 2011. Un’impresa ardua: perché allora non avvantaggiarsi subito del terreno già percorso per arrivare prima alla meta? Nelle parole dell’ultimo Bollettino della Banca d’Italia: «L’andamento dei conti pubblici consente di accelerare il processo di riduzione del disavanzo». L’esperienza internazionale, e l’intuizione, indicano che il risanamento dei conti pubblici è più facile in fase di ripresa economica, in tempi di «vacche grasse». Nell’ultimo decennio Belgio, Spagna e Olanda sono riusciti a raggiungere il pareggio di bilancio approfittando di periodi di forte gettito fiscale, risanando i conti a un passo più sostenuto di quello attualmente contemplato dall’Italia. In questi e in altri Paesi la disciplina è spesso coadiuvata da regole efficaci. La Francia, per esempio, dopo una brutta esperienza con l’equivalente del tesoretto (la cosiddetta cagnotte, usata nel 2000 e seguita da un peggioramento dei conti pubblici), ha introdotto una regola di bilancio che assegna ogni extra-gettito automaticamente alla riduzione del disavanzo. Anche in Italia le leggi finanziarie contengono una regola simile, diluita però da varie eccezioni, come dimostra l’attuale dibattito sul tesoretto. Il continuo mancato raggiungimento degli obiettivi a medio termine può avere conseguenze nefaste. La storia abbonda di esempi di espansioni fiscali inopportune, seguite da anni di crescita deludente e una politica di bilancio restrittiva. Il Portogallo della fine degli anni Novanta ne è un esempio e ne sta pagando tuttora le conseguenze, con la crescita più bassa della zona euro. I costi dei disavanzi non sono meramente accademici. Sono costi reali, specie per un Paese ad alto debito pubblico come l’Italia. Infatti, se l’Italia avesse nell’ultimo decennio ridotto il peso del debito quanto il Belgio, i risparmi d’interesse ammonterebbero a più dell’1% del Pil. Le risorse così durevolmente liberate (che, in soli due anni, ammontano al costo di un grande progetto di infrastruttura quale il Tav) potrebbero essere state utilizzate per spese pubbliche produttive o per alleggerire la fiscalità. Vi sono poi rischi particolari alla finanza pubblica italiana. Se l’attuale contesto globale favorevole dovesse mutare, il conto interessi dell’Italia ne risentirebbe più di altri. Su un orizzonte più lungo, vi sono inoltre i costi dell’invecchiamento della popolazione. Né si può trascurare il fatto che i dati sulla spesa pubblica ed il debito sono, in Italia, spesso soggetti a correzioni verso l’alto, in seguito all’emergere di debiti «nascosti». Utilizzare ora il tesoretto andrebbe anche contro le importanti iniziative del governo dirette a valutare e riformare il sistema di bilancio e la spesa pubblica. Se vi sono delle necessità di spesa impellenti, esse andrebbero affrontate attingendo alle ampie risorse di spesa già disponibili, confrontandole con altre priorità nel normale percorso di bilancio, piuttosto che trattate affrettatamente in corso d’anno. Dopo anni passati a cercare di dimagrire, e con la prospettiva di un ulteriore aumento di «peso» dovuto all’invecchiamento, i conti pubblici italiani stanno appena cominciando a snellirsi. Il tesoretto va protetto, non consumato. Fondo monetario internazionale