Marco Neirotti, La Stampa 13/4/2007, pagina 27, 13 aprile 2007
Silvia di Villefranche, bella e altezzosa, originaria di Cuneo, sposata a un nobile torinese di origini francesi e di professione «benestante», fu l’amante del capitano nazista Gerhard Dosse, che oggi ha 98 anni ed è stato condannato all’ergastolo, pochi mesi fa, per i crimini di guerra di allora
Silvia di Villefranche, bella e altezzosa, originaria di Cuneo, sposata a un nobile torinese di origini francesi e di professione «benestante», fu l’amante del capitano nazista Gerhard Dosse, che oggi ha 98 anni ed è stato condannato all’ergastolo, pochi mesi fa, per i crimini di guerra di allora. A ricordare la faccenda è l’avvocato ottantaduenne Claudio Bottelli, che la sera del 29 aprile 1945 (aveva allora vent’anni e studiava giurisprudenza) suonò al cancello della Villefranche e chiese di parlare con la signora. Lei andò ad aprire, lo fece entrare, lo ascoltò «distaccata e non stupita, elegante e un po’ insofferente», poi chiese di mettersi qualcosa addosso: «La seguii e la pregai di lasciare la porta aperta. La controllai. Calma. Dignitosa. Pochi secondi». Scesero a piedi verso il paese, lei, gelida e grigia d’abito, mora coi capelli al collo, camminò lenta e decisa verso il sottopasso della Ferrovia, giù per il Parco Fuor dal Vento, verso il Comune, dove ha sede il Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale, che voleva sapere dei suoi rapporti con i nazisti. E durante il tragitto disse con voce di soffio: «Voi mi state arrestando». No, signora, la sentiamo come teste. «Non fa differenza. Mi accusate. Dovreste invece, voi alassini, farmi un monumento». Perché signora? «Perché il comandante è sempre stato mio ospite. Io l’ho tenuto lontano da qui». Bottelli non fu presente all’interrogatorio. «La vidi soltanto uscire con i capelli rasati a zero, come chi era colpevole di collaborazionismo o rapporti con il nemico. La vidi andar via dignitosa. E ancora: "Dovreste farmi un monumento, ho salvato Alassio”». In effetti la cittadina di Alassio, dove la guerriglia partigiana era forte, fu risparmiata da Dosse e pure dal suo braccio sadico Luciano Luberti detto "il boia", un violento ormai defunto che uscì pazzo da un delitto passionale. Ad Albenga invece, dove la gente fu torturata nei modi più orrendi, uccisa e buttata in fosse comuni lungo il fiume Centa, quei due non li dimentica nessuno e nessuno dimentica il partigiano Bruno Schivo, nome di guerra "Cimitero", al quale seviziarono la fidanzatina: «La stuprarono con una bottiglia, e nella bottiglia misero una carica esplosiva».