Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  aprile 17 Martedì calendario

Sbagliare come ho fatto io è grave e lo è ancora di più quando devi risponderne anche alla tua famiglia, alle persone che ti hanno voluto o ti vogliono bene

Sbagliare come ho fatto io è grave e lo è ancora di più quando devi risponderne anche alla tua famiglia, alle persone che ti hanno voluto o ti vogliono bene. Ho fatto una terribile stupidata, lo so benissimo. E questo, proprio, non riesco a perdonarmelo. Soprattutto davanti ai miei figli. Questo è quello che mi fa più male, ripensandoci». L’incubo di pensare ai suoi ragazzi nella vita di tutti i giorni, bollati come «i figli del rapitore»... Insopportabile. Avrebbe voluto ben altro, per il loro futuro. L’ideatore-basista-esecutore del sequestro Vergani è calmo e, in apparenza, sereno. Almeno così appare, 17 giorni dopo il sequestro di Barbara Vergani. Ecco Virgilio Giromini, 47 anni, ex imprenditore, ex meccanico, mille volte ex di un qualcosa iniziato male e finito (sempre) peggio. In piedi davanti allo spioncino della sua cella, racconta la sua vita nel carcere di Novara. «No, non riesco a riconoscermi nell’autore di un fatto del genere». Parla del suo lavoro: «Mi manca, restare inoperoso non va bene. Credo che l’obiettivo sia uno solo, un lavoro onesto per mantenere la famiglia con dignità». Considerazioni amare di uno che, in passato, era stato sfiorato dalla giustizia solo per il fallimento di una piccola azienda tessile. Un crack che gli ha segnato la vita, che ha bruciato ogni possibilità di diventare «qualcuno» in quella sua terra, ricca e spietata solo per chi è povero. Adesso che l’eco di quel rapimento sgangherato e senza più segreti si va lentamente spegnendo, lui sembra tornato se stesso. Quello di prima: autista e factotum di un albergo di lusso, ex capo-officina e addetto alla reception di alcune concessionarie Mercedes. A contatto con i ricchi, notte e giorno, senza esserlo mai. La sua dannazione. «Ho fatto le medie e poi ho iniziato gli studi per diventare perito meccanico, ma non non ho finito...Poi ho iniziato a lavorare», dice sommesso al consigliere regionale. E’ un tipo di poche parole, Virgilio detto «Gil». Una volta sembrava altero, quasi arrogante. Oggi rivela invece una fragilità che si confonde con la timidezza. «Sembra provato, ancora sotto choc, forse non del tutto cosciente di quanto ha commesso», riflette Scanderebech che ha cercato di rincuorarlo, di fargli capire che è ancora possibile iniziare una vita nuova, una volta espiata la pena. Tre metri per quattro Quest’uomo misura da giorni e giorni il pavimento della cella: 3 metri per quattro, due letti a castello, un bagno e un finestrino che dà sul cortile, ingombro di post-it gialli. Come in una clinica: Virgilio è pentito, molto pentito. Lo spiega, senza esitazioni, all’esponente politico. E’ ancora rinchiuso in uno stretto regime di isolamento. «Questi giorni di segregazione mi hanno fatto capire che la vita che ci è stata data è una sola, e che va vissuta nella legalità. Ho sbagliato e pago per i miei errori». Un concetto ripreso dallo slogan stampato sulla T-shirt di moda. C’è scritto: «Life is one», la vita è una sola. Sempre attento a vestirsi trendy. E’ una sua debolezza. Anche quando i poliziotti lo vanno a prendere a casa della convivente, a Veruno, e lo portano nella questura di Novara. Felpa e jeans di marca, occhiali da sole e borsa da palestra. Firmata. Neanche un particolare fuori posto, dalla barba lievemente incolta, ai capelli brizzolati tagliati con cura. Bell’uomo, Virgilio, il tipo tenebroso che sa di piacere alle donne. Mancava solo un particolare: i soldi. «Volevo fare la bella vita con la mia famiglia, il denaro di Vergani doveva servire per quello». Neanche una parola su Barbara e il dolore che ha provocato, nelle lunghe ore del sequestro, alla sua famiglia. Ma non per sua volontà, non per cinismo. Sono temi che riguardano l’inchiesta, non ancora chiusa. E’ dunque obbligato a tacere. Abbassa gli occhi, si guarda attorno smarrito. «Avrebbe molte cose da dire, credo - commenta Scanderebech - sono sicuro che lo farà, non appena possibile. Dà l’impressione di una persona che ha terminato una corsa massacrante, un’interminabile maratona e che è arrivato al traguardo senza forze. Ora sta riflettendo, finalmente solo con se stesso»». Il tesoretto Quattro milioni di euro da prelevare dal pingue tesoretto dell’amico-nemico di sempre, l’imprenditore Carlo Vergani, amicissimo della convivente di Giromini, Maria Stella Vetruno e addirittura socio con la figlia di quest’ultima, Deborah, nella gestione della discoteca «Deja Vu», andata a fuoco nel gennaio scorso. Rancori e invidie che si perdono tra le colline e il lungolago. Ville da sogno e cascine ristrutturate con pochi soldi, sentieri fangosi e rottami nei cortili. La differenza è tutta lì. Virgilio, detto «Gil» lo aveva capito benissimo. Il sequestro di Barbara - 26 ore incatenata nella casa prigione di Ghemme, nelle mani di nonna Sandra - come una vendetta, un esproprio proletario. Niente tv, niente giornali, in isolamento. Due ore d’aria nel cortile, da solo. Può leggere i libri che gli passano dalla biblioteca. Sul tavolino, uno studio sulla yakuza, la mafia giapponese. Gente che non scherza. Altro che la gang di Ghemme: lui, la signora Alessandra («amica delle Br, di Renato Curcio», si vantava), baby sitter-carceriera e il Pino Lettini, carpentiere incensurato ma con una pistola Walther Ppk con il silenziatore. Silenzio sui complici, su come quando e dove era nata l’idea del sequestro. Lo aveva spiegato nei verbali: «Ci riunivamo in un bar e un bel giorno abbiamo deciso che era arrivata l’ora di andare a prendere i soldi dove c’erano». Cioè nelle tasche di Vergani. Il rapimento Sabato 31 marzo Sono le 20,50: a Borgomanero una Passat affianca e stringe la Peugeot di Barbara Vergani. Un uomo, Giuseppe Lettieri, e una donna, Alessandria Cerri, rapiscono la ragazza. Poco dopo, con una telefonata al cellulare del padre, fanno ritrovare un biglietto con la richiesta di riscatto: vogliono 4 milioni di euro La liberazione Domenica 1° aprile Alle 22,45, Barbara viene liberata dai suoi carcerieri e abbandonata in un bosco tra i Comuni di Cavaglio e Ghemme. La svolta, inattesa, giunge grazie alla forte pressione che polizia e carabinieri esercitano su tutta la zona. L’arresto Lunedì 2 aprile Incastrato dalle sim usate per telefonare al padre delle ragazze, trovate nella sua abitazione, Virgilio Giromini viene arrestato e portato in Questura. In un primo tempo nega tutto. Poi, dopo due giorni di interrogatorio, crolla e confessa. Fa i nomi dei complici: «Abbiamo deciso di rapire Barbara al bar. Doveva essere un sequestro facile facile». Il giorno dopo, Barbara riconosce il covo di Ghemme.