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 2007  aprile 17 Martedì calendario

Ero per strada venerdì a Milano in via Sarpi. Ho assistito all’inizio dell’alterco tra la signora cinese e i due vigili; poi all’arrivo di un centinaio di persone dai negozi lì intorno, e lo sgommare delle auto della polizia e dei vigili

Ero per strada venerdì a Milano in via Sarpi. Ho assistito all’inizio dell’alterco tra la signora cinese e i due vigili; poi all’arrivo di un centinaio di persone dai negozi lì intorno, e lo sgommare delle auto della polizia e dei vigili. Ho visto gli scontri, le manganellate della polizia e lo sventolio delle bandiere rosse della Repubblica Popolare. Ma soprattutto ho sentito i giovani cinesi rispondere in italiano alle domande dei giornalisti intervenuti con telecamere e microfoni. Una cosa è stata subito chiara: la posizione di vittima assunta dalla comunità che lavora nella zona. Ci discriminate, dicevano, una discriminazione razziale. Anche lo striscione inalberato al crocicchio tra via Bramante e via Sarpi recitava lo stesso slogan, uno slogan diventato attuale in tutto il mondo. Lo rilancia anche Giovanna Zincone in un articolo su questo giornale, «Stato debole polizia all’angolo», che ripete: c’è il pericolo della discriminazione. Meglio: ci mette in guardia sulla percezione di discriminazione dalle forze dell’ordine da parte di una minoranza immigrata. Anche i cartelli affissi da sabato sulle vetrine dei negozi cinesi giocano su questo aspetto, ma con qualcosa in più: siamo anche noi milanesi, non discriminateci, dicono. E sotto aggiungono: il lavoro è un diritto inalienabile e primario. Detto altrimenti: fateci lavorare. L’allusione è doppia. Da un lato, vogliono dire che la pressione esercitata dai vigili urbani sull’illegalità visibile delle auto parcheggiate in doppia fila, dei carrellini che camminano sui marciapiedi, sui permessi di carico e scarico, si esercita qui e non nelle vie della città (Milano è la città con la doppia fila stabile anche nelle zone a traffico limitato). Quindi discrimina i cinesi a vantaggio dei milanesi impuniti. Dicendo, siamo milanesi anche noi significa: anche noi possiamo parcheggiare dove vogliamo e far circolare le merci senza impedimenti e divieti. Dall’altro, sottolineano l’aspetto di discriminazione implicito nel fatto che i negozianti di Chinatown appartengono comunque a un’etnia diversa, a una minoranza - che però è maggioranza commerciale nella zona. Poi l’appello al lavoro nella città stessa dell’etica del fare è un ottimo motivo, comprensibile ai più. In realtà, oggi quest’argomento viene usato un po’ da tutti. Il fatto di trovare il marciapiede interdetto al passaggio dal camioncino di turno - italiano o straniero non importa - porta il passante a porgere le proprie rimostranze all’invasore con l’effetto di sentirsi dire: «Sto lavorando!». Un po’ come quei cartelli posti dall’azienda del gas vicino a fastidiosi buchi, passaggi occlusi e altro: «Stiamo lavorando per voi!». Quello che Giovanna Zincone non racconta è la realtà contemporanea fondata sull’idea di vittima. Viviamo nell’età della vittima, un’età in cui tutti si sentono vittime di qualcuno o, come ha scritto in un brillante articolo su il manifesto di sabato Daniele Giglioli, «l’identificazione con la vittima è diventato il principio generatore di identità nella coscienza contemporanea, l’unico dispositivo discorsivo in grado di dar voce non tanto a un bisogno (diritti, sicurezza, giustizia), quanto a un desiderio di essere». Il giovane cinese davanti ai microfoni accesi dell’emittente televisiva recitava questa medesima scena. Naturalmente c’è una gradazione differente nell’uso di questa spiegazione del mondo - e di se stessi: tra la pulizia etnica e la rivolta di quartiere c’è una bella differenza, ma il meccanismo della vittima funziona sempre. René Girard, ricorda Giglioli, ha scritto che la vittima è «il nuovo assoluto», un’idea non sottoponibile a verifica, una zona di rispetto esente dal vaglio della critica. I cinesi si sentono vittime dei vigili, gli abitanti del quartiere - in maggioranza italiani - si sentono vittime dell’attivismo dei cinesi, i vigili si sono sentiti aggrediti dai giovani orientali, e via di seguito, in un cerchio senza fine che non sembra possibile spezzare. La verità è che quello che manca è la politica, l’azione mediatrice e progettuale della politica, che è assente a Chinatown come in ogni altro punto della città, ma anche del Paese. I cittadini, lo ricorda ancora Giglioli usando Slavoj Zizek, sono espropriati della loro dimensione pubblica. Gli interessi particolari, di gruppo, di categoria, di casta, e persino etnici, prevalgono su tutto e ognuno è pronto a presentarsi come vittima per destabilizzare l’altro, l’avversario. Per questo è forse inutile ricordare gli interessi commerciali della comunità cinese, la loro aggressività lavorativa in un territorio che non è idoneo a reggere l’impatto del traffico all’ingrosso, inutile forse parlare di una comunità chiusa a riccio su se stessa, le cui contraddizioni, diversità, e persino illegalità occulte, non emergono facilmente alla luce del sole per essere oggetto di indagine e giudizio. Ora ogni possibile indagine sul commercio sommerso, evasione fiscale, laboratori nascosti, manodopera clandestina, condizioni igieniche e sanitarie di locali e magazzini cinesi sarà bollata con l’etichetta di discriminazione. Perché indagate su di noi e non sugli altri? L’età della vittima ancora una volta ha trionfato.